“Gli alberi sono creature silenziose e immobili – modeste, se vogliamo – ma la sola familiarità non può definire il nostro rapporto con loro. Dobbiamo anche riconoscerli come elementi che nascondono il terreno e in un certo senso ci ingannano sulla sua reale estensione. Sembra che ogni essere vivente possieda un lato oscuro imperscrutabile che sfugge agli occhi dell’osservatore distratto; quel giorno io avevo inaspettatamente intravisto un loro risvolto misterioso. È per questo che è importante vivere il cambiamento delle stagioni per comprendere a fondo le cose “
Gli alberi sono emblemi di vitalità e costanza, esseri senzienti che riflettono la fragilità umana. Ogni albero è un archivio vivente, un corpo-testo su cui la temporalità incide una fenomenologia della resistenza. Tuttavia, oltre questa “leggibilità” della natura permane un nucleo di inafferrabilità — un’alterità che sfida la pretesa umana di decodifica totale. C’è qualcosa che resterà sempre misterioso, imprendibile, che ci invita ad ascoltare i segnali, provare a decifrare la lingua degli alberi, riconoscere un messaggio nel groviglio di una radice. Non basta guardare un luogo per comprenderlo a fondo, bisogna “sentire” la sua impermanenza e ciò significa apprezzarlo non solo nel rigoglio primaverile ma anche nel silenzio, nella nudità e desolazione invernale, necessari alla sua rigenerazione. Ogni luogo può rivelare la sua vera essenza solo attraverso il mutamento: la bellezza non è una qualità statica, ma risiede proprio nel passaggio del tempo:
“ Che si tratti di case, cibo o abbigliamento, qualcosa non può essere compreso davvero se non lo si sperimenta durante le quattro stagioni: primavera, estate, autunno e inverno. Le montagne e i fiumi inoltre non sono semplicemente soggetti ai cambiamenti stagionali, ma si trasformano a ogni alba e tramonto, a ogni giornata di sole e acquazzone. Per parlarne in modo significativo bisogna osservarli almeno quattro volte, una per stagione. “
Il mutamento incessante, la pulsazione collettiva e organica dell’esistente, trova nella conoscenza una forma di restituzione etica: un atto di gratitudine che si manifesta nella disponibilità a lasciarsi attraversare dal paesaggio sonoro, da un soffio di vento tra le foglie, da una luce che filtra tra i rami, pronti a cogliere la “transitorietà” (mujōkan). “Alberi” di Kōda Aya (Mondadori, Collana Oscar cult, pp.168, € 14. Traduzione di Alice Massa e Postfazione di Saeki Kazumi ), in libreria dal prossimo 19 maggio , è un libro di culto della letteratura giapponese che ha trovato una singolare risonanza nella figura di Hirayama, protagonista di Perfect Days di Wim Wenders. I suoi gesti quotidiani, improntati ad una cura paziente e umile — traslano visivamente l’equilibrio formale della prosa di Kōda, dove l’accuratezza quasi scientifica della descrizione naturale si fonde con una profonda partecipazione spirituale. La precisione del suo stile, capace di unire delicata sensibilità e stupore, geometrie luminose di stati d’animo e acute riflessioni etiche e personali, scardina la nostra distratta percezione per restituirci una visione profonda ed intensa che invita il lettore a riconoscersi parte di un mondo vulnerabile. Il primo dei dodici saggi contenuti nel libro, Il rinnovamento degli abeti di Ezo, fu pubblicato nel gennaio del 1971 mentre l’ultimo, Il pioppo, nel giugno del 1984, con un lavoro di stesura durato tredici anni e mezzo. Per Kōda Aya fu un
periodo di instancabili e faticosi viaggi attraverso il Giappone, spinta dal desiderio di incontrare gli alberi e trarne ispirazione, dagli abeti di Ezo nelle foreste naturali dello Hokkaidō (che crescono sugli alberi caduti) al Jōmon sugi di Yakushima, agli alberi ricoperti di cenere vulcanica a Sakurajima, ai ciliegi lungo il fiume Sumida.
“ Sotto le radici del nuovo albero ciò che sembrava il cuore di quello vecchio, antico, era asciutto e addirittura caldo. Forse era proprio perché le mie dita erano bagnate e intorpidite dal freddo che potevo percepire in modo così netto quanto il vecchio legno fosse asciutto e tiepido. Probabilmente con le mani calde non ci sarei riuscita. Ma era l’albero antico a possedere una sua temperatura o era il nuovo che in qualche modo bloccava l’avanzare del freddo? Il vecchio albero non era semplicemente morto. E il nuovo non era semplicemente vivo. Avevo visto ciò che separa e insieme unisce la vita e la morte, intuito la crudele danza del ciclo vitale, ma non c’era motivo di esserne tormentati. Era un momento fugace, e quanto ero stata fortunata a non lasciarmelo sfuggire! Da quell’attimo scaturiva il tepore che ora mi avvolgeva. Decisi che il ricordo di quel calore mi avrebbe accompagnata per tutta la vita, e gli occhi mi si inumidirono per l’emozione. Non immaginavo che la vita degli alberi fosse pregna di simili sentimenti “
Il racconto si estende in forma di prosa libera su un tessuto memoriale dove la riflessione ontologica si intreccia indissolubilmente ai ricordi d’infanzia, alla figura del padre Kōda Rohan, mentore severo e maestro di disciplina intellettuale e pratica. Gli alberi insegnano una forma di “resistenza silenziosa”: affondano le radici nel fango e nell’oscurità per poter tendere i rami verso la luce, incarnando quel ciclo di ascesa e caduta tipico del mono no aware concetto cardine del pensiero filosofico giapponese che definisce la ‘partecipazione emotiva alle cose’, quella consapevolezza dello stupore che porta in sé la malinconia della fine: l’idea che ogni germoglio porti impresso il sigillo della propria caduta. Osservando le radici nodose e i “piedi antichi” di questi alberi, Kōda descrive un sentimento che va oltre l’ammirazione estetica, arrivando a provare una sorta di timore reverenziale (fear) davanti alla loro potenza ingovernabile e alla loro eternità. “Alberi” è un’ opera che insegna l’attesa e la cura , svelando come l’universo intero respiri nel battito infinitesimo di un dettaglio perfetto.
Rossella Nicolò
#
Copyright © Nao Aoki, 1992© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano
I edizione Oscar Moderni maggio 2026