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Raul Montanari. I morti hanno sempre ragione

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“Se Dio vuole togliere il male dal mondo ma/non può, è impotente; se può toglierlo ma/non vuole, è crudele. Poiché Dio non può/essere né impotente né crudele, resta solo/da pensare che non si occupi del mondo.” (Epicuro). L’iscrizione in epigrafe al libro arriva come una sentenza e comunica l’impermeabile e trasversale significato del male. “I morti hanno sempre ragione” di Raul Montanari (Baldini + Castoldi, 2026 pp. 360 € 20.00) immerge la sua essenza narrativa in un’atmosfera ipnotica e sfuggente, sedimentata nel rarefatto labirinto dell’esistenza, nella complessa concentrazione emotiva della psicologia umana. Raul Montanari descrive il ritratto sociale e morale delineato con una tragica e dolorosa vicenda che porta alla luce l’incavatura dell’oscurità e dissotterra il solco della malvagità, traccia, con la drammatica cronaca dell’improvvisa morte dei genitori del protagonista Andrea, avvenuta per un avvelenamento da funghi, un appiglio indicativo e rivelativo dove afferrare l’indizio di un itinerario sospeso tra equivoci ed esitazioni, sospetti assillanti e disorientanti. Lo scenario apparentemente inalterabile di un paese di montagna circoscritto tra le valli bergamasche, nasconde una variabilità di timore e di diffidenza, si apre alla rappresentazione di un palcoscenico inquietante, di un’umanità sigillata nella sua inaccessibile e sconcertante incomunicabilità, chiusa nella ristretta regione della circospezione e dell’impenetrabilità, dove la stagnazione di un artificioso equilibrio confonde e altera la natura dell’uomo.

Raul Montanari estende l’indeclinabile presentimento del dubbio e del timore, lungo i solchi erosivi dell’incertezza e delle perplessità, in prossimità di una oscillante e amletica influenza sulla lealtà e sull’autenticità. I personaggi che ruotano intorno alla funesta vicenda appaiono sempre in limine sulla discrezione di difendere e proteggere confessioni e vincoli indecifrabili, si spingono nel riserbo delle verità nascoste e inconfessate. “I morti hanno sempre ragione” acquista l’inclinazione lucida e spietata di un pungente e stridente patrimonio affettivo, lacerato dalla separazione inevitabile di sentimenti inespressi, isolato dalle possibilità di confrontarsi con la trasparenza della crescita e della consapevolezza. Il percorso interiore del protagonista Andrea è una riservata e intima considerazione sul mondo, alla ricerca affannosa e tormentosa della verità, una destinazione sulla trama velata e disincantata dell’esistenza, orientata dentro il vuoto malinconico dei rapporti freddi e distanti con i genitori, dentro la eco inesprimibile e implacabile della solitudine, nella superficie ermetica dei silenzi, nei risentimenti taciuti e nelle tenerezze celate. Il mistero della morte dei genitori di Andrea si incrocia con una esplorazione intensa e acuta sull’affidabilità relazionale, sulla vulnerabilità delle rivendicazioni familiari, svela la frattura delle ingombranti assenze e l’asimmetria conflittuale del non detto, i valori umani deformati, instabili e usurati nella fatuità. La scrittura di Raul Montanari assorbe in uno stile scorrevole, nitido e penetrante il ritmo dell’anima, alternando l’espansione dell’inesorabilità alla tensione esistenziale, all’intensa osservazione umana. Cattura la cifra seducente della memoria, il coinvolgimento della colpevolezza, la risonanza viscerale, affascinando con un rimando tutto dostoevskiano, una letteratura che appassiona e fa riflettere, che spinge il potenziale della crudeltà verso una testimonianza parallela, fatta di una percezione assediante in cui la paura del vivere è parte istintiva e incalzante della coscienza. Il filo invisibile che lega la prospettiva delle domande irrisolte congiunge anche l’attraversamento di un profilo umano da ricomporre, in merito alla spietatezza della mente umana, al contrasto inabissato in una spirale di fragilità e alla segreta concatenazione con il credito noir, proiezione del lato oscuro e sotterraneo di ogni enigma e di ogni ferita. Raul Montanari spezza il filamento dell’intreccio spettrale sventrandone la confidenza dell’inganno, dove l’ombra consuma la spiazzante e sorprendente deriva delle insidie e cade nel gorgo perfido della commedia umana.

Rita Bompadre

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