Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Gioacchino Criaco. Dove canta il cuculo

Home / Recensioni / Gioacchino Criaco. Dove canta il cuculo

La montagna dell’Aspromonte, Mana Ghe, la grande madre chiama e Gioacchino Criaco risponde. Dopo quasi un ventennio da “Anime Nere”, esce con Piemme “Dove canta il cuculo” un romanzo che a chiamarlo potente è poco, è una scrittura che strugge l’anima come un desiderio inascoltato di luce. Un racconto corale, fatto di ossessioni che tornano, ossessioni alle quali tentare di dare risposte che forse non esistono, ma che hanno un diritto naturale di uscire fuori, di essere raccontate e le voci di farsi canto.

L’Oriente di Mana Ghe è stato sconfitto dall’Occidente, quello dei soldi facili, del potere di una Milano che odora di stantio, un Occidente parassita che non vuole saperne della parola pace e continua a colpire l’Oriente poiché i figli di Mana Ghe non hanno saputo proteggerla, non hanno saputo difendere una natura generosa e arcaica quella della madre, piuttosto i padri hanno rinnegato i figli pur di fare si che il canto del cuculo, il canto del cattivo presagio non sia destinato a loro.

Ma dove canta il cuculo? Dalla Calabria, al Canada, da Acapulco a Milano, il mondo di Salvo Pizzi ha messo radici in terre straniere, ma il canto è sempre quello, i giovani cuculi nati nel nido sbagliato devono obbedire a un ordine primordiale, devono depredare a costo di non avere conti in sospeso, suggestionati dal rancore che vivono dentro le viscere non hanno scampo.

Salvo Pizzi, Vincenzo, Gino, Frank Morano vivono in un tempo presente, come se il tempo non sia passato. Sono ancora li a battagliare e continueranno a farlo “… perché forse la guerra è l’elemento che più abbiamo fra il sangue e la carne. L’anima ci serve a inventarci temporanee tregue per prepararci a future battaglie”. Non conoscono il futuro perché non tentano di modificare il passato. Costretti in un eterno presente perché appartengono a un tempo antico, arcaico e insuperabile. “Ulissi a metà col viaggi senza un’Itaca alla fine. Omero narra di eroi invincibili ma ha scritto solo per gli sconfitti”.

Adelina, Esterita, le donne tentano l’impossibile, separarsi dal nucleo maschile per dare una nuova possibilità di vita ai propri figli. Gioacchino Criaco alza un canto a nome delle donne: dove i padri abbandonano, le donne accolgono.

Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni. Gli uomini trasmettono ai figli maschi frustrazioni. Le donne mostrano alle femmine le vie della sopravvivenza. Le orfane di madre si impegnano a superare il dolore, a costruire l’amore. Gli orfani di padre rincorrono la distruzione, sono tempeste devastanti di un dolore senza ristoro.”

Criaco sa bene che arrivati alla fine di questo racconto dolente, sa bene che una volta letta l’ultima pagina, quasi storditi di quanto sta avvenendo nella nostra memoria antica, ci troveremo a pensare che, come ha detto lui stesso “le ossessioni, anche quelle narrative, si superano affrontandole, non puoi ammazzarle con un “Ti’a a palla” .

E così le “Anime Nere” di Criaco sono diventate “Anime scolpite nella Pietra” non hanno saputo difendere la Grande Madre dagli oltraggi dell’Occidente e non hanno saputo resistere all’oblio dello stupore incredulo dipinto sul volto dei propri figli. “Abbatto il cardo e passo la rosa.

Gioacchino Criaco, scrittore di Africo, canta le tragedie che vengono dall’Aspromonte. E come il cuculo nasce già orfano, perché viene concepito per poi essere subito abbandonato nel nido di altri uccelli, e come i genitori adottivi fino alla fine non si accorgono che stanno covando un uovo non loro, anche il cuculo stesso appena vede la luce risponde a quel gioco spietato del non ritorno dovrà, per vivere, essere crudele.

In “Dove canta il cuculo” Criaco ci fa scoprire che forse non è così semplice, forse c’è qualcosa di più che ci sfugge, forse la luce di Oriente esiste ancora nel cuore delle donne “Alzo il cardo e lo abbatto, per me non ci saranno rose, buone a darmi pace. Il Cristo regge la corda con mano ferma, resto bloccato davanti all’Addolorata, senza possibilità di fuga. Solo chi ci sta nel cuore degli orfani conosce la profondità del loro inferno”.

Maria Caterina Prezioso

Click to listen highlighted text!