Territori calpestati e territori abitati nella mente, questa è la narrazione di Vivian, protagonista, agita e agente di questo poetico, doloroso romanzo sul senso di sé, sulla ricerca, incessante, del cercare il proprio posto nel collage spazio-temporale che ci è stato dato in sorte, a casaccio. Lanciati come sassi, o fiori, nel mondo, ci rannicchiamo nella sicurezza della famiglia, nelle possibilità date dall’intelligenza o dal censo, e procediamo su strade più o meno sicure, a volte senza mai uscire dal recinto creato intorno ai nostri fragili corpi. Questo romanzo racchiude in sé il senso di una vita piccola, che si disfa a strisce luminose e opache.
Vivian è da sempre una bambina strana, piena di domande senza risposte, con una fame di socialità che il mondo che la circonda non è adatto a saziare. Vivian non vuole brillare o mordere, ma piuttosto arrendersi all’inevitabile stranezza delle regole a tratti feroci di un mondo che l’ha esclusa perché diversa. In giovane età è stata allontanata dalla famiglia nucleare, padre, madre, sorella, esiliata a vivere insieme alla prozia Maude, perché fonte di imbarazzo e difficoltà. Il suo disagio emotivo è talmente grande che viene cresciuta come se fosse priva di collante umano. E lei stessa si convince di non far parte della specie umana, di essere davvero in esilio su questa terra, perché, in realtà è una changeling, una bambina scambiata in culla dalle fate con una bambina umana. È per questo che i suoi genitori non le vogliono bene, è per questo che sua sorella maggiore, che si chiama anche lei Vivian, la tiene ferocemente a distanza, perché tutti sanno che lei è una bambina non umana e non è la loro vera figlia e sorella.
Per rivelare la natura di un changeling occorre preparare un decotto di gusci d’uova, e quando sarà pronto la creatura fatata fuggirà nel suo mondo attraverso la canna fumaria.
Dopo la morte della prozia Maude, Vivian, ormai sola, con una serie di ingombranti e buffe camicette con i volant demodé, può finalmente dedicarsi al ritorno nel mondo fatato ma per farlo deve trovare un portale, un passaggio segreto nascosto nel territorio urbano di Dublino. In questa impresa cerca di farsi aiutare da umani comprensivi e gentili, come l’amica trovata tramite un annuncio, un’amica che deve necessariamente chiamarsi Penelope e basta. Vivian urla in LETTERE MAIUSCOLE o sussurra in lettere minuscole e chiede anche agli altri di farlo, di seguire l’onda del suo pensiero.
Vivian non ci sta a rimpicciolirsi, a diventare trasparente. Lei parla e chiede e riflette sull’incompletezza degli altri, che pure la considerano strana. Si segna su un taccuino impressioni fugaci, osservazioni spiritose, modi di dire. È anche questa una difesa: guardare il mondo con la capacità sistematica di chi è impegnato a capire gli altri osservandoli e a sentirsi, forse, meno straniera nella propria pelle.
La sua innocenza è arguta e disarmante, specie quando si scontra con le obiezioni di un mondo abituato a relazioni causa/effetto, dove le sue richieste di percorrere le strade di Dublino e i ponti che danno sul Liffey, vengono interpretati come nient’altro che eccentricità, o richieste di una mente disturbata. Vivian vive senza mettere paletti o confini tra sé stessa e il resto del mondo. Non ha inibizioni, non ha introiettato regole adatte a difendere il nucleo nascosto delle emozioni, no, lei le emozioni non si limita a comunicarle, lei le sciorina con qualcosa di simile all’antico orgoglio di una donna intenta a stendere al sole il lenzuolo macchiato della prima notte.
Nel suo viaggio dentro le strade di Dublino, riprodotte a matita nel taccuino, scopriamo le contraddizioni nascoste dietro le urgenze, le verità dentro le bugie; scopriamo cosa dovrebbe avere davvero un essere umano per essere amato. Vivian sposta il centro di interesse del lettore dall’urgenza all’immobilità, dalla frenesia della corsa alla serenità del passo, e lo fa immergere nella ricerca del segreto che rende gli umani capaci di vivere in un mondo caotico e pericoloso, a tratti incomprensibile.
Il riferimento ai gusci d’uova è metaforico oltre che un rimando al fantastico: i gusci d’uova sono inconsistenti, emblema della fragilità, basta pochissimo per incrinarli e mandarli in pezzi. Eppure, gli umani sono questo: inconsistenti, incapaci di proteggersi di fronte a calamità o perdite che li segnano, e la loro peggiore convinzione è quella di fingere, spesso per l’intera vita, di non esserlo.
“Voglio espandermi oltre il mio aspetto. Voglio una presenza olfattiva e un’assenza visiva.
Scrivo una Liste delle Cose che Mi Piacciono: «Le castagne d’India, i sorbetti, i lingotti d’oro, l’odore di benzina, i carrelli dei dolci, i cimiteri, gli starnuti, le tartarughe d’acqua, le cicatrici che raccontano storie, il numero “49”, l’odore dei trucioli delle matite».
Ora fantastico di poter annusare dei trucioli di matita, e allora inspiro profondamente. L’uomo seduto al tavolo vicino si gira a guardarmi. Davanti a lui ci sono tre cellulari disposti sul tavolo come carte da gioco. Uno squilla e lui si volta per rispondere.”
Maria Maddalena Votta
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Gusci d’uova di Caitriona Lally- traduzione di Laura Albertini (Safarà)