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Kobe Bryant. Mamba mentality. Il mio basket

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Raccontare Kobe Bryant è un esercizio pericoloso. Il rischio è quello di fermarsi alla superficie, alla cronaca dei trofei, ai cinque anelli con i Los Angeles Lakers, agli 81 punti contro Toronto, ai buzzer beater che hanno esaltato il pubblico dello Staples Center. Sarebbe facile, quasi comodo nella sua ovvietà, mettere in fila numeri e imprese, aggiungere qualche frase a effetto e aneddoto da spogliatoio per lasciare che il mito faccia il resto. Ma sarebbe riduttivo, perché Kobe non è stato solo statistiche e celebrazioni, ma qualcosa di ancora più grande e adrenalinico di ciò che le banali parole potrebbero spiegare. Questo libro prova a spiegarlo, tracciando i confini di una narrazione sempre in bilico tra l’inevitabile esaltazione e la ricerca di quel faticoso equilibrio che vacilla in presenza di un semi-Dio. E chi, se non Kobe Bryant, poteva legittimamente parlare di Kobe Bryant?

Figura trasversale, icona pop amata, temuta e rispettata in egual misura, ha estremizzato i concetti di competizione e competitività applicati al parquet da gioco. Cresciuto tra l’Italia e l’America, faceva il paisà ma parlava il linguaggio del sacrificio con l’accento dell’ossessione. Dopo Michael Jordan e prima dell’era di LeBron James, è stato lui il volto più feroce e affascinante della NBA: il giocatore che più di tutti ha incarnato il bisogno collettivo di trovare un nuovo Dio del parquet dopo il GOAT. E non in un campetto qualunque, ma nel teatro più prestigioso della pallacanestro internazionale, dove il talento non basta e la leggenda si conquista una notte alla volta. E altrettanto spesso, invece, la si perde.

The Mamba Mentality”, è il titolo del libro scritto in prima persona dall’ex guardia dei Los Angeles Lakers, morto il 26 gennaio del 2020. Era a bordo del suo elicottero quando precipitò sulle colline della città californiana. Con lui erano sedute anche Gianna, la figlia tredicenne, e sette persone. Nessuno dei presenti sopravvisse all’impatto. L’opera, pubblicata nel 2018, parte dalla narrazione sportiva come chiave per raccontare un’idea di disciplina, di fallimento, di ossessione e di rinascita. Kobe Bryant non costruisce un monumento alla propria leggenda ma apre il laboratorio in cui quella leggenda è stata progettata. L’ossessione, l’ambizione, la schiacciante consapevolezza che il cielo non lo tocchi con un dito perché ti arrampichi con una scala ma perché impari a volare.

Vent’anni con una sola maglia, quella gialloviola dei Los Angeles Lakers, cinque anelli NBA, due medaglie d’oro olimpiche, diciotto convocazioni all’All-Star Game e una quantità di record che ancora oggi fanno venire la pelle d’oca a leggerli. Bryant è stato un atleta abile nel trasformare la propria carriera in una narrazione epica simil cavalleresca, e la propria mentalità in un’eredità culturale che ha superato il basket stesso. Non è un caso che abbia scelto di chiamarsi Black Mamba. Il soprannome nasce nei primi anni Duemila, in un momento personale molto complicato. Nel frattempo, inoltre, i paragoni con Micheal Jeffrey Jordan si sprecavano. Scelse di identificarsi nel mamba nero, uno dei serpenti più rapidi e letali al mondo: preciso, silenzioso, spietato. Da lì nacque non solo un nickname ma una filosofia: la Mamba Mentality.

Le pagine non parlano soltanto di partite vinte o di tiri decisivi, ma delle sveglie alle quattro del mattino, delle sessioni di allenamento prima che Los Angeles si svegliasse, delle ore infinite passate a studiare i video degli avversari. Kobe non credeva nel talento come scorciatoia perché per lui il talento era solo un anticipo, il resto lo facevano la ripetizione e la volontà. C’è un aneddoto che racconta bene questa ossessione. Durante le Olimpiadi con Team USA, mentre molti compagni dormivano ancora, Bryant era già in palestra ad allenarsi. Quando arrivavano gli altri, lui aveva già terminato una sessione completa. Mike Krzyzewski, leggendario coach di Duke e della nazionale americana, raccontò che quella dedizione diventò quasi contagiosa: nessuno poteva permettersi di lavorare meno di Kobe.

La prima parte dell’opera si concentra sugli allenamenti massacranti, sulla cura maniacale del corpo, sull’importanza del recupero fisico e mentale. Kobe spiega come, con il passare degli anni, il suo fisico imponesse nuovi limiti, ma la sua fame restasse identica. “Il mio metodo è cambiato, il mio approccio no”, ripete più volte come fosse un mantra. Da giovane lavorava sull’esplosività, con l’età si dedicava alla prevenzione.

Bryant era un maniaco dell’osservazione. Guardava Michael Jordan come un allievo osserva il maestro per cercare i dettagli da rubare. Il movimento del piede perno, il tempo del fadeaway, la gestione del contatto. Studiava LeBron James, analizzava ogni difensore, ogni schema, ogni minima abitudine. Tra le curiosità più affascinanti della sua carriera c’è proprio il suo legame con Jordan. I due si sentivano spesso, e Kobe considerava Michael una sorta di fratello maggior. Jordan, dopo la morte di Bryant, disse una frase che racconta molto del loro rapporto: “Quando Kobe morì, una parte di me morì con lui.”

Nella seconda parte del libro si entra invece dentro la Craft, l’arte del gioco. Qui vengono raccontati i grandi duelli della sua carriera: le battaglie con Shaquille O’Neal, le rivalità con le grandi stelle NBA, i confronti che hanno definito il suo posto nella storia. Il rapporto con Shaq occupa uno spazio centrale. Due personalità gigantesche, spesso incompatibili, ma capaci insieme di dominare la lega e vincere tre titoli consecutivi. Bryant non nasconde le tensioni, ma nemmeno il rispetto. Accanto alle rivalità, trovano spazio anche le amicizie vere, come quella con Pau Gasol, compagno di squadra e fratello scelto, e il rapporto quasi spirituale con Phil Jackson, il tecnico che più di tutti comprese la sua natura competitiva.

Poi c’è il legame di Kobe con l’Italia. Prima di diventare una leggenda NBA, è stato un ragazzo cresciuto tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, seguendo il padre Joe Bryant, ex cestista che giocava nel nostro campionato. Parlava italiano perfettamente, amava il calcio e tifava AC Milan. Quel rapporto con l’Italia lo ha accompagnato sempre in quanto parte autentica della sua identità. A rendere “The Mamba Mentality” ancora più potente ci sono gli scatti di Andrew D. Bernstein, storico fotografo dei Lakers e membro della Hall of Fame del giornalismo sportivo.

Dopo il ritiro nel 2016, Kobe salutò il basket con una lettera struggente, Dear Basketball, che sarebbe poi diventata un cortometraggio animato vincitore del premio Oscar nel 2018. Anche lì, ancora una volta, riuscì a reinventarsi. Questo libro non è solo per chi ama il basket, ma per chiunque abbia inseguito qualcosa fino a trasformarlo in una missione personale. Per chi conosce il peso della disciplina e la solitudine del miglioramento. Per chi sa che la vera partita si gioca molto prima del fischio iniziale. Kobe Bryant ci ha obbligato a rispondere una domanda scomoda, rivolta a chiunque voglia diventare grande: quanto sei disposto a sacrificare per essere all’altezza del tuo talento?

Federico Falcone 

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