“E qualche settimana più avanti, dopo una notte passata a bere per trovare il coraggio, anzi dopo settimane passate a bere per trovare il coraggio, ci abbracciamo, ci baciamo e… Be’, poi, finalmente, scopiamo”.
È in libreria Tommy the Bruce di James Yorkston, Jimenez Edizioni 2026, pp. 376, € 19,00, con traduzione dall’inglese di Chiara Tambone.
Tommy Bruce è un fallito, che gestisce un albergo fatiscente nelle Highlands, troppo lontano dai circuiti turistici per essere redditizio. È troppo giovane per essere di mezza età, ma troppo vecchio per essere considerato giovane.
Sommerso dai debiti, con un locale in rovina e una solitudine paralizzante, Tommy sta lentamente ma inesorabilmente mandando in malora sé stesso e la sua attività a causa dell’alcol. Finché un giorno, all’improvviso, entra nel lounge bar Fiona McLean senza che si capisca cosa vuole e in poco tempo, si ritrova dietro il bancone, e poi, nel letto di Tommy.
Fiona irrompe nella vita di Tommy e nell’hotel, e con la luce che porta, la fortuna di Tommy potrebbe finalmente cambiare. Ma al suo passaggio si insinuano tenebre: nomi e volti del passato che non nutrono alcuna simpatia per Tommy, criminali che minacciano di rovinare l’hotel e quel poco di felicità che è riuscito a costruirsi.
Tommy the Bruce è un romanzo di criminali falliti e maledetti, di un realismo turpe, che racconta una famiglia minacciata da un passato balordo.
La libertà narrativa di Yorkston, divertente e brutale, ci regala un romanzo gotico scozzese che azzanna alla gola.
L’autore ci assale negli affetti e ci fa sentire violati. La violenza del crimine si annida nell’intimo di una famiglia e resta attaccata come una zecca minacciando la serenità e l’equilibrio.
Un libro sui margini stretti della redenzione, su come gli alberi cresciuti storti siano segnati e su come dai rapporti tossici convenga stare alla larga. Un romanzo sull’ottusità e sulla miopia del Male che non smette mai di tormentare chi lo compie e chi gli vive accanto.
Carlo Tortarolo
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Mi chino per raggiungere le scorte di marmellata di fragole, afferro un vasetto piccolo quanto quello di un omogeneizzato e mi tiro su, sbattendo la testa e
strillando – CAZZO! – mentre una fitta acutissima di dolore mi attraversa sbatacchiandomi da una parte all’altra i postumi della sbronza, schegge di ghiaccio sembrano conficcarsi nel mio povero cranio, e dietro gli occhi chiusi tutto è rosso sangue e stelline… Perdo l’equilibrio e cado all’indietro atterrando su un vecchio set di scopino e paletta, il manico si spezza e io resto seduto lì, tra la polvere e i detriti della notte scorsa, la settimana scorsa, il mese scorso, l’anno scorso, ma almeno il fracasso è finito, niente mi arriva in testa, niente mi crolla intorno.
Dopo forse tre secondi di pace, una pace che mi pare preziosa, sento: Tommy! Tommy! Tutto bene lì dentro, Tommy? Senti, non ti preoccupare per la marmellata. Se ti crea problemi, per me e la mia signora, qui, andrà benissimo anche solo del burro. O forse dell’olio d’oliva. Hai per caso dell’olio d’oliva, Tommy? Sul pane tostato un filo d’olio è assolutamente meraviglioso. Magari con qualche pezzetto di banana? Ne hai, Tommy? Ce le hai le banane? Da aggiungere all’olio, voglio dire. Sul pane tostato. Oh, e a proposito di pane tostato, Tommy: il tostapane ha finito, ho sentito lo scatto. Vuoi che lo tiri fuori io, il pane? Per me non è un problema…
Faccio per alzarmi, ma ogni mia cellula reclama, mi prega di restare dove sono, e dormire. È un giaciglio di lusso, questa dispensa. Amichevoli mostarde, aceti, rotoli di carta da cucina, cereali, bottiglie d’acqua, cibo per gatti, barattoli di pomodoro… Nessuno di questi magnifici e silenziosi compagni oserebbe turbare il mio sonno. Ma no, devo alzarmi e uscire prima che questo caro cliente, questo caro e molesto cliente, mi piombi in cucina e veda in che razza di letamaio viene preparata la sua colazione. Inspiro. Faccio uno starnuto, un accenno di starnuto, e poi mi alzo, ben attento a non dare un’altra testata. Mi tiro su, riguadagno il mio metro e ottantotto, col sangue che mi ritorna ai piedi – o ovunque il sangue vada quando se ne va dalla testa – ma resto concentratissimo, mantengo l’equilibrio e dico: No, tutto a posto, signor Grayson. Si metta seduto che le porto la colazione. Lei è mio ospite, signor Grayson, e io ci tengo a mettere a loro agio i miei ospiti.
Quando arrivo il signor Grayson è lì che mi aspetta: Ehm, Tommy, stai bene? Hai un po’ di… sangue…
Mi porto la mano alla testa, e sì, c’è un po’ di sangue. Cazzo. Ah, sì, ho… ehm, sbattuto la testa. Mi dia… Mi dia solo un attimo. Ecco, qui c’è la sua marmellata. Gli porgo un vasetto minuscolo di marmellata di lamponi – Fatta nelle Highlands Scozzesi da McShoogle e Figli – e mi dirigo nuovamente in cucina.
Questo posto. Questo cazzo di posto. Polvere ovunque. Persino escrementi di topo. Scomodi da pulire, gli escrementi di topo. Se arrivi che sono ancora freschi li puoi strofinare via dal pavimento, ma se non lo fai subito, be’, ti ritrovi cacca dappertutto. Ho preso un gatto apposta, sapete, per questo problema – perché mi rendo conto che è un problema – ma il gatto si è rivelato un problema ancora peggiore dei topi. Quando sono venuti gli ispettori della Sanità e Sicurezza non sono stati contenti di trovare un gatto in cucina, e magari avrei potuto – o forse dovuto – dire: Eh, lui serve ad acchiappare i topi! Ma da una parte sono contento di non averlo fatto. Che senso ha evidenziare le pecche nell’igiene quando si può evitare. Già mi hanno fatto un sacco di storie – con i cassonetti, il gabinetto, l’uscita di emergenza, l’uscita sul retro, la zona di preparazione del cibo – hanno detto che sono stato fortunato a tenermi la licenza e mi hanno dato un richiamo formale grave e concesso una settimana di tempo per sistemare le cose…
Be’, in quella settimana ho ripulito al meglio il locale: ho spazzato E ANCHE aspirato i pavimenti, passato il panno sulle superfici, disinfettato i bagni con la candeggina… e voilà, promosso, con punteggio di Due su Cinque – Si richiedono migliorie significative – così i fortunati avventori dell’Inn of Pitsneddon possono continuare ad assicurarsi il loro pane tostato con la marmellata, o qualunque altro lussuoso sfizio scelgano dal nostro vasto menu di piatti surgelati.
Mi avvicino al lavello, allo specchio, controllo il mio riflesso e, eccolo là, ho un po’ di sangue in faccia, che però ora si sta rapprendendo, o comunque sta facendo quello che fa il sangue, si sta coagulando forse; c’è un piccolo schizzo indurito nel punto in cui i miei capelli sembrano diradarsi, pronti a congedarsi dalla mia testa, ad abbandonare la nave.
Tommy, Tommy, serve aiuto?
Che cliente impegnativo che è questo ometto! Credetemi, se si tratta di chiacchierare e di bere non lo batte nessuno. Se solo avessi prestato attenzione ora potrei raccontare tutti gli affari suoi, ma non ricordo un tubo di quello che mi ha detto dopo – che ne so – tipo l’una di notte? So che fino a quel momento aveva parlato dei prezzi degli immobili a Edimburgo. Non mi si può biasimare se a un certo punto mi sono spento.
Lavora all’università, questo me lo ricordo. Ed è un escursionista; è qui per turismo. Ne arrivano un bel po’ in questo periodo dell’anno.
Sì, signor Grayson, vengo subito, ho quasi fatto.
Butto le mani screpolate fino alla carne viva sotto il getto ghiacciato del rubinetto, poi delicatamente mi strofino via il sangue dalla fronte con uno straccio ruvido, strizzandolo nello scarico finché non vedo più tracce di rosso, riappendo lo straccio ad asciugare, sciacquo ancora le mani con l’acqua gelida, chiudo il rubinetto e sono fuori.
Allora, signor Grayson, cos’è che voleva?