La vita interrotta ha qualcosa
di feroce, lascia tutto al proprio posto, ed è questo che spezza
il respiro. Non il vuoto, ma la presenza delle cose rimaste.
Spesso la lettura di un libro è l’innesto di un dialogo a più voci, una camera d’eco in cui l’autore è solo artefice di un ordito collettivo in cui la scrittura diventa misura ontologica della vita stessa. Crimini della sicurezza, (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2026) di Yuleisy Cruz Lezcano nasce dal bisogno di conservare sulla pagina scritta geometrie di vite che si sono scontrate con un limite d’ombra improvviso, dall’urgenza di riannodare fili di esistenze spezzate senza addii. Chi resta diventa custode involontario di un transito violento dove il vuoto si fa sostanza viva, eco dolorosa che risuona in ogni angolo della quotidianità. Parlare di morti sul lavoro è concepire un’ idea della letteratura come strumento di testimonianza civile e di indagine etico-sociale, nella convinzione che essa abbia soprattutto il ruolo politico di illuminare realtà rimosse o poco evidenziate dal discorso pubblico. Dopo l’indignazione, la rabbia, lo shock emotivo, l’empatia solidale, cosa resta? “La vita comincia quando smettiamo di guardarla attraverso uno schermo”: in questa affermazione dell’autrice c’è la sostanza di una poesia civile autentica, canto d’uccello che attraversa il vuoto lasciato da un uomo , flusso di evocazioni visive che trasformano la rabbia in missione etica. In questa sua ultima prova letteraria l’autrice s’interroga sui limiti della sensibilità umana nei confronti dei drammi sociali. In un’epoca di saturazione visiva generata dai mass-media, i meccanismi del nostro sguardo sono alterati, anestetizzati. Ogni incidente sul lavoro non è solo cronaca ma una perdita di relazioni, sogni, affetti. È un omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza (…l’inferno dei poveri/costruisce il paradiso dei ricchi/che non smettono mai di “ammobiliarlo”/ con quadri e cornici d’ossa.) in un sistema fondato sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’abbattimento dei costi.
In questo libro, Yuleisy Cruz Lezcano conferma con la stessa passione e perseveranza il suo atto di fede letteraria: Credo che la letteratura abbia ancora il compito di guardare dove spesso lo sguardo collettivo si ritrae: nei cantieri, nelle fabbriche, nei reparti industriali, nei luoghi in cui il lavoro dovrebbe significare dignità e invece troppo spesso diventa ferita. – come si legge nella nota iniziale a questo canzoniere del dolore, attraversamento nella terra di nessuno, paesaggio di sofferenze paragonabili a quelle post-belliche, dove regna il rifiuto della realtà, si attende un rumore di passi, una chiave che gira nella serratura, uno squillo del telefono. Poi lentamente arriva il gelo e il sole non scalda più. Le giornate perdono significato e le parole degli altri sembrano provenire da molto lontano. Per una madre che ha perso un figlio, per una donna che ha perso il suo compagno di vita, ci sono promesse di verità da raggiungere che tengono in piedi più delle ossa. Ma di quale verità parliamo? Quella di un governo che emana provvedimenti tardivi o insufficienti a contrastare i numerosi incidenti sul lavoro? Di famiglie che finiscono in labirinti giudiziari, in procedimenti lunghissimi che richiedono risorse economiche ingenti non possedute ?: […]. I giornali parlano, parlano,/le istituzioni parlano, parlano,/e le parole non legano le orecchie sorde./Cose da nulla,/nude come un passero in mezzo a urla,/cadute tra ferri e tessuti in corsa,/tra ingranaggi che non sanno fermarsi./Una giovane operaia resta nel filo del tempo,/nel respiro interrotto di un orditoio,/dove la luce diventa lama/e il lavoro si chiude come una porta improvvisa./Poi arrivano i processi, le carte, le formule,/le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica,/le responsabilità che cambiano direzione/come vento tra impalcature di parole./Assolto chi era nel margine del meccanismo,/assolto il gesto che non si riconosce,/mentre il ferro continua a ricordare/ciò che la giustizia divide in frammenti./……
L’eco della quotidianità ritorna nelle vignette di Vauro Senesi che accompagnando il testo con la loro potenza metaforica e la loro funzione di “allontanamento ironico”, si pongono come un esercizio di respiro profondo nell’ abbracciare stratificazioni di senso. I racconti di cronaca, presentati con adesione accorta e nitida alla realtà dei fatti, rimbalzano nel ritmo vitale di testi poetici che recuperato il dato reale, creano un cortocircuito intellettuale. La poesia è guida, non rifugio : genera una voce che attraversata da altri “io “, diventa respiro di tutte le altre voci . Un crimine fa notizia solo quando le modalità o il numero delle vittime muovono il sentimento popolare ma gli altri, quelli che muoiono “alla spicciolata”, spesso restano invisibili. La poesia allora deve rompere il silenzio, diventare bara d’amore per chi resta a misurare il vuoto, far scorrere nomi nella voce dei vivi, raccogliere sogni mai vissuti, custodire piccoli mondi, recuperare piccole memorie, richiamare alla cura che salva la vita, difendere dall’oltraggio della morte […]. Più in là della morte,/c’è la morte./Più in qua della vita, /c’era ciò che si poteva:/un abbraccio,/ una paga giusta,/ una strada più sicura. /Ma il mondo mente./ C’è una bugia strutturale/ nascosta dentro un capannone/, una fragola che esplode confondendo l’urlo/ con l’allarme guasto. Yuleisy Cruz Lezcano sceglie l’ibridazione di generi diversi e mescola piani temporali, passando da quello documentaristico e oggettivo a quello soggettivo ed emotivo della rielaborazione . Sottrae la morte alla statistica , trasforma la rievocazione cronachistica in una poesia oscillante tra memoria e responsabilità collettiva : […]chi coltiva la cultura della cura / se il lavoro è catena e non giardino ? […].
In questo rosario di carne che si sfila sul ciglio dell’ennesimo cantiere , oltre a storie ben note come quella di Luana d’Orazio, stritolata nell’ingranaggio di un orditoio della fabbrica in cui lavorava, a Montemurlo, si ricompongono nella mente del lettore, una dopo l’altra , immagini vibranti da una parola che attraversa tutte le dimensioni del pensiero, da quello reale a quello simbolico-metaforico, senza filtri, senza diaframmi. E rivediamo Kevin Laganà , con le sue giovani mani rovinate dal ferro mentre lavora piegato sulle rotaie dei cantieri ferroviari con la naturalezza di chi ha imparato presto la fatica delle fredde notti d’inverno o sotto il sole cattivo dell’estate. Ritroviamo Anila Grishaj , con i suoi sogni semplici e tenaci, quelli di chi cresce imparando che nulla arriva senza cura. Morirà schiacciata da un macchinario per l’imballaggio . Immaginiamo con terrore Annamaria Galusca Kadar, bracciante agricola di origine romena mentre muore schiacciata tra un trattore e un carrello in un’azienda agricola di Volania. Vite di giovanissimi lavoratori destinate a diventare dettagli trascurabili del mondo ma anche di anziani morti sul lavoro per affrontare un costo della vita che cresce e una pensione che non compensa . E ancora tante altre perdite umane che si inseriscono in una dinamica sempre più frequente , legata agli incidenti stradali nei percorsi casa-lavoro, al termine di faticose ed estenuanti giornate di lavoro notturno. Un taglio netto di desideri, responsabilità, slanci e promesse di un lavoro maledetto da chi resta .Vite presto dimenticate che dopo aver abitato le pagine dei giornali, rivivono nella poesia come astri sfuggenti, tracce luminose nell’abisso. La poesia diventa gesto di vicinanza, tentativo di trasformare la perdita in testimonianza, possibilità di restituire dignità e attenzione a chi ha pagato con la vita quel lavoro che avrebbe dovuto garantirgliela.
La cronaca informa, scuote, spaventa, i versi aprono canali emotivi che generano connessioni. Contribuire al cambiamento può diventare per la comunità uno stile di vita. Forza, vigore, ma anche delicatezza e compassione si fondono in una lingua vibrante , a tratti cruda ma viva ed espressiva. Yuleisy Cruz Lezcano adotta un modello testuale autentico che nasce dal suo offrire la parola ai familiari delle vittime, con senso di prossimità, di enunciazione di una realtà nella quale ritrovarsi per poi meditarne l’allontanamento, alla ricerca di una riflessione personale lucida, accorata, rimaneggiata nell’officina della poesia . La sua personalità generosa , attenta alla condizione delle fasce sociali più deboli, il suo impegno in prima linea contro la violenza di genere, contro l’isolamento tra l’Europa e l’America Latina , si manifesta in quel suo donare attenzione, ascolto, tempo, energia e presenza durante incontri ed iniziative culturali in varie città italiane. Attraverso un dettagliato riscontro scritto, l’autrice ha voluto condividere le proprie riflessioni sulle seguenti domande :
C’è una dimensione politica e civile nella tua poesia, nel modo in cui osservi e interroghi la cronaca e il modo in cui i sistemi mediatici plasmano la nostra “breve attenzione”. Oggi la militanza politica tradizionale è in declino e, laddove sopravvive, appare più polarizzata. In un panorama così incerto, è davvero possibile far riflettere la collettività attraverso una forma di poesia civile?
Credo che la poesia civile sia ancora possibile e, proprio per la complessità della società contemporanea, sia oggi particolarmente necessaria. Non penso però alla poesia civile come a una poesia di propaganda o come a una forma di militanza politica trasferita semplicemente sulla pagina. La considero piuttosto una poesia capace di assumersi la responsabilità di leggere il proprio tempo, di interrogare i processi storici e sociali che lo attraversano e di mettersi dalla parte di quelle esistenze che, dentro questi processi, diventano più fragili, più esposte, più facilmente cancellabili. La società nella quale viviamo è profondamente diversa da quella che aveva prodotto le grandi forme novecentesche, forse è proprio questa la differenza tra una poesia semplicemente attenta all’attualità e una poesia civile. L’attualità passa; la poesia cerca ciò che, dentro l’attualità, rivela una struttura più profonda della società. Un incidente sul lavoro, preso singolarmente, è un fatto, ma quando gli incidenti si ripetono, quando coinvolgono determinati settori, determinate condizioni contrattuali, determinati livelli di precarietà, quando la ricerca della produttività entra in conflitto con la sicurezza, allora quel fatto individuale diventa il sintomo di una questione collettiva. La poesia può partire dall’evento concreto per arrivare alla domanda che quell’evento contiene. Lo stesso accade con la migrazione. Un uomo o una donna che attraversano una frontiera sono una storia individuale; milioni di persone costrette a spostarsi per guerre, povertà, persecuzioni o trasformazioni economiche costituiscono invece un fenomeno storico e geopolitico. Ma se ci limitiamo al dato numerico perdiamo la persona, mentre se raccontiamo soltanto la singola persona rischiamo di non comprendere le cause che hanno prodotto quella migrazione. La letteratura può tenere insieme entrambe le dimensioni: il destino individuale e la storia collettiva. È questa relazione tra microstoria e macrostoria che mi interessa. Credo che il poeta debba avere la capacità di osservare il dettaglio senza perdere il quadro generale. Una scarpa abbandonata può raccontare una vita, ma può anche raccontare un sistema economico, una guerra, una migrazione, una forma di esclusione. Un corpo può diventare una metafora, ma prima di diventare metafora è un corpo reale, appartenuto a una persona reale. Per questo sento sempre la necessità di mantenere un rapporto etico con la realtà da cui parto. La poesia civile, allora, non è per me una poesia che “usa” la sofferenza per produrre emozione, è, invece, una poesia che cerca di trasformare l’emozione in conoscenza. Questo passaggio è fondamentale, commuovere non basta. La letteratura deve riuscire, attraverso la forma, a farci comprendere qualcosa che prima non vedevamo o che vedevamo soltanto superficialmente. È qui che la poesia può diventare conoscenza. E proprio la forma poetica permette di farlo in un modo che non coincide né con il giornalismo né con il saggio sociologico. La poesia lavora sulle immagini, sulle analogie, sulle omissioni, sul ritmo, sulle pause, sulla memoria, sulle contraddizioni del linguaggio. Può mettere accanto due realtà lontane e far emergere una relazione che il discorso razionale non aveva ancora percepito. Per questo considero importante anche l’ibridazione dei generi. Il mio lavoro non nasce dalla volontà di rispettare un confine rigido tra poesia e cronaca. Viviamo in un’epoca nella quale anche il nostro modo di percepire la realtà è ibrido: leggiamo un articolo, vediamo un’immagine, ascoltiamo una testimonianza, riceviamo un video, incontriamo una statistica. Tutto questo materiale entra nella nostra esperienza del mondo.
Se nel Novecento la poesia civile parlava spesso a nome di grandi collettività ideologiche (i partiti, le classi sociali), oggi, a quale “noi” si rivolgono i tuoi versi poetici ?
Se nel Novecento la poesia civile parlava spesso a nome di grandi collettività, la classe operaia, il popolo, il partito, una comunità ideologica, oggi quel “noi” è diventato molto più complesso e, forse, proprio per questo più necessario. Non credo più in un “noi” omogeneo, capace di riconoscersi in una sola ideologia o in una sola appartenenza. Il mio è un noi plurale, attraversato dalle differenze, dalle migrazioni, dalle disuguaglianze, dalle fragilità e dai conflitti della società contemporanea. La poesia civile del Novecento ha avuto grandi maestri che hanno sentito fortemente la necessità di parlare dentro la storia. Penso, in Italia, a Quasimodo, a Pasolini, a Fortini, a Pagliarani; penso alla poesia sociale spagnola di Blas de Otero, Gabriel Celaya, Ángela Figuera e José Hierro; e, in America Latina, a César Vallejo, Pablo Neruda, Gabriela Mistral, Ernesto Cardenal, Roque Dalton. Naturalmente sono esperienze molto diverse, ma in molti di questi poeti la parola nasce dal confronto con una realtà storica precisa e con una comunità alla quale il poeta sente di appartenere o verso la quale sente una responsabilità. Blas de Otero, per esempio, cerca una poesia capace di uscire dalla dimensione individuale e di farsi parola di una società che vive la repressione e aspira alla libertà. Vallejo porta nella poesia la sofferenza degli ultimi, degli oppressi, dei lavoratori, ma lo fa trasformando la sofferenza collettiva in esperienza profondamente umana. Neruda, soprattutto nel Canto general, costruisce una grande memoria dell’America Latina nella quale entrano la storia dei popoli, i lavoratori, i minatori, gli esclusi, le violenze della conquista e quelle del potere. In Gabriela Mistral, invece, anche il lavoro e il corpo del lavoratore possono diventare materia poetica e simbolo di dignità. Quella tradizione per me è importante perché dimostra che la poesia civile non è semplicemente poesia che parla di politica ma assume la realtà storica come materia della propria responsabilità. Oggi, però, il mondo nel quale scriviamo è profondamente cambiato. Viviamo dentro società molto più mobili e complesse. La globalizzazione ha moltiplicato gli incontri tra culture, lingue e identità, ma non ha eliminato le disuguaglianze. Al contrario, accanto alla possibilità dell’incontro sono aumentate le tensioni identitarie, le derive razziste e discriminatorie, le paure nei confronti dell’altro. Contemporaneamente, la ricerca esasperata della produttività e dell’efficienza ha trasformato il modo in cui guardiamo al lavoro e alla persona che lavora. Il lavoratore rischia di diventare una prestazione, un dato, un numero. E quando muore, rischia di diventare una cifra dentro una statistica. Ho fatto questa premessa per fare capire quello che perseguo, perché il mio “noi” nasce già con una intenzione, deve essere messo alla prova dalla realtà. Sono convinta che non basti voler stare dalla parte degli ultimi: bisogna interrogarsi su come li si guarda, su quali parole si utilizzano, su quali immagini si scelgono per raccontarli e la poesia civile porta con sé una responsabilità dello sguardo e chiede al lettore di assumere una posizione, cioè gli chiede di guardare.
Nel libro si assiste ad una vera e proprie metamorfosi della cronaca. Come si alimenta il processo in cui essa diviene “carne” ed “energia” che plasma la forma poetica?
La cronaca è il punto di partenza, ma non è ancora poesia. Tra il fatto e il verso avviene una trasformazione profonda, la realtà entra nella scrittura con la sua concretezza, ma viene attraversata dalla memoria, dall’immaginazione, dall’emozione, dalla riflessione e soprattutto dalla lingua. È in questo passaggio che la cronaca diventa “carne” ed “energia” della poesia. Quando parto da un fatto reale, innanzitutto cerco di non perdere la sua concretezza. Ci sono un nome, un’età, un luogo, un mestiere, una famiglia, una macchina, un cantiere, una strada, un’ora del giorno. Sono elementi apparentemente documentari, ma possono diventare nuclei poetici. La poesia non ha bisogno di allontanarsi dalla realtà per diventare poesia; spesso deve penetrarla più profondamente. Il primo gesto, quindi, è quello dell’attenzione. Una notizia normalmente risponde alle domande fondamentali della cronaca: chi, dove, quando, che cosa è accaduto. La poesia comincia quando, partendo da quelle informazioni, si pone altre domande: chi era quella persona prima di diventare una notizia? Quali gesti compiva ogni giorno? Che cosa rimane nella casa dopo la sua morte? Quali parole non sono state dette? Che cosa accade alla memoria di quella persona quando l’attenzione dei giornali si sposta altrove? È in questo spazio che il fatto comincia a diventare esperienza poetica. Non si tratta, però, di inventare una realtà diversa. Quando lavoro su una vicenda reale sento una forte responsabilità nei confronti delle persone coinvolte. La poesia può trasformare il dato, ma non deve falsificarlo. Il poeta non deve aggiungere una verità che non conosce: deve cercare, attraverso gli strumenti della poesia, la verità umana contenuta nel fatto.
Rossella Nicolò