“Quando l’ho guardata stava sorridendo. Ed era un sorriso che mi sembrava d’aver visto una volta sola, forse in una fotografia al mare, lei con un cappello di paglia, i piedi nudi nella sabbia, e un’ombra accanto, forse mio padre, forse lo zio”.
È in libreria La madre del mare di Marco Franzoso (Mondadori 2026, pp. 216, € 19).
Una famiglia ferita che si ricostruisce dopo anni. Una madre che dopo quindici anni ritorna dai suoi figli.
Quanto sono profondi i rapporti tra figlio e genitore? Una donna fragile ritorna dai suoi figli e trova attenzione e compassione:
“Non era un’onda, non era il movimento di risucchio del mare, era una diga e io non l’avevo vista. L’acqua aveva continuato ad accumularsi per anni, era cresciuta di livello fino a quando è bastato il peso di una stupida frase per abbatterla, la diga, e con lei l’acqua, tutta, che con una forza non più governabile si era sversata fuori, nel mondo, su di me”.
È la storia di chi sente il peso di tutta la famiglia:
“Tutti con qualcosa da chiedere: tanti pesi scaricati sulle deboli spalle della mamma. Che a un certo punto non hanno retto più”.
E poi la scelta di sparire come atto d’amore:
“Non ho fatto niente, Emma. Niente. Mi sono lasciata portare via la vita, perché era l’unico modo per liberarvi, salvarvi da me e permettervi di essere felici”.
La storia di una famiglia che ripara la sua frattura, che perdona ma ricorda, che affronta il dolore guardandolo negli occhi. Un romanzo sull’amore familiare: sulle premure, sul coraggio e sulla forza di chi sceglie di non lasciare indietro nessuno.
Carlo Tortarolo
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Parlavano a bassa voce. Dopo alcuni minuti Emma le ha dato un bacio, il primo della vita, forse, con le dita le ha pettinato all’indietro i capelli bagnati. Non l’aveva mai fatto.
Dalla mia posizione sembravano due sorelle, due sagome scure in controluce, mezzi busti tagliati dai mille riflessi del mare, il sole dietro di loro abbagliava, accecava. Due presenze immateriali ritagliate dal mare immobile mentre tutto intorno friggeva, esplodeva di luce.
Come le decine di aquiloni sparati nel cielo lontano della prima spiaggia, farfalle di carta incollate male su un fondale traslucido.
Come il paracadute che si è alzato al traino di un motoscafo, un fungo sintetico e multicolore che sbocciava accelerato. Come i gabbiani scomposti, legnosi,
felici per il solo fatto di svirgolare nell’aria.
Un banco di minuscoli pesci dagli infiniti luccichii nuotava vicino a me, libellule acquatiche. Ho agitato l’acqua con la mano, sono scattati via e subito sono tornati. Il banco si è ricomposto ancora, io ero qualcosa come la loro casa. Il loro habitat era la mia gamba.
Ho lasciato gli altri, sono tornato su. Mi sono steso sull’asciugamano di Emma, al sole, non sotto l’ombrellone. Le ho guardate. La mamma ed Emma, due sorelle ritrovate dopo un’assenza troppo lunga. Riconciliate. Ho pensato a quando Emma se ne era andata di casa per farsi la sua vita prima possibile. Aveva fatto bene, era il suo destino, bastava accettarlo. Io ero rimasto, era il mio destino, come aveva detto la mamma. Ciascuno il suo, non serve opporsi.
Parlavano, si sussurravano parole e frasi che solo loro sentivano, vicine, sospese sui busti tagliati dalla superficie dell’acqua.
La mamma ha preso le mani di Emma e le ha immerse, e io ho immaginato le mani di Emma stringere sott’acqua quelle della mamma, con una forza mitigata da uno strano pudore.
Poi la mamma ha liberato le mani, si è staccata da Emma e si è sciacquata il viso. Ha fatto per uscire dall’acqua, madopo due passi si è girata verso di lei. Ho intuito il suo sorriso, l’ho visto riflesso nel volto di Emma, nel mare, neglispecchi di luce, nel vento basso.
Con una lentezza straziante le ha fatto una carezza materna sul viso, quasi avesse voluto fermare il tempo, o farlo ripartire dall’inizio, con una nuova scena, più brillante e vivida dell’originale.
Si sono strette per un tempo infinito, si sono sussurrate parole leggere, corpo contro corpo, guancia contro guancia. Ho immaginato che abbiano chiuso gli occhi per sentire meglio la voce dell’altra. Hanno trattenuto il respiro per non disperdere nulla nell’aria. Sono rimaste immobili nell’acqua immobile, fuse con il mare, ormai fuori dal tempo, nell’eternità di certi istanti che la vita a volte regala.
Eccolo il tempo fermo che avevamo atteso e cercato da sempre. Perché non è vero che il tempo necessariamente scorre e fluisce via, alle volte basta volerlo e lo possiamo inceppare, bloccare, trattenere senza che ci sfugga come sabbia tra le dita, e senza che poi senta il dovere di vendicarsi.
Prendendola per i fianchi la mamma ha allontanato il viso da quello di Emma. L’ha guardata per imprimersi persempre quell’immagine nella memoria. Non so se hanno continuato a sussurrarsi parole o sono rimaste in silenzio. Ora non vedevo altro se non la luce che copriva tutto.
Ha fatto mezzo passo indietro e le ha dato un bacio, l’ha accarezzata ancora sulla guancia, le ha sistemato i capelli come prima aveva fatto Emma con lei. Un gesto di madre. Il suo.
Poi si è girata ed è uscita dal mare. Mi ha cercato con gli occhi, l’ho salutata con la mano. Ha sorriso, fatto il segno di ok con il pollice alzato, un gesto che non era da lei, mai visto. O meglio. Il gesto, l’espressione della mamma di prima che arrivassimo noi.
Eccola. Bentornata.
Ho risposto con lo stesso gesto del pollice. Sono tornato anch’io, esisto, eccomi.
Era una vittoria, non solo del tempo, che brucia il presente. Era una vittoria fuori dal tempo della mamma.
E da quel momento il tempo ha ripreso a srotolarsi naturale davanti a noi.
La mamma è andata all’ombrellone, si è asciugata e si è seduta a guardarci, nella stessa posizione di allora, della madre di prima.
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