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Diego Protani. Quando l’Italia si Arrapaho con gli Squallor

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Un libro un po’ datato (per carità, quattro anni appena, che però, in quest’epoca nella quale ci troviamo calati, vuol dire “centinaia di migliaia di libri fa” – un’indagine de “Il Sole 24 ORE” del 31 dicembre 2023 riporta i numeri spaventosi di 282 nuovi titoli giornalieri, che fa circa 85.000, 102.000, cifra irreale, nuovi titoli annuali se nel computo si considerano anche gli e-book!) la cui tematica centrale è tornata recentemente in auge. Sì, perché immagino molti di voi siano al corrente del ritorno nelle sale cinematografiche, in versione restaurata grazie all’impegno della Fondazione Cineteca di Bologna, di Arrapaho (1984), ritenuto dal critico cinematografico Morando Morandini “il film più brutto della storia del cinema italiano”, a sua volta ispirato ad un album omonimo dell’anno precedente degli Squallor, alternativamente definibili o ghost band o supergruppo, composto da numi tutelari del mondo musicale italiano (il discografico Alfredo Cerruti, i parolieri Daniele Pace e Giancarlo Bigazzi, il compositore Gaetano “Totò” Savio – la cui moglie Jacqueline Schweitzer è autrice della Prefazione e in chiusura si trova la “Testimonianza” della moglie di un altro Squallor, Gianna Albini coniugata Bigazzi – e, per i primissimi tempi, Elio Gariboldi, altro discografico): di giorno creatori e/o produttori, assieme o singolarmente, di successi della musica italiana da centinaia di migliaia (quando non milioni) di copie vendute – da “Cuore matto” per Little Tony a “E la luna bussò” per Loredana Bertè passando per “Maledetta primavera” per Loretta Goggi e innumerevoli altri, ne cito un altro soltanto: “Cirano” di Guccini – , di notte demolitori di ogni umano rispetto nonché dissacratori di quei successi che loro stessi avevano contribuito a rendere tali al suono di canzoni insensate, maleducate e sboccate, pregne di turpiloquio e riferimenti sessuali che definire espliciti è un diminutivo, ma in una maniera talmente incredibile ed inaspettata che le volgarità e le turpitudini di cui i loro album pullulavano, facendo, come si suol dire, il giro e superando ampiamente il confine dell’inascoltabile, diventavano quasi pure, innocenti: degli amici che si divertivano assieme a dire ciascuno la parolaccia peggiore che gli veniva in mente! Eppure, quello che era nato come un “dopolavoro per professionisti della musica”, darà alla luce, tra 1973 e 1994, 14 album più 7 raccolte (per chi non li conoscesse, cito i titoli dei primi cinque, incisi tra 1973 e 1978, giusto per comprendere di chi – e cosa – si stia parlando: Troia, Palle, Vacca, Pompa e Cappelle, dei quali, per ottenere una contezza il più completa possibile, vi invito a visionare anche le copertine), dove il becerismo dei testi (pur con alcune eccezioni, ad esempio il primo singolo del gruppo, “38 luglio” del 1971, poi confluito nel primo album) va di pari passo con una ricerca musicale che in effetti, da dei professionisti come loro, ci si aspetta!

Tornando ad Arrapaho film, “disastrosamente diretto da Ciro Ippolito” così come segnalato in apertura di pellicola e realizzato con un budget ridottissimo in appena due settimane di riprese, esso, stringendo al massimo, narra delle avventure amorose che vedono protagonisti i membri di due tribù di nativi americani (nomina omina): gli Arrapaho da cui il titolo (effettivamente esistette una tribù denominata Arapaho, con una r sola, storicamente abitante le Grandi Pianure tra Colorado e Wyoming, ma il nome fu acconciamente modificato) e i Frocheyenne; e vide nel cast attoriale, in ruoli più o meno importanti – il più importante lo ricoprì Daniele Pace, che fu Palla Pesante, capo dell’altra tribù coinvolta nelle vicende narrate, i Cefaloni, e padre di una delle protagoniste, Scella Pezzata – tutti e quattro gli Squallor. Rattristato dal fatto che, a meno di uscire dalla mia comfort-zone geografica – cosa che ultimamente faccio di rado e quasi sempre malvolentieri –, Arrapaho in versione restaurata non lo potrò visionare, non essendoci sale cinematografiche, né a Verona città e neppure in provincia, che lo proiettino, altresì la mia mestizia è stata parzialmente mitigata dall’essere venuto fortunosamente in possesso di una copia di questo libro di Diego Protani, nella cui lettura mi sono gettato a capofitto. E però, come sovente mi accade, sono proprio i libri sui quali mi catapulto come le mosche sul miele a lasciarmi, paradossalmente, un non so che di amaro in bocca! Al netto del fatto che il riferimento al film è stato inserito nel titolo pare per fungere da attrattiva (e non c’è assolutamente nulla di male, tanto più che di cenni alla pellicola se ne fanno eccome, ma non aspettatevi un libro su Arrapaho – per quanto può benissimo essere che, il fatto che lo dovesse essere, sia una cosa che mi aspettavo io solo), insomma, per avere il là per trattare – altra benemerenza – un po’ più approfonditamente (ma al contempo genericamente) degli Squallor in sé, è la difficoltà della lettura che mi ha in alcune parti addirittura sconvolto. Mi spiego meglio: il lavoro si compone di una serie di interviste a personaggi che direttamente o indirettamente, lavorativamente o “geograficamente”, hanno avuto a che fare con gli Squallor, o almeno con alcuni dei componenti del gruppo, intervallate da interventi e/o specifiche dell’Autore. Ebbene, specialmente le interviste, che io credo si siano svolte quasi tutte per telefono, risultano ostiche alla lettura, con salti temporali nei verbi, omissioni dei soggetti e riferimenti saltuari, senza capo né coda: tutte cose che, nel parlato, possono non disturbare, ma trasporre per iscritto un dialogo orale non significa meramente “sbobinare” ed imprimere su carta, vanno operati quegli accorgimenti necessari per rendere la lettura in primis agevole ma soprattutto piacevole. Certo, anche ad alcuni degli interventi di Diego Protani una rilettura in più non avrebbe fatto male, ma nessuno è perfetto, tanto meno il sottoscritto, che senz’altro qualche ripetizione e qualche refuso se li sarà lasciati sfuggire all’interno di questa recensione. Ad ogni modo, le mie impressioni finali (non parlo di giudizi dacché non sono nessuno per darne) divergono parecchio da quelle che mi sarei aspettato di formulare appena aperto il libro: ci si ritrova fra le mani un lavoro che pare essere stato composto alla bell’e meglio, in velocità, per cavalcare un’onda che, andando a ritroso con la memoria, non mi capacito di quale potesse essere nel 2022 (l’evento “squalloriano” più ravvicinato, per quanto triste, è la scomparsa dell’ultimo membro del gruppo rimasto in vita, Alfredo Cerruti, due anni prima, nel 2020, ma l’ipotesi non regge); qualche cura in più – per quanto capisca benissimo che, essendo “cura” un sinonimo di “tempo”, perlomeno in ambito editoriale, questo mondo sia una giungla dove, se non “produce”, il piccolo viene fagocitato dal grande – avrebbe sicuramente reso più onore ancora a quelli che, lungi dall’essere stati soltanto dei buontemponi a cui piaceva dire le parolacce, furono “gente di grande cultura”, così come li descrive Andy Luotto a Protani nell’intervista un estrapolato dalla quale è leggibile in quarta di copertina.

Alberto De Marchi

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Diego Protani, “Quando l’Italia si Arrapaho con gli Squallor”, LFA Publisher, 2022, 123 pagine, 15 euro

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