Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri. Chievo, un delitto perfetto. La verità di Luca Campedelli

Home / Recensioni / Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri. Chievo, un delitto perfetto. La verità di Luca Campedelli

Dopo aver esordito qui su “Satisfiction” – era il novembre dell’annus horribilis 2020 – proponendo per diverso tempo recensioni a saggi di natura prettamente storica (nelle sue più varie declinazioni, ma sempre con quel minimo comun denominatore, la Storia appunto, che rappresenta innanzitutto la mia passione e in secundis quella che è la base della mia formazione), essermi successivamente, di tanto in tanto, spinto verso territori romanzeschi e musicali e, ultimamente, addirittura in quello dei libri di critica enogastronomica, mi misurerò fra questa righe – credo una tantum – con un testo d’argomento sportivo che però, a modo suo, coinvolge una parte, per quanto infinitesimale, di storia “cittadina” (della mia città, che è Verona, e il perché dell’aggettivo tra virgolette verrà successivamente compreso).

Altra premessa doverosa, che forse somiglierà ad una excusatio non petita ma non posso esimermi dal farla, è che la squadra di calcio della cui fine ingloriosa il libro tratta, non è mai stata la “mia”, per quanto il sottoscritto non possa negare che, per un certo lasso di tempo, ne abbia subito almeno il fascino oggettivo, stante l’assoluta unicità della sua storia – e poi, quelli che sono stati e sono i miei maestri, tra le molte cose che mi hanno insegnato (sperando di averne appresa almeno qualcuna), anche quando in disaccordo tra di loro su molto per non dire tutto, hanno sempre messo al primo posto la necessità di leggere di e su tutto per formarsi il proprio punto di vista (certo, potrà sembrare una banalità, ma di questi tempi…).

Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri, loro sì giornalisti sportivi sul serio – la prima alla “Gazzetta dello Sport” dal 2002, il secondo per trentacinque anni sulle pagine sportive del quotidiano veronese “L’Arena” e conduttore di programmi tematici sulla rete televisiva locale TeleArena –, curano quello che, almeno da pagina 17 a pagina 155, è la sistematizzazione su carta di un flusso di coscienza di Luca Campedelli, Presidente dal 1992, quando la ereditò dal padre Luigi, al 2022, un anno dopo il fallimento societario, di quella squadra – ufficialmente, l’AC ChievoVerona 1929 – che, partita dai campionati dilettantistici sui campetti di periferia, è riuscita a giungere, per un brevissimo lasso di tempo, in Europa, nel 2002-03 (preliminari di Coppa UEFA, l’attuale Europa League) e poi nel 2006-07 (preliminari di Champions League, questi grazie al quarto posto nella classifica di Serie A ottenuto in seguito alla sentenza del caso Calciopoli che decretò la discesa nella serie cadetta per la Juventus), sembrava pretendere – anche se Campedelli dichiara non essere mai stato nelle sue intenzioni – di scalzare l’Hellas Verona dal primo posto nel gotha, almeno sentimentale, del calcio scaligero.

Luca Campedelli non fa preamboli, né utilizza giri di parole: dichiara invece apertamente che, a suo avviso, il Chievo “è stato fatto finire”, e c’è da dire che, messi di fronte alle prove che l’ex Presidente presenta, risulta arduo dargli del tutto torto, dal momento che, ad altre società medio-piccole e piccole, come lo era il Chievo, attenzionate dagli organismi che sovrintendono al calcio italiano (per il quale Campedelli ha tutto fuorché parole al miele) per gli stessi motivi per cui lo era la veronese, fu dato tutto il tempo di risolvere le varie questioni pendenti e “rimettersi in pari” (qualsiasi cosa volesse dire); al Chievo no perché “tanto, il Chievo ‘è solo un’idea’, figlia di un quartiere. Il dolore per la sua scomparsa durerà meno di un tempo supplementare… Così hanno fatto finire una favola” commenta mestamente il nostro.

Forse, questo sì, Campedelli insiste un po’ troppo su una visione che, se il termine non fosse al giorno d’oggi eccessivamente abusato, non esiterei a definire (quasi) complottista – per quanto neppure manchi di confessare molto sinceramente quelle che sono state le sue mancanze, perché “quando si spezza un filo, quando termina una storia d’amore […], la ragione e le colpe non stanno da una parte sola” si legge a pag. 14, nell’Introduzione -, però la sostanza di quanto da egli fatto mettere su carta non cambia, vedansi soprattutto i capitoli dedicati al “caso plusvalenze” (risalente al 2018), a sua detta il “peccato originale” del Chievo (per quanto non addebitabile al solo Chievo) – assieme al “caso Eriberto-Luciano” del 2002 – che lo ha iniziato a far vedere di mal occhio dai vertici del calcio nazionale.

Le pagine dalla 157 alla 192 contengono gli interventi – raccolti sotto il titolo “L’album dei ricordi” – di quanti hanno avuto a che fare, per poco o tanto tempo, come giocatori, dirigenti, allenatori o anche in tutti questi ruoli, col Chievo in una o più delle sue manifestazioni: interessanti soprattutto quelli di Sergio Pellissier (pagg. 185-6) e Giovanni Sartori (pagg. 187-190), nei confronti dei quali Campedelli, lungo il flusso di coscienza di cui sopra, si toglie un bel po’ di sassolini dalle scarpe – sassolini dalle scarpe che si toglie anche nel parlare dei tifosi, nel capitolo (pagg. 143-147) significativamente titolato “I tifosi? Hanno fatto il funerale al Chievo”, rivelando addirittura, nei momenti più duri e bui, di aver ricevuto più solidarietà da alcuni tifosi dell’Hellas Verona che dai “suoi”, dai quali era considerato, essenzialmente, “l’unico deficiente che ha fatto sparire il Chievo”.

Chiude la “Tribuna stampa” (pagg. 193-213), memorie sul Chievo da parte di giornalisti – attivi sulla carta stampata, in radio, in televisione – che ne seguirono e ne descrissero, alcuni per mero interesse professionale, altri per vera e propria compartecipazione emotiva, l’ascesa e il declino.

Di tutti i concetti espressi lungo le pagine del testo, con uno mi trovo totalmente in accordo: la presenza anche del ChievoVerona nella massima serie (sta attualmente disputando, in seguito alla rifondazione del 2024 con la denominazione originaria, dopo un paio d’anni come FC Clivense, il campionato di Serie D) assieme all’Hellas (oggi come oggi in Serie B), davvero conferì alla città un “lusso calcistico” condiviso con poche altre (Milano, Torino, Roma e Genova).

Ad oggi, ricordare i derby della Scala – 17 in totale, 9 disputati in Serie A, 8 in B, 7 vittorie per i mussi volanti, 6 per i butei, 4 match finiti in pareggio, parità dal punto di vista del numero delle reti, 22 da entrambe le sponde dell’Adige – rappresenta poco più che un esercizio di memoria di “vecchie favole di un’epoca un po’ più in là”, come recita la prima strofa di “Verona Beat” dei Gatti di Vicolo Miracoli, brano trasmesso allo Stadio Bentegodi in caso di vittoria casalinga dell’Hellas. Favole che mi auguro possano conoscere presto una continuazione: e ve lo dice chi, nei derby cui ha avuto modo di assistere ha tifato e negli eventuali successivi tiferebbe, non il Chievo!

Alberto De Marchi

#

Fabiana Della Valle, Raffaele Tomelleri, Chievo, un delitto perfetto. La verità di Luca Campedelli, Peoplepub, 2025, 217 pagine, 16 euro

Click to listen highlighted text!