“Disturbante” è l’aggettivo che, più d’impatto, mi sovviene per definire, in una parola, questo “romanzo operaio tra fabbrica e dipendenze” di Saverio Fattori, uscito in prima edizione, per Gaffi, nel 2012 e, prima ancora, pur non nella sua completezza, a puntate sulla webzine “Carmilla online”.
Già il titolo lo è a suo modo, è raro imbattersi in uno costituito solo di cifre (antecedente celeberrimo l’orwelliano 1984); a sapere, poi, cosa questi quattro numeri stiano ad indicare, la sensazione si amplifica ancor di più. Non credo, infatti, di rendermi colpevole del reato di spoiler nel rivelare che le 12:47 del titolo non sono altro che l’orario nel quale il protagonista della vicenda, Ale, ex tecnico del Controllo Qualità demansionato alla catena di montaggio, vuole fare irruzione nella sala mensa aziendale e sparare. Sparare per punirli tutti, senza distinzione; “perché, quando i tuoi amici sono invisibili, quando non si manifestano a viso aperto, allora tutti sono nemici” si legge in quarta di copertina.
La storia è tanto più disturbante perché – parlo adesso a titolo meramente personale – credo che a pochi, leggendo di ciò che Ale è costretto a subire nell’ambiente lavorativo, non verrebbe in mente, nel subire le stesse cose, magari una volta soltanto alla fine di una giornata no e nei recessi più reconditi del proprio inconscio, una cosa simile a quella pensata dal protagonista. Poi certo, fortunatamente – o almeno voglio crederlo – non farebbe seguire alle parole i fatti, e io non dirò – altrimenti, stavolta, l’accusa di spoilerare non me la toglie nessuno – se il nostro lo abbia fatto o meno.
E dire che, vista dal di fuori, la vita di fabbrica, o almeno quella vita di fabbrica, quella che Ale vive da parecchi anni, sembra, se non proprio il migliore dei mondi possibili, sicuramente non il peggiore. Le vicende sembrano infatti svolgersi – anche se la cosa non viene del tutto esplicitata – in quel di Molinella, in provincia di Modena (il paese dov’è nato, dove risiede e dove “vive di fabbrica” l’autore, Saverio Fattori), per quanto luogo centrale del romanzo risulti essere “la Cittadella”, all’interno della quale sta “la Cattedrale”, ovverosia la fabbrica – di assemblaggio di impianti di climatizzazione che andranno montati su modelli di pregiati marchi automobilistici – che dà di fatto da mangiare al paese (e anche, sembra, a qualcuno dei limitrofi). Era Molinella, ai tempi, avamposto socialdemocratico nel bel mezzo dell’Emilia rossa: lì, il PSDI, l’aveva sempre – parliamo chiaramente dei bei tempi primorepubblicani – fatta da padrone, col suo modello di sviluppo soft, distinto tanto dal capitalismo selvaggio quanto dallo stakanovismo imposto dall’ortodossia comunista. Peraltro, non si capisce nemmeno se Ale questo modello – si parla ora di quello della Cittadella, dove, però, pare riproporsi in toto quello di Molinella – lo apprezzi (o comunque abbia apprezzato) o meno, dal momento che, per il puro gusto di irritarla, ad una collega ucraina, Irina, proveniente dunque da uno dei paesi che il cosiddetto “socialismo reale” lo avevano vissuto (o subito che dir si voglia), magnifica, anziché il paradiso socialdemocratico nel quale tutti e due hanno la fortuna di vivere e lavorare (definito “un’isola rosa in un mare rosso”), il resto della rossa Emilia, nella fattispecie la rossissima Reggio Emilia, la quale conta, tra i comuni della propria provincia, la celeberrima (anche grazie ad una canzone degli Offlaga Disco Pax) Cavriago, dove ai tempi “il Partito Comunista prendeva il 74% e la Democrazia Cristiana il 6%” e nella cui piazza, ancor oggi, troneggia un busto del padre della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin, ottenendo insulti ed improperi da parte sua, per la quale “il comunismo […] era solo sinonimo di tristezza. La sua cura poteva essere solo Milano Marittima e i suoi locali”. Sì, sembra proprio che Irina si trovi decisamente meglio di Ale nella Cittadella, il cui slogan, ai tempi, era “Mai con i fascisti, mai con i comunisti”, col risultato di averle prese durante il Ventennio e di aver continuato a prenderle dai rossi successivamente alla cosiddetta Liberazione.
La narrazione prosegue nervosa, a scatti, elettrica, ma con una propria logica sempre presente: si capisce bene che quei tempi – fossero piaciuti o meno ad Ale – sono oramai consegnati alla Storia, ora anche la Cattedrale della Cittadella si deve uniformare al turbocapitalismo postmoderno, salvo mantenere, del passato, esclusivamente gli aspetti negativi, non sia mai. Il protagonista viene declassato da una mansione comunque di tutto riguardo all’ultima ruota del carro, a uno degli ultimi residuati di fordismo mentre il resto della fabbrica veleggia rapida e sicura verso i mari del futuro!
La sopravvivenza di Ale in quell’ambiente – dopo che per anni, se consapevolmente o meno pare non lo sappia neppure lui, ha interpretato il ruolo dell’ “uomo-fabbrica” modello – è garantita, oltre che dall’odio che si fa ogni giorno più viscerale – per il posto, per i colleghi, per i capireparto, per i capoccia, anche per i “facilitatori”, gli unici, nella scala gerarchica aziendale, a stare un po’ più in basso di lui – dall’utilizzo, che sembra però non sfociare mai nell’abuso, di eroina la più pura possibile, o fumata o inalata, giammai iniettata: quello è da tossici senza possibilità di redenzione, a lui la droga serve semplicemente per sopravvivere. Tutto questo andazzo, per certi versi tragico, per altri triste, ma nel quale, bene o male, il nostro sguazza senza particolari problemi né pretese, viene a crollare in seguito all’ingresso, in Cattedrale, del giovane Frank, tanto apprezzato da tutti gli altri quanto visceralmente odiato, a pelle, da Ale, che vede nel giovinastro peggio che una sua nemesi. Dopo un primo periodo di assestamento, invece, il Frank vede in Ale tutt’altro che un nemico, e proprio a partire da questo punto di svolta, che si trova poco dopo la metà della lunghezza del romanzo, inizia a profilarsi all’orizzonte, in un climax ascendentissimo, l’acme della vicenda, fino a giungere ad una conclusione che logicamente non ci si aspetta, ma, provando a ragionare alogicamente (che non vuol dire illogicamente), può addirittura definirsi – ovviamente a posteriori, e certo che così sono capaci tutti – prevedibile!
Un linguaggio crudo, con incursioni non rare nello sboccato e nello scurrile che all’inizio possono anche stranire ma che, in seguito, si comprende essere perfettamente attinente all’economia (che brutta parola) del romanzo, ci guida, anzi, ci traghetta, in meandri che a più persone di quante potremmo immaginare sono familiari. Saverio Fattori riesce benissimo, fra queste pagine, a non fare prigionieri: o bianco o nero, non ci sono sfumature. O ti piace o lo schifi. Proprio come Ale.
Alberto De Marchi
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Saverio Fattori, “12:47”, CN Edizioni, 2025, 196 pagine, 16 euro