Una scrittrice ignorata dai canoni, oggi restituita alla storia letteraria grazie ad un progetto editoriale coordinato da Daniela Brogi. Un libro ad alta densità, dal tono viscerale, ondeggiante tra ironia e malinconia. Pagine intense che illuminano una condizione femminile che ha fortemente risentito e risente ancor oggi di consuetudini patriarcali, di atavici e radicati pregiudizi. Uno sguardo che demolisce ogni cliché imperante nella società degli anni ’50, una voce tagliente che scava nell’animo delle donne con un realismo a tratti spietato, feroce. Anna Banti, (pseudonimo di Lucia Lopresti) con “Le donne muoiono “ripubblicato da Mondadori a quarant’anni dalla sua morte nella collana Oscar Moderni ( postfazione di Giuliana Misserville) , ci racconta diverse identità femminili, divise tra vulnerabilità e orgoglio, forza, fragilità e lacerazioni. Uno “sguardo narrante” che indaga con lucidità tra le pieghe della storia.
Quattro racconLti ambientati in diverse epoche, livelli temporali incrociati: caratteristica evidenziata già primo romanzo, Itinerario di Paolina (1937) che non sfuggì all’attenzione di Emilio Cecchi. Tutto il lavoro della Banti, sia quello di carattere narrativo che quello più teorico- specialistico, pone grande attenzione a complesse personalità femminili che si confrontano con una società modellata “da” e “per” gli uomini, in una grande tela pittorica chiaroscurale che ricorda le raffigurazioni di Artemisia Gentileschi, di cui aveva ricostruito la dolorosa storia in Artemisia (1947). Con le loro scelte di vita subite o compiute, le protagoniste di Le donne muoiono (1951) sono alla ricerca di uno spazio di dignità ed autodeterminazione nel mondo, proprio come la loro autrice, tesa a preservare il suo campo di autonomia ed indipendenza dall’indiscussa notorietà intellettuale del marito, lo storico dell’arte Roberto Longhi. Storie di lotta atavica contro destini spesso avversi, alla ricerca di piccoli angoli di pace, quella che consente di vedere la realtà con il giusto equilibrio. “E viene la pace, una indifferente, leggera pace. Non importa se dura un attimo ma non averla perduta di vista, averla anche oggi, raggiunta, questo conta.” (pag.26). Una pace che si manifesta non in una ricerca intensa, ma in momenti improvvisi di leggerezza e gioia vissuti pienamente, a rallentare il flusso dei pensieri negativi per far emergere quella capacità, tutta femminile, di rimanere “centrate” e in equilibrio, nonostante le difficoltà esterne.
L’acuminata precisione della sua penna di traduttrice, storica e critica d’arte capace di meticolosa analisi, mette in luce fragilità, contraddizioni, riflessioni, senza astratte generalizzazioni ma con parola volta ad indagare giochi di sguardi, dettagli, sfumature. La Banti possiede la capacità di adattare ed armonizzare la lingua alla scena descritta, al “cammino dell’anima”: ora composita ed equilibrata, ora vibrante nell’urgenza di esprimere la cruda verità, colmare vuoti in un allestimento imprevedibile e coinvolgente. Come Virginia Woolf, autrice da lei tradotta e di cui condivide il concetto di “scrittura dell’occhio”, di “canto del mondo reale”, era convinta che solo una donna potesse cambiare finalmente il romanzo moderno, fare della figura femminile un oggetto di racconto diverso da quello degli scrittori-uomini. Obiettivo, questo, perseguibile in ogni forma artistica. Come sottolinea Giuliana Messerville nell’ottima ed accurata postfazione, l’idea che la temporalità potesse essere uno strumento di sovversione per la narrazione, era stata rafforzata proprio dalle riflessioni sulla Woolf. “ La dimensione storica della narrativa bantiana, considerata vicina al romanzo storico, del resto, aveva costituito una vera e propria questione messa a fuoco dalla critica. Tuttavia la Banti, riflettendo a più riprese su quel genere, “cercò di togliersi di dosso quella sviante etichetta di comodo[…] dando modo a Fausta Garavini di attribuirle “ quella meravigliosa disinvoltura con cui […] maneggia la storia, tessuto liso che la sua immaginazione rammenda dove le piace, per il senso e la necessità della sua narrazione, incurante di strappi alla verità documentaria”. (Postfazione, pag. 111).
Il materiale figurativo su cui l’autrice ha costruito la propria formazione, rafforza le sue capacità evocative di fronte alla descrizione non solo dei personaggi trattati, ma anche degli ambienti e delle atmosfere in cui si muovono. In questo senso la storia dell’arte rimane una guida nella sua intera produzione, non solo in quella di carattere specialistico, come dimostra Artemisia, romanzo denso di vere e proprie “citazioni” pittoriche ampiamente riscontrabili. La Banti quindi, interiorizzata la poetica dell’artista, la fa sua, rievocandola nei gesti dei propri personaggi femminili, negli ambienti in cui si muovono, nell’atmosfera quasi materica che respirano: “[…] Da quel giorno il cielo si chiuse come una calotta gelata, la neve prese a scendere minuta e impalpabile sulla terra e sul ghiaccio delle acque, dando allo sguardo il senso di un ordine incantato […].” (da I porci, pag 36) . Oppure crea vere e proprie citazioni artistiche come nella descrizione del giardino in cui “merendavano” le orfanelle dell’Ospedale del Conservatorio della Pietà di Venezia in “ Lavinia fuggita “che ricordano un celebre dipinto di Monet “Erbetta verde fine fine […];alberi di ciliegie lustre e rosse […] C’era il melograno fiorito e l’albicocco , un boschetto, una grotta, una fontana […]..Le giubilate e le sorveglianti si riposavano sulle panche […]” (pag. 86). Non mancano tableaux di sfumature dell’animo, pronti ad offrire una visione di ampio respiro del mondo femminile “Tutte donne : entrano ceffi induriti sotto tocchi matronali, scoscesi pallori in gramaglie, fanciulletti grassi con crani e ciuffi ereditari, ragazzette a catena, zitelle e giovani spose a fuochi spenti.” (pag 8).
Il rapporto con il genere maschile è fondato su dati reali, pone l’accento sugli sbilanciati equilibri di forza, come accade nel racconto che sfocia nella science-fiction e che dà il titolo a questa raccolta, “ Le donne muoiono”, ambientato in un futuro molto lontano, nel 2617. Qui Banti si avvicina in modo personalissimo ad un genere letterario che in Italia doveva ancora trovare adeguato sviluppo. La “meravigliosa conquista dell’umanità”, ovvero la diffusione di una “seconda memoria “che consente di ricordare cose accadute in una vita anteriore, conquista cui l’umanità è giunta per merito dei grandi progressi compiuti, esclude il genere femminile. Questo segno dell’evoluzione della specie umana che regala l’immortalità al genere maschile, nelle donne, invece, tarda a manifestarsi. Antichi e superati rancori sulla condizione femminile risorgono per questa ingiustizia della natura. Dal canto loro gli uomini, resi immortali, perdono interesse alla conservazione della vita, mentre serpeggia il mito arcaico di Eva colpevole e punita. Gli uomini si abituano presto alla nuova separazione, imputandola all’antico pregiudizio del “poco cervello delle donne, del loro umore illogico, della loro debole resistenza nervosa” e fanno a meno di loro. Il genere umano si spacca a metà come una mela e le donne, rifugiandosi in spazi comuni, libere dai legami familiari e certe, al contrario degli uomini, consapevoli della loro mortalità, iniziano finalmente a seguire le proprie inclinazioni naturali e dedicarsi alle arti, alla poesia, alla pittura, alla musica: “avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”.” Nel 2700 inizia così la prima generazione di grandi poetesse.”
Sarà una musicista trentenne a dare una svolta alla storia. Accortasi un giorno di possedere, come gli uomini, la “seconda memoria” che le consente di risolvere un passaggio della partitura musicale che sta scrivendo, comincia a pensare se, affinate dalle sofferenze, le donne avrebbero potuto fecondare meglio l’infinità del tempo portando l’umanità ad uno stato migliore. Dopo una settimana trascorsa a riflettere in solitudine, arriva il finale drammatico: la musicista si suicida dopo aver consegnato ad un’amica il diario “della sua straordinaria ed estrema avventura”. Tutta la storia alle nostre spalle è così inficiata dall’ingiustizia della disuguaglianza femminile perpetrata in secoli di patriarcato e di misoginia al punto che la premessa fantascientifica vale solo come spunto per parlare della discriminazione di genere e del rapporto di potere tra generi. Banti lascia al lettore la riflessione su queste dinamiche. Resta la semplice constatazione, nella prospettiva maschile che la difficoltà da parte delle donne a sviluppare la seconda memoria, si trasforma immediatamente in pretesto per l’insorgenza di un pregiudizio gratuito e immotivato: “pareva non ne avessero la forza e, forse (si cominciava a insinuare), la ragione. “Occorre dire che la Banti guardò sempre con scetticismo alle soluzioni offerte dalle frange più estreme del femminismo, pur nel suo far emergere costantemente il tema della condizione femminile ma piuttosto come antiutopia, costatazione naturale, distaccata dalla narrazione introspettiva fatalmente autobiografica.
“Conosco una famiglia“,primo racconto del libro, ha un’andamento sonoro in cui si alternano, come in un responsorio liturgico, voci di donne d’età diversa che transitano in circolo familiare nelle stanze asfittiche di una triste casa borghese di inizio ‘900. Il palazzo è situato in “un centro urbano piuttosto grosso” ma in realtà “provincialissimo” in quanto a costumi ed abitudini. Nel salotto “impennacchiato, ammuffito, sconnesso, fittissimo d’oggetti” della vecchia povera mammà”, vedova che ha perso in un solo inverno marito e figlio, si consuma quotidianamente il rito della visita del parentado, tra gesti trattenuti, frasi studiate, ipocrisie e sottili ambiguità . Le donne si spiano vicendevolmente, ognuna tiene sotto controllo le mosse dell’altra; i cervelli lavorano “come talponi occupati ad una nuova galleria di cui il piano sarà esposto al coniuge prima del sonno, nella casa che ripete quella da cui sono uscite.” Narrazione che occupa spazi claustrofobici dove figure di ogni età, cariche di ostilità corrosiva, d’ironia velenosa, si muovono, tra sospiri e tacchettìi, insieme a diabolici bambini. La casa è teatro dell’intrigo cittadino e centro di visite alla “povera mummia ambigua”, nelle mani della quale si aggrovigliano come serpi gli interessi di tre generazioni, tra rancori nascosti e dissimulazioni. Come attraverso la macchina del tempo, Banti ci fa fare subito dopo un salto indietro, nell’atmosfera buia ed inquietante che segue il sacco di Alarico del 455 d. C, con le vicende dei fratelli Lucilio e Priscilla, dell’antica famiglia romana dei Valeri: i due si dirigono con i loro pochi beni messi in salvo, verso il nord Italia , alla ricerca della villa di un’ava materna .Come seguiti da una telecamera, vediamo i due avanzare “ tra nebbia e pioggia, sotto un cielo di piombo, infinito brusìo d’acque, a gocce, a ruscelli” e , giunti nella pianura padana, trovare le rovine di una costruzione fastosa, forse l’antica casa di famiglia. Il rudere viene utilizzato dai “servi” del luogo come porcile. Da qui i loro destini prendono diversi corsi: Lucilio, che un tempo era stato un rispettato patrizio, finisce con l’apprendere il mestiere di beccaio e dormire indisturbato con la schiavetta di Arterico: “Vedeva bene, il patrizio, che quella gente non lo rispettava, non faceva caso di lui: ma se ne sentiva più liberato che umiliato. Per quel che gli serviva la sua dignità, a Roma” (pag. 45). Diversa, la sorte della giovane che tende a conservare l’antica dignità, tra desiderio di rinascita e contaminazione dei luoghi con i tempi storici: “Potente fu Priscilla nel suo eremo sconosciuto”. La sua autorità verginale, che ricordava certe figure viste ad catacumbas, la vedrà trasformarsi in sacerdotessa di una religione mista di cristianesimo e paganesimo. Dei porci, tuttavia, la giovinetta non riuscì mai a liberarsi, come fardello di una cultura che agisce come congiunzione, inciampo, impurità del mondo.
A chiudere il libro, la vicenda di Lavinia, un’orfana dallo straordinario talento musicale ambientata nel ‘700, nel Conservatorio della Pietà di Venezia dove insegnava Antonio Vivaldi, costretta ad alterare le partiture del famoso compositore per far eseguire la propria musica. Scoperta a comporre, subisce una punizione e scompare, “come un fazzoletto, come un ago nella sabbia “lasciando dietro di sé il mistero della sua fuga e la riflessione sull’impossibilità per le donne di seguire il proprio talento artistico. “I suoi azzardi, quei pensieri di una naturalezza sconcertante che forzavano l’ordine delle cose, le regole…tutto s’era sciolto e risultava chimerico, un sogno, forse un peccato” (pag. 92). Tutto il racconto si basa sull’intreccio tra creatività femminile e ruoli imposti dal potere. Abbiamo davvero superato, oggi, si chiede Giuliana Misserville, il pregiudizio che l’arte sia un territorio prevalentemente maschile? Altre due figure femminili, Orsola, “colta in lazzaretto sul seno di una viaggiatrice appestata” e Zanetta che portava in dote “la neve dell’alpe nativa, mostruosa neve che aveva inghiottito casa e parenti” sono anch’esse, come Lavinia, figure emblematiche di un percorso tormentato di ricerca di sé, un percorso che per tante donne non è alle spalle. In questo racconto ogni evento viene preceduto o anticipato da un altro, dilatando la trama in una costruzione narrativa abilissima che non scardina l’equilibrio architettonico, esaltato da uno stile lessicale e sintattico che si richiama a moduli classici. Il lettore non saprà né dove Lavinia è fuggita, né se un giorno farà ritorno. Resta il suo quaderno con la sua copertina e il titolo: Cantate e concertini.
Rossella Nicolò