Tommaso Landolfi, Del meno

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Del meno, Tommaso Landolfi

L’elzevìro è un carattere tipografico, nitido ed elegante, creato nel XVII secolo dall’incisore Christoffel van Dyck per una famiglia di tipografi ed editori olandesi, gli Elzevier.

Leggo cercando una definizione di questi scritti della raccolta edita da Adelphi, editore aduso alle preziosità letterarie. Preziose infatti queste pagine che emergono da un passato di “Giubbe Rosse” e che mi riportano a infinite conversazioni ascoltate mentre guidavo verso qualche incontro del Campiello trasportando Carlo Bo, il suo sigaro perenne, Leone Piccioni detto Leoncino e Giancarlo (mio marito). Tommaso Landolfi, Tommasino, era argomento perenne di notizie, memorie, rimpianti per la vita irregolare che lo trascinava verso una fine melanconica e annunciata.

Personaggio letterario lui stesso, nato da famiglia aristocratica del meridione, fedele al Borbone, erede di un feudo spezzettato ed eroso dai debiti di gioco nel suo caso, e da investimenti sciagurati nel caso di suo padre, (come racconta nell’ elzeviro La Miseria, concludendo come entrambi, seguendo vie così differenti, arrivassero allo stesso fine, cioè la rovina) si trasferisce a Firenze e si laurea con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova. Da qui l’amore di Giancarlo, notoriamente difensore degli scrittori russi in tempi di cortina di ferro.

La scrittura di Landolfi è estremamente ricercata e elaborata, le sue pagine sono perfette, scritte in un italiano che ai giorni nostri appare come lingua straniera, così ricca di vocaboli, di sinonimi, di aggregazioni in cui non si perde mai il senso della frase pur nelle tournoures di cui si arricchisce. Le sue atmosfere sono surreali, i suoi racconti sul limite dell’assurdo impregnato di dolente realtà.

In fondo non fa che raccontarsi in una perenne dolorosa autobiografia con sprazzi di umorismo crudele su di sé, sui suoi fallimenti, sui suoi demoni. I suoi personaggi percorrono in albe livide le strade verso un caffè dove attingere il liquore di anaci che darà l’energia per avanzare verso il resto del giorno. Inventano sfide con sconosciuti per non cedere il passo nel medesimo tratto di strada. Poi naturalmente, lo cederanno, perché la sconfitta è ricercata, corteggiata, inevitabile (“La volontà di Potenza”). Si inventano amici immaginari, dai nomi impronunciabili, come Nepomuceno, con i quali dissertare nel buio della propria stanza nelle ore della notte, che spariranno alle prime luci.

Tema ricorrente il gioco, che fu il demone della sua vita (“l’uomo di Gettoni”, “ in campo e fuori”). Il giocatore subisce la fatalità pur avvertito da segni funesti che preannunciano la disfatta, elabora strategie di gioco, inventa schemi per per posare le ultime fiches e, naturalmente, perde tutto come era previsto, come aveva previsto.

Credo di averlo incontrato una sera, proprio al casinò di Sanremo. Seguivamo un amico giocatore occasionale e vincente e mentre questi ritirava il frutto di una serata gloriosa un’ombra ci è passata accanto, si è fermata a parlare con Giancarlo, si è allontanata nella folla. Di lui ricordo il viso affilato, gli occhi febbrili, sofferenti. Lo ritrovo in queste pagine, giustamente è stato paragonato a Borges, la sua scrittura si inerpica su sentieri sconosciuti ai più pur mentre racconta il quotidiano. Mentre spera che l’Amministratore (Buone Speranze) onori il dovuto, ma non l’onorerà e il narratore risale sul treno con il proposito di finire la vita, si racconta la propria fine tra gli scogli del mare a Gaeta, brandelli galleggianti tra schiume irose, nel descriversi morto la morte si allontana e i propositi restano tali, la vita dolorosamente continua.

Quando un padre amoroso (“l’Egoismo”) capisce che può sconfiggere il fato aleggiante sopra l’unico figlio, bambino rantolante e prossimo alla fine sostituendosi a lui, accollandosi la sua malattia e morendo al suo posto. Ma non arriva fino in fondo e si aggrappa alla proprie e pur unica vita, anche nella sua banalità e inutilità, lasciando morire il povero bambino.

Autobiografico nel descriverci gli anni giovanili a Londra, quasi perfetti, che dovranno finire per mancanza di denaro, le serate fiorentine (“un’ombra nera”) le ragazze straniere compagne di una notte e ferocemente estranee il giorno appresso. Il ritorno alla casa avita, allo squallore dell’abbandono, della fine di una famiglia (“Una Casa”), le voci dei famigliari che ancora si rincorrono nel vuoto delle stanze, i ricordi, le cugine, il passato. Non restano che gli scalini un po’ sconnessi sui quali sostare e meditare.

La melanconia di Landolfi, il senso inesorabile della vita, della perdita, della fine mi riportano a certe pagine di Karen Blixen, altra gloriosa sconfitta . Landolfi procede sul sentiero della distruzione consapevole di non volersi sottrarre al Fato perché in questo, nel gioco, nella propria ricercata e corteggiata rovina riesce a trovare una gioia amara, riesce a sorridere e a raccontarsi, in fondo, con amore.

Recensione a Del meno di Tommaso Landolfi, Adelphi, 2019, pp. 333, euro 15.

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