“Mi dispiace, Saevar, ma la verità è che quasi tutto il sangue versato sarà il nostro, domani, e temo anzi che sarà soltanto nostro”.
I figli dei nostri figli sapranno di noi, e non si piegheranno mansueti sotto il giogo di un tiranno.
È in libreria Tigana di Guy Gavriel Kay (Edizioni E/O, 2026 –pp. 832, € 25, trad. di Stefano Andrea Cresti). Ci sono libri fantasy che costruiscono ambientazioni e mondi, Tigana questi mondi li distrugge, e poi ti chiede se hai davvero bisogno che esistano.
Guy Gavriel Kay non scrive una saga: scrive un requiem politico, una liturgia della memoria, una vendetta lenta contro l’oblio. Stevan, figlio di Brandin, viene ucciso in battaglia da Valentin, principe di Tigana. Brandin reagisce con una vendetta totale: distrugge Tigana, tortura e uccide Valentin e, non contento, cancella con la stregoneria il nome stesso di Tigana dalla memoria del mondo. Solo i suoi abitanti possono ancora ricordarlo. Vent’anni dopo, alcuni superstiti guidati da Alessan Valentin lottano in segreto per restituire al mondo quel nome perduto, consapevoli che l’unico modo per farlo è uccidere Brandin.
Tigana è il romanzo di un nome cancellato. Il potere governa con la stregoneria della damnatio memoriae perché chi controlla il linguaggio controlla il passato, e chi controlla il passato decide chi ha il diritto di esistere. Kay mette al centro del fantasy non la vittoria, ma il prezzo del ricordare. Ricordare troppo brucia e ricordare troppo poco spegne. Lo dice la citazione di Seferis che apre il libro: “Che può ricordare, una fiamma? Se ricorda poco meno del necessario, si spegne; se ricorda poco più del necessario, si spegne”. Kay la prende alla lettera: Tigana è una fiamma che rischia continuamente di estinguersi. Si avverte già nel prologo stupendo: uno scultore, un principe, una notte prima della fine. L’arte come ultima forma di resistenza. Non la spada, non l’eroismo ma la memoria incarnata nella forma. Una statua contro l’impero. La scrittura di Kay è colta, musicale, stratificata. Il fantasy dialoga apertamente con la storia, con Bisanzio, con l’Italia delle città-stato e con l’esilio dantesco. Non a caso Dante è chiamato in causa nell’esergo: Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente. E Tigana è un libro sull’esilio interiore prima ancora che geografico, non è un libro per chi cerca evasione. È un libro per chi sa che il potere più violento non è quello che uccide, ma quello che riscrive la Storia. È un romanzo sul costo morale della ribellione, sulla nostalgia come forza politica, sull’identità come atto di disobbedienza.
Alla fine, resta una domanda che brucia: se nessuno ricorda più il tuo nome, sei mai esistito davvero? Kay è pericoloso perché ci mostra come pagare il prezzo del sacrificio per riconquistare il diritto alla memoria.
Carlo Tortarolo
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Durante l’autunno della vendemmia corse voce tra i cipressi, gli ulivi e le vigne cariche di grappoli della sua residenza di campagna che Sandre, duca di
Astibar, un tempo signore di quella città e della sua provincia, avesse esalato l’ultimo, amaro respiro della sua lunga esistenza in terra di confino.
Nessun presbitero della Triade era venuto a officiare i riti al suo capezzale; non i sacerdoti di Eanna dalle bianche vesti, né quelli dell’oscura Morian dei Portali, né le sacerdotesse del dio Adaon.
Ad Astibar non destò sorpresa che tali voci accompagnassero la notizia del decesso: l’astio dell’esule Sandre contro la Triade e il suo clero, durante quegli ultimi diciotto anni della sua esistenza, era infatti ben lungi dall’essere un segreto. Né il duca d’Astibar s’era mai per disdoro, financo nei suoi giorni di auge, astenuto da empietà e blasfemie.
Era la vigilia della Festa delle Vigne, e la città traboccava di visitatori provenienti dalle distrade di periferia e oltre. Nelle taverne e nelle sale da khav ci si scambiavano verità e fantasie sul duca, come fossero spezie e tessuti, tra gente che non sapeva nemmeno che faccia avesse avuto e che un tempo sarebbe impallidita di ben motivato terrore se mai si fosse vista recapitare un’ingiunzione di comparizione alla corte ducale di Astibar.
Per ogni giorno che aveva vissuto, il duca Sandre aveva ispirato dicerie e speculazioni in lungo e in largo per la peni- sola che i suoi abitanti chiamavano “il Palmo” – e non vi era nulla che potesse cambiare quello stato di fatto fino al giorno della sua morte, benché già diciotto anni prima Alberico di Barbadior fosse giunto con il suo esercito da un impero d’oltremare, esiliando Sandre nelle distrade. Quando il potere svanisce, nell’aria continua ad aleggiarne il ricordo. Forse per questo, e di certo perché prediligeva cautela e prudenza in ogni sua scelta, Alberico, che teneva con pugno di ferro quattro delle nove province ed era in lotta con Brandin di Ygrath per il controllo della nona, si attenne per l’occasione a un pieno rispetto del protocollo.
A mezzodì del giorno del decesso del duca, dalla porta orientale della città fu visto galoppare via un messo di Albe- rico. L’emissario esibiva lo stendardo blu e argento del lut- to e portava con sé, nessuno poteva dubitarne, parole di cordoglio scelte con cura all’indirizzo dei figli e dei nipoti di Sandre, riunitisi nella grande villa a sette miglia dalle mura cittadine.
Giù al Paelion, la sala da khav dove si riunivano per la stagione le compagnie più argute, qualcuno commentò non senza cinismo che il tiranno avrebbe fatto meglio a inviare un buon manipolo dei suoi mercenari barbadiani, anziché un povero messaggero, se i Sandreni rimasti non fossero stati una tale manica di inetti. E, prima che la risacca di risate e commenti divertiti degli avventori si fosse del tutto placata, un menestrello girovago – quella settimana se n’erano radunate legioni, ad Astibar – aveva scommesso il guadagno di tre giorni di ballate che, prima della fine della Festa, dall’isola di Chiara sarebbe giunto un poema in versi a mo’ di condoglianze.
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Titolo originale: Tigana.
Copyright © Guy Gavriel Kay, 1992.
First publication by the Penguin Group.
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