“Donne e uomini, quindi, che sono rimasti incastrati in una terra di mezzo, colpevoli per entrambi, e per questo mai raccontati”.
È in libreria Esodo. Il silenzio di chi resta di Katja Hrobat Virloget (Bottega Errante Edizioni, 2026, pp. 320, € 25, traduzione dallo sloveno di Lucia Gaja Scuteri).
Esodo apre una stanza chiusa da settant’anni e ci costringe a entrare senza scarpe, perché il pavimento è ancora coperto di vetri.
Non è un libro sull’esodo istriano come lo abbiamo imparato a scuola, nei discorsi ufficiali, nei monumenti che funzionano più da paravento che da memoria. È un libro sull’altra metà della ferita, su chi non è partito ed è diventato colpevole per tutti, quindi condannato al mutismo. Un libro che scava e si assume responsabilità che la storiografia e la politica hanno spesso evitato con cura.
Katja Hrobat Virloget non scrive da storica militante né da giudice del passato. Scrive da antropologa, cioè da chi ha imparato che la Storia non è fatta solo di eventi ma di uomini e di silenzi che a volte durano più di una vita. La sua scelta è radicale, spostare il punto di vista dal grande racconto nazionale alle fratture dell’esistenza quotidiana.
L’antropologa si chiede: “Com’è possibile che tra le 200.000 e le 300.000 persone, queste le cifre stimate dell’esodo istriano, abbiano abbandonato di propria volontà le loro case? E com’è possibile che di queste migrazioni, che hanno così radicalmente alterato la struttura sociale, etnica ed economica dell’Istria, oggi non si sappia nulla? Com’è possibile che non siano menzionate da nessuna parte, né nei programmi scolastici né nei media sloveni, a eccezione di poca letteratura scientifica e accademica?”
Gli italiani rimasti in Jugoslavia dopo l’esodo non entrano nella narrazione italiana perché incrinano il mito della migrazione forzata totale e neppure in quella slovena perché i rimasti sono testimoni scomodi. Raccontano intimidazioni, marginalizzazioni, rovesciamenti di status, una violenza non spettacolare, ma quotidiana e strutturale. Risultato: non esistono oppure esistono come problema.
Hrobat Virloget fa una cosa che in queste latitudini è ancora considerata sospetta: ascolta gli italiani rimasti, gli sloveni, i croati, gli immigrati arrivati dopo, gli sconfitti senza bandiera. E soprattutto rifiuta la distinzione netta tra vittime e carnefici.
È un testo che dimostra come l’antropologia, fatta sul serio, può essere più perturbante di qualsiasi pamphlet politico perché non permette a nessuno di sentirsi innocente. Chiede agli italiani di guardare oltre la retorica vittimistica e agli sloveni di fare i conti con ciò che la liberazione ha prodotto.
Chiede a tutti di riconoscere che la Storia, quando passa, non lascia solo torti e ragioni, ma anche macerie. E anche se non pacifica, dona un altro po’ di verità in attesa di una pace che non sia un’altra forma di oblio.
Carlo Tortarolo
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Rispetto alle varie stime, da una parte degli italiani etnici e dall’altra degli sloveni e dei croati etnici travolti dall’ondata dell’esodo, è necessario
innanzitutto chiedersi fino a che punto siano affidabili i conteggi di identità etniche così sfuggenti in un’area multiculturale e di frontiera in cui la maggior parte della popolazione parlava almeno due dialetti. Un’area in cui, peraltro, nel corso del solo Novecento si sono avvicendati ben cinque Stati nazionali diversi (Austria-Ungheria, Italia, Jugoslavia, Territorio Libero di Trieste, Slovenia/Croazia) e dove la popolazione aveva subito una violenta politica fascista di snazionalizzazione e italianizzazione. Ciò che è stato già illustrato a proposito dei censimenti dell’Ottocento, come cioè essi in un contesto così multiculturale non possano restituire dati attendibili circa l’appartenenza etnica della popolazione (D’Alessio 2008), vale anche per le stime etniche condotte nel corso del Novecento.
Molti istriani, infatti, decidendo di optare, scelsero un’identità nazionale o addirittura subordinarono la propria identità nazionale al desiderio di emigrare. Secondo lo storico sloveno Sandi Volk (2004, 32-35), l’esodo e la possibilità di opzione furono decisivi nella scelta dell’identità nazionale e un punto di svolta per l’assimilazione, perché portarono, nell’ambito del processo di snazionalizzazione, un numero imprecisato di croati e sloveni a optare per l’identità italiana. Scegliere l’identità italiana significava ottenere aiuti e supporto dallo Stato italiano e dalle organizzazioni degli esuli, come testimoniano anche alcuni interlocutori:
«Eccome se ha influito la cosa, così che un dieci, dodici persone, parenti miei, sono emigrati, e un dieci, dodici persone, parenti della mia ex moglie. […] Io e una mia amica facevamo la conta di chi andava via dal nostro villaggio, da Čežarji alta. E se n’è andato via circa il quindici per cento, e la gente diceva: eccola qui la nostra coscienza, la coscienza nazionale e politica del villaggio nostro. In realtà se n’è andato il quindici per cento, che può già essere considerato un dato statistico rilevante, che in effetti se n’è andato… quei ventisette o quanti mila… probabilmente un quarto degli sloveni se n’è andato oltreconfine. […] Tutti si dovevano comunque dichiarare italiani, per forza, sennò non ottenevano una via d’uscita e per- ciò questo non si diceva».
Eloquente a tal proposito il caso di alcuni optanti sloveni originari del Goriziano che, dopo essere emigrati, volevano iscrivere i propri figli nelle scuole della minoranza slovena in Italia, ma ciò fu loro impedito dalle autorità italiane. Nel- le interviste molti esuli menzionano che i loro genitori o loro stessi parlavano un “dialetto slavo”. Tanti figli di esuli erano costretti a seguire il doposcuola o corsi scolastici di potenziamento per le difficoltà che avevano con la lingua italiana, cosa che di certo non poteva dipendere dall’aver frequentato scuole croate o slovene per pochi anni. Sandi Volk (2004, 32-35) ipotizza pertanto si trattasse di bambini sloveni e croati che era necessario venissero assimilati alla cultura italiana.
Secondo le letture dello storico italiano Raoul Pupo e dello storico sloveno Aleksander Panjek, la possibilità di opzione funzionò come una sorta di valvola di sicurezza nella fase di maggiore insoddisfazione nei confronti del nuovo regime jugoslavo, portando molte persone dall’identità non definita a identificarsi con l’italianità. Più o meno di propria volontà, tra più o meno incertezze, molti [optanti] scelsero una nazionalità, altri la cambiarono, altri ancora ne dichiararono una per ragioni di convenienza (Pupo e Panjek 2004, 352). In un articolo intitolato Opting for Identity, Pamela Ballinger esamina le riserve, non raramente polemiche, dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati negli anni dal 1948 al 1952 in merito all’ammissibilità all’assistenza a residenti della Venezia Giulia. Il personale competente si era reso conto che, nella definizione delle persone aventi diritto di assistenza, non si poteva fare affidamento sugli indicatori di identità nazionale presi in considerazione all’epoca: né sul luogo di nascita né sulla madrelingua né sulla cittadinanza. Per effetto e conseguenza del ventennio fascista di italianizzazione forzata, non era detto che chi parlasse italiano fosse necessariamente di origini italiane. Pertanto, sostiene la studiosa, risulta problematico anche il valore delle categorie imposte dagli Stati per giustificare le identità attraverso categorie identitarie esterne.
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Titolo originale: V tišini spomina. “Eksodus” in Istra
Traduzione dallo sloveno di Lucia Gaja Scuteri
© 2021 Katja Hrobat Virloget
© Dell’edizione italiana Bottega Errante Edizioni s.r.l. 2026