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Valentina Maini. Alaska

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Dice William Carlos Williams nel suo poema Paterson “La mia superficie sono io, sotto la quale in fede, la gioventù è sepolta. Radici? Tutti hanno radici.”

Mi fa pensare a questo breve verso, un singulto quasi sincopato, il nuovo romanzo di Valentina Maini, molto diverso dal suo esordio, La mischia, dove c’era una trama fitta e una serie di personaggi. Qui la trama appare quasi scarificata, rispetto all’esperienza, tutta interiore, tutta potenza evocativa e lirismo della giovane protagonista, Maia, e del suo amore feroce per aggiungere l’autenticità nel linguaggio espressivo dell’arte visiva.

Maia ha una ferita talmente assorbita dall’anima al punto da non generare, almeno apparentemente, dolore se qualcuno ci preme sopra. L’abbandono del padre, avvenuto quando era piccola, al punto da non avere abbastanza ricordi di lui, e il rifiuto silenzioso della madre verso ogni forma di dipendenza amorosa sono i lasciapassare che la traghettano dentro l’inizio dell’età adulta. Quando Maia va a vivere a Venezia, finita la scuola, la madre le lancia un monito secco e triste “Non innamorarti”. No, “non avere storie” o “non farti sottomettere”, no, proprio, non innamorarti. Perché è l’amore a renderti cava e vuota, una preda facile per un lupo nel deserto artico, dove la striscia bianca dell’orizzonte è destinata a non essere scalfita se non da un debole chiarore.

Maia a Venezia conosce Sergio, un pescatore che potrebbe avere l’età di suo padre, sposato e con figli, e quello che la affascina di lui è proprio il motivo per il quale dovrebbe stargli alla larga: il suo non essere mai davvero presente in un luogo e in un tempo. Maia, per Sergio, è l’estate che manca al suo matrimonio, e Sergio per Maia è l’evento catalizzatore destinato a essere lo spartiacque tra l’illusione e l’arrendersi all’idea che non esiste niente di stabile nella realtà in cui viviamo. Amiamo e facciamo arte perché non siamo mai abbastanza sicuri di esistere.

Sergio la raccoglieva da terra come se ce l’avesse buttata per sbaglio e Maia pensava che innamorarsi di lui era stato come correre molto forte e perdere un vestito dopo l’altro fino a ritrovarsi nuda. Un giorno aveva conosciuto Sergio e aveva cominciato a correre. Tutto il resto era scivolato via o lo aveva perso o glielo aveva rubato. Si erano conosciuti un pomeriggio di ottobre, lui trascinava i pesci sulla barca nello stesso modo in cui pochi minuti dopo le avrebbe teso la mano: fissandoli come se la loro morte non fosse avvenuta di suo pugno e lui si trovasse solo lì a riceverla. I granchi brillavano di lapislazzuli, dei manti delle Madonne rinascimentali. Erano radioattivi e resero radioattiva anche lei, mentre lui pareva intento a convincerli del fatto che in fondo li aveva salvati, se non dalla morte, perlomeno dallo sfregio di una vita inutile.

«Sembri una mendicante» le aveva detto guardandole le ginocchia, annerite dai suoi frequenti soggiorni sul selciato. Quando diceva qualcosa di umiliante sorrideva, e questo particolare l’aveva eccitata almeno quanto in seguito era stato in grado di ferirla.

Il loro primo incontro è un rito di passaggio: sono sospesi nella bolla magica che l’attrazione reciproca crea per loro. Quell’attrazione destinata a scavare dentro le loro vite, e renderli, almeno per un poco, desiderosi di comunicarsi le rispettive solitudini. I gesti degli amanti, mentre si danno piacere, sono vischiosi e rallentati, privi della fretta di chi è dominato dal tempo, e quella è l’unica libertà che sentono di potersi concedere.

Maia è un uccello in fuga, una volpe destinata a inventarsi stratagemmi per non farsi prendere al laccio o all’amo, l’immagine vivida degli occhi argentei dei pesci immoti nella morte per asfissia, quando subiscono il destino di diventare cibo per gli umani. Venezia, con le sue calli, chiusa dentro la cappa di un biancore nebbioso e cilestrino, è uno scenario perfetto per un amore che nasce già destinato a interrompersi.

Mentre Sergio cerca di mediare tra il suo desiderio di mare e libertà, con gli obblighi che la terraferma gli impone, legati a altri esseri che dipendono da lui, Maia non rinuncia a vivere e ad avere amicizie, persone della sua età, studenti universitari con i quali senza nessuna intimità, condivide serate e ubriacature. Il suo vero amico, quello con il quale ha un rapporto autentico, è solo Louis, al quale racconta i suoi sogni. In realtà Maia non si limita a sognare, quello che vive quando si abbandona al sonno è una vera e propria realtà alternativa. In breve: Maia vive una vita sdoppiata, quella diurna fatta di scherzi, doveri, amori, amanti, rivali e debiti, e quella notturna dove una ragazza che le somiglia mette in scena perturbanti richieste ossessive. Una vita della quale è irresponsabile e al contempo punita. Nella sua vita notturna esiste una pianta, e una donna anziana che le urla addosso, e un uomo privo di vista, e c’è la smania di Maia, di trovare qualcosa che la ricongiunga con le sue parti frantumate.

Piano piano Maia comincia a vivere la vita alternativa dei personaggi del suo mondo onirico, in un bisogno spasmodico e surreale di trovare la pianta del sogno, che non è necessariamente una droga, ma un’erba che possa rinfrescarla dall’arsura che le gonfia la lingua. Una sete che nasce in un universo ghiacciato.

Sentivo l’aria sulla pelle, mentre affondavo nel fango, e pensavo che lì avrei voluto portare l’uomo cieco, sdraiarmi con lui nell’erba molle e sentire le scorie di un’esplosione a cui non avevamo preso parte ma che ci aveva comunque investiti. Avrei detto a lui che cosa vedevo, e lui avrebbe visto ciò che io vedevo. E quello sarebbe stato il mondo.

Quello che vediamo può trascendere la pura materia, eppure non c’è altro modo di vivere che lasciarsene attraversare. Maia con la sua arte, vuole fare questo. Sperimentare o un nuovo percorso verso la luce, o tornare indietro verso il buio, il luogo nascosto, il magma dal quale tutto ha avuto inizio. Siamo immersi nella torpida trasparenza come liquido amniotico, nel nostro primo erratico inizio verso la materia, prima di separarci dal corpo di nostra madre. È quella la purezza alla quale Maia vuole tornare. Per avere tutto deve essere disposta a dimenticare e perdere tutto.

Le simbologie usate di animali strozzati e imprigionati, e la liscia superficie di ghiaccio destinata a sciogliersi sono il tentativo artistico di superare la realtà limitata dei corpi e di farli esplodere sotto forma di pura luce. Questa sarà la missione alla quale Maia deciderà di votarsi, in ascolto continuo delle presenze che la abitano.

Mentre leggevo questo romanzo ho sentito arsura e gelo, asfissia e libertà, desiderio di fuga verso un’ansa gelida e paura di non riuscire a tornare a casa. Una contraddizione destinata a non trovare pace: siamo prigionieri e complici dei nostri labirinti, dei mondi che evochiamo e che rendiamo reali, perfetti e fragili come sfere di ghiaccio. Il modo che abbiamo di ancorarci alla solidità, è la nostra difesa, il tentativo di sfuggire all’erosione della patina di ghiaccio che tiene alla giusta distanza di sicurezza le nostre contraddizioni. Se lasciamo che le nostre vite alternative ci sommergano potremmo, forse, ritrovarci come Maia a un certo punto, seminuda e senza parole, in cerca di verità dentro il selciato, che scava, come posseduta, furiosa, per portare alla luce quello che è nascosto alla superficie.

Non siamo mai riconducibili a unità, siamo molteplici, frammentati, persi nell’ eterna polarizzazione tra luce e negazione della luce. Maia, insieme alla scrittrice Maini, vuole ricordacelo.

«Io sono una nordica. Il ghiaccio mi è sempre piaciuto. È un materiale vivo. Si distrugge con facilità. È effimero. È in pericolo. Produce un suono. Della mia opera non resterà niente. Solo i rami strappati a un albero morto». Potrebbe avere ragione, anzi il sospetto è che sia questo il suo desiderio.”

Marilena Votta

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