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Stefano Zangrando anteprima. I padri si saltano

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C’è una vita che sembra immobile, compatta, come un vetro che riflette senza incrinarsi. Diego Verun la abita: una casa nel Trentino, una moglie, una figlia, giorni ordinati che scorrono senza lasciare traccia. Ma ogni equilibrio custodisce una frattura. E a volte basta un messaggio per farla riemergere.

Arriva dal mare, dal porto di Cagliari, da una barca ferma nel silenzio. A scrivergli è Magra Sorte, nome d’arte di Eritreo Scheinwindl, ex DJ e musicista conosciuto anni prima a Berlino, oggi ritirato dal mondo. Dice che il corpo si sta “dissolvendo”. Dice che serve una traccia. Chiede a Diego di scrivere la sua storia prima che tutto svanisca.

Da quel momento, la scrittura non è più un semplice gesto. Le sessioni online tra i due uomini diventano spazi sospesi, discese lente dentro ciò che resta irrisolto. Ogni frase pesa, ogni silenzio racconta più di una confessione. Il racconto diventa specchio e interrogatorio insieme, un confronto tra passato e presente, tra segreti mai detti e verità che bruciano.

La lingua di Zangrando segue questo movimento: densa, stratificata, sospesa tra poesia e dramma, costruisce immagini che affiorano e si ritirano come maree. Il tempo narrativo non scorre lineare: slitta, si piega, si sovrappone, restituendo il disorientamento dei personaggi e il peso delle memorie che non si possono ignorare. La prosa oscilla tra il drammatico e il poetico, e ogni frase sembra caricata di un peso specifico, come se la scrittura stessa dovesse farsi custode dei fantasmi del passato.

I padri si saltano di Stefano Zangrando (Arkadia editore 2025, pp.196, € 15,20) non è solo un thriller dell’anima: è un territorio instabile, dove l’identità si misura sulle assenze e la Storia incombe come un ingranaggio estraneo. I padri, reali o simbolici, restano figure da attraversare, mai da ereditare del tutto. La verità non illumina, si dissolve, e la scrittura, come rifugio e lama insieme, resta a testimoniare ciò che continua a tornare. Un romanzo che chiede al lettore di sostare nell’incertezza, di ascoltare ciò che non smette di risuonare, tra memoria e desiderio di lasciare un segno.

Nancy Citro

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Il vero nome di Magra Sorte era Eritreo Scheinwindl, nato a Malles, in Alto Adige, da padre venostano e madre sarda, di Oristano. E questo, se tutto fosse andato come lui voleva, avrebbe potuto essere l’inizio, volgendolo in prima persona, della sua autobiografia. Il fatto è che non andò esattamente come voleva lui – o forse sì, dopotutto, ma non certo come voleva all’inizio. Le cose nel corso di quella primavera presero presto una piega, come dire, sfuggente.

Nel suo secondo o terzo messaggio Scheinwindl mi fornì l’elemento che mi permise di ricordarlo, vagamente sulle prime, ma quasi all’istante. Lo avevo incontrato un pomeriggio al party di presentazione del nuovo numero di una rivista creata da un gruppo di sudtirolesi a Berlino.

Di questo gruppo di persone, tutte di madrelingua tedesca, e della loro iniziativa avevo saputo per caso da un collega borsista dell’Accademia delle Arti, un giovane compositore dal cognome aristocratico che abitava in un bicamere fatiscente proprio sopra il locale dove si tenne l’evento, nel quartiere di Neukölln. Non conoscevo quella parte della città e arrivarci fu un piccolo shock culturale: la quantità di abitanti di origini africane e mediorientali era superiore a quella di qualsiasi altro quartiere avessi visitato fino a quel momento, e nelle strade affollate e chiassose sembrava travasarsi perfino una maggiore densità abitativa. La festa della rivista si teneva in uno spazio a metà fra la bottega e la galleria d’arte, a un indirizzo che mi ero segnato sulla mappa contenuta nella guida turistica che portai sempre con me in quei tre mesi.

Imboccata la strada indicata, avvicinandomi all’indirizzo scorsi dei capannelli di ragazze e ragazzi con bottiglie di birra o di una bevanda ambrata e poco schiumosa, qualcuno pure intento a sfogliare un fascicolo fresco di stampa o mostrarlo al suo vicino. Erica aveva preferito non venire, durante quel soggiorno non mi seguì spesso nei giri che uscivano troppo dalla zona centrale, preferiva le passeggiate nel Tiergarten e in generale rimanere nei paraggi dell’Accademia – un posto incredibile, infinitamente superiore a qualsiasi merito covasse nella mia raccolta di racconti –, dove risiedevamo in un atelier affacciato sul verde. Così a Neukölln ci ero arrivato da solo e, siccome neppure il mio collega borsista si fece vedere, mi toccò farmi largo di mia iniziativa e presentarmi a un ragazzo robusto con la barba da hipster che, a giudicare da come accoglieva gli altri, doveva essere uno degli anfitrioni.

In effetti era uno dei redattori della rivista e fu molto gentile, perfino accogliente, mi parlò pure nel suo italiano zoppicante di sudtirolese, sullo sfondo di una musica elettronica piuttosto soft che non capivo da dove provenisse. Prese da una pila su un banchetto bianco un fascicolo della rivista e me lo porse. Mi pare si chiamasse Mnemo-Sin, e la copertina aveva qualcosa di dorato.

Mentre sfogliavo il fascicolo mosso in ugual misura da una moderata curiosità e dalla supposizione che la cortesia me lo imponesse, lui mi raccontò un po’ di quel loro gruppo di trapiantati nella capitale tedesca. In quel momento, tuttavia, con lui c’era soltanto un’altra redattrice che m’indicò con un gesto discreto, ma che era occupata in una conversazione con due tizie. Tutti gli altri, una ventina di persone con indumenti più originali e meglio cadenti dei miei, erano amici o amici di amici o chissà cos’altro, tutti visibilmente a loro agio in quella dimensione.

Non appena si aprì una pausa un po’ più lunga nel nostro colloquio, feci i complimenti al redattore con il tono di chi aveva sentito abbastanza, al che lui mi invitò a servirmi da bere e a guardarmi intorno.

Lo ringraziai e, dissimulando l’incomprensione verso il suo ultimo suggerimento, mi accorsi solo in quel momento che alle pareti erano appese delle fotografie – e accidenti, non ne ricordo neanche una. Eppure sono certo che le passai in rassegna, mentre sorseggiavo una birra tiepida pescata da una cassetta di plastica nell’ingresso, e fu nella seconda stanza del locale, dove non c’erano né le riviste né le bevande, che trovai, oltre alle foto appese, la fonte della musica: sul lato lungo, subito accanto alla vetrata che dava sulla strada, dietro a un paio di strani giradischi luminosi con un piccolo mixer nel mezzo, dondolava il busto incurvato un tizio con le cuffie in testa, o meglio, con mezza cuffia schiacciata tra un orecchio e una spalla e il resto intorno al collo. Indossava una specie di maglietta stracciata color pelle e aveva un ciuffo alto di capelli biondissimi che si agitava più di quanto lui non scuotesse il capo a ritmo. Sembrava completamente assorto nel suo lavoro d’intrattenimento, ma a un certo punto alzò lo sguardo e mi rivolse quel tipo di sorriso che, pensai, avrebbe rivolto a chiunque altro gli si fosse parato davanti in quel momento. Ecco, quello lì era Eritreo Scheinwindl.

Se dodici anni dopo non avevo riconosciuto la sua faccia, neppure quei suoi occhi sottili da orientale, non era soltanto perché a Neukölln avevamo chiacchierato, da quel che mi ricordò lui, quando io ero ormai alla quarta o quinta birra – mi scrisse addirittura che entrammo «in confidenza», dio sa cosa gli avevo confidato oltre al fatto che stavo accarezzando l’idea di diventare uno scrittore di autobiografie. È che me lo ricordavo davvero diverso dall’uomo che avevo visto seduto nel pozzetto della barca a vela, in quell’unica foto su Facebook. O almeno non conosco nessun altro che, nel decennio centrale della sua esistenza, abbia mutato tanto il suo aspetto come Eritreo Scheinwindl.

Non meno curioso, tuttavia, era che lui si ricordasse di me, di quel colloquio di neanche mezz’ora durante una pausa del suo accompagnamento musicale, non più di una minuscola casualità nella vita di Magra Sorte – lo pseudonimo, come avrei appreso di lì a poco, con cui aveva solcato i palchi minori di club e locali dell’ex Germania dell’Est durante i suoi migliori anni berlinesi.

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