Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Raffaella Cargnelutti anteprima. Alla gentilezza di chi la raccoglie

Home / Anteprime / Raffaella Cargnelutti anteprima. Alla gentilezza di chi la raccoglie

Una lettera lanciata nel vuoto, come un seme affidato al vento.
Un nome inciso a matita, fragile, destinato a resistere più dell’acciaio dei vagoni.

Giulio Cargnelutti scrive in fretta, con un lapis di fortuna, mentre il treno si muove verso nord. La carta trema, la mano no. Poi la busta vola via, inghiottita dall’aria, nella speranza che qualcuno la raccolga. Che qualcuno veda.

È il 20 luglio 1944. A Tolmezzo, le SS hanno interrotto il corso ordinario del tempo. Il tenente viene catturato, strappato alla giovane moglie Eugenia, ai giorni ancora intatti, alle parole non dette. Da quel momento il viaggio comincia, lungo e chiuso, nei carri bestiame piombati che attraversano l’Europa come una ferita in movimento. Il mondo scorre fuori, invisibile. Dentro, il silenzio prende forma.

Raffaella Cargnelutti in Alla gentilezza di chi la raccoglie (Bottega errante edizioni 2026, pp.160, € 18) ci narra di Buchenwald come di un luogo dove i nomi si consumano e i corpi imparano a scomparire. Per oltre nove mesi Giulio Cargnelutti vive come deportato politico, senza pacchi, senza lettere, senza voce. Eppure, qualcosa resiste. Come una brace sotto la cenere. In maniera fortunosa, alcune cartoline riescono a varcare il confine del campo, a raggiungere Eugenia. Poche righe, essenziali. Segnali di esistenza. Il mondo non è ancora finito.

Nei giorni che si assomigliano tutti, il padre disegna. Traccia volti, baracche, attese. Un diario per immagini nasce lentamente, come nascono le cose necessarie. Non per raccontare, ma per non smarrirsi. L’arte diventa respiro, la fede una soglia e l’amore una distanza che tiene in vita. E poi il perdono, ultimo approdo, non come assoluzione, ma come possibilità di non essere vinti.

Anni dopo, è la figlia a raccogliere questi frammenti. Non li forza, non li illumina. Li dispone come si fa con ciò che è sacro. La sua scrittura cammina piano, ascolta. Sa che la memoria non chiede clamore, ma spazio. Ogni parola è un passo dentro l’ombra, ogni frase un atto di cura.

La storia del padre diventa allora una linea sottile che attraversa il tempo. Non per chiudere il passato, ma per lasciarlo respirare. Perché alcune voci non smettono di parlare. E alcune lettere, anche quando cadono nel vuoto, trovano sempre una mano pronta a raccoglierle.

Nancy Citro

#

La cucina è raccolta nella penombra. Si sente solo un brusio sommesso provenire dall’angolo più nascosto. Quando Adelina entra nella stanza, di colpo si interrompe. «È da un po’ che ti aspetto. Sei in ritardo» dice Anna, tirando un sospiro di sollievo. Poi si alza e va incontro alla nipote, arrivata col fiato corto dalla corsa, sudata, spettinata. «Ho raccolto questa lettera. L’hanno buttata giù dal treno…» e porge il biglietto alla nonna, cercando di sistemarsi gli abiti. «Buongiorno, Luisa» Adelina saluta di fretta l’altra donna. Si è accorta che la sta osservando con disapprovazione. «Da dove vieni così malconcia? Mi sembri un maschiaccio». «Sono stata alla stazione, da quei poveretti dei treni» dice con un misto di tristezza e orgoglio nella voce. «Ma Anna, mi meraviglio di te. Non sono servizi da far fare ai bambini» commenta severa. «Non sono più una bambina e poi e poi…». Non sa più che dire, è diventata rossa come una ciliegia. L’amica della nonna è antipatica, sta sempre a brontolare e a criticare: “È davvero insopportabile” pensa Adelina tenendo a freno la lingua per non ribattere più del necessa rio, non vuole dispiacere la nonna. «Sei stata brava. Questa lettera la porterò io a Tolmezzo, sicuramente daremo conforto a chi l’aspetta» intervie ne Anna, dopo aver dato un’occhiata all’indirizzo. Il paese indicato non dista molto dal loro. Accarezza la nipote sulla guancia e inizia a prepararle la merenda, sa che Adelina non aspetta altro. «Sei proprio un’incosciente Anna. Non mi dirai che non sai cosa è successo l’anno scorso a un bambino di Chiusaforte?» e punta i suoi occhi da uccello sull’amica. «No, che gli è successo?» chiede Anna più per dar soddisfazione a Luisa, che per curiosità. «Era forse settembre o ottobre, bah… non mi ricordo, ma non ha importanza. Ti posso giurare che è accaduta davvero questa tragedia. Il figlio di una mia cugina era con questo disgraziato, che aveva su per giù l’età di Adelina». La bambina alza il volto dalla tazza del latte e le restituisce una smorfia, attenta a non farsi scorgere. «Come sempre il treno si era fermato a Chiusaforte per aggiungere la seconda locomotiva. Tutta la gente del paese era accorsa per aiutare i prigionieri. C’erano anche due o tre ragazzini sui binari, dove sostavano i vagoni. Dicono che i bambini stessero giocando, qualcuno racconta che stavano arrampicandosi sui carri, qualcun altro che cercavano di dare un po’ d’acqua a quei poveretti. Boh, vai tu a saperlo come è andata. Faceva molto caldo, esagerato per la fine dell’estate. Nella solita confusione generale, c’erano le donne, le ragazze che raccoglievano i biglietti e nessuno si era accorto di una SS che puntava diritto verso i ragazzini. Pipa in bocca, baffi alla Hitler, il crucco non ha urlato, come di solito fanno, niente di niente, nemmeno un avvertimento. Ha preso la mira e ha sparato, così, a bruciapelo».

Luisa si interrompe facendosi il segno della croce. Anna e Adelina ora la guardano spaventate. «Uno dei tre è caduto a terra, colpito a morte con una fucilata alla schiena. Capisci, il tedesco ha colpito alla schiena 38 39 un bambino. Il figlio di mia cugina è tornato a casa tutto macchiato di sangue perché aveva cercato di soccorre l’amico, che gli è morto tra le braccia». Ora Luisa si è messa a piangere. Nella cucina scende un silenzio cupo. La guerra è an che questo: cattiveria ingiustificata e ferocia verso chi non può difendersi. È il pensiero che accomuna le due donne e la bambina. «Poi, ci fu una gran cagnara, quel giorno diversi prigionieri riuscirono anche a scappare, ma intanto il poveretto è andato al Creatore senza neppure il tempo di recitare un Requiem… Qualcuno ha poi raccontato che quel bastardo di tedesco è stato punito, trasferito, ma… io non ci credo» conclude Luisa soffiandosi rumorosa mente il naso. Seguono attimi di pausa, carichi di ansia e preoccupazione. A rompere quella cortina è la voce buona della nonna. «Hai ragione, Luisa. Dovrò stare più attenta. La prossima volta ci andrò io alla stazione. Se dovesse succedere qualcosa a Adelina non me lo perdonerei, mai, lo giuro fin ché campo» dice Anna, accarezzando la cascata di riccioli di rame che incorniciano il volto paffuto della nipote. «Io non ho paura, sono grande ormai» aggiunge lei con aria spavalda, pulendosi con il dorso della mano il latte che le ricade ai lati della bocca. «Già, in tempo di guerra si diventa grandi prima dell’ora. Ma ai treni la prossima volta ci andrò da sola». Parla risoluta la nonna, con un tono che non ammette repliche. Poi, ammorbidisce la voce aggiungendo: «Se proprio vuoi, possiamo andare assieme a consegnare la lettera, quella che hai raccolto». Ecco, la nonna sa sempre come prenderla, strappandole un breve sorriso, anche quando la luna le va di traverso. La vicenda del ragazzino l’ha profondamente colpita e insieme le è tornata in mente la sagoma minacciosa del tedesco che puntava diritto verso di loro, ed era solo poche ore prima a Stazione di Carnia. Adelina lì per lì non si era spaventata, ma ora un brivido le corre lungo la schiena. Tuttavia, dentro di sé continua a ripetersi: “Io non ho paura, io non ho paura…”. In quei mesi tormentati, come una ricetta magica, quel le parole servono per andare avanti e non lasciarsi sopraffare dalla brutalità degli eventi. “Io non ho paura, io non ho paura…” si ripete Adelina, fino allo stremo.

Click to listen highlighted text!