“I bambini sono come i cani: corrono per ore senza sfinirsi, hanno voglia di giocare sin dal mattino presto, si liberano in fretta delle loro emozioni peggiori, sorridono con gli occhi ancora gonfi dal sonno, allungano carezze anche dove non dovrebbero essercene e soprattutto non hanno memoria: cancellano le delusioni e il dolore con una forza che sembra essere di un santo”.
Già disponibile da venerdì 27, sarà in libreria da venerdì 6 marzo Bauhaus di Gianfranco Di Fiore (Readerforblind 2026, pp. 576, € 22).
Uno scrittore quarantenne, emigrato e disoccupato viene accolto nella villa del cugino Mauro a Enniskerry, nella contea di Wicklow in una famiglia disfunzionale con cinque figli e le due governanti.
Il protagonista cerca di trovare lavoro nelle librerie di Dublino e Bray ma finisce per accettare un’occupazione come addetto alle pulizie in un hotel e nel frattempo si ambienta e cerca svago:
“Sarà un giorno da ricordare, penso, mentre dilato con forza le natiche di Tamara per entrarci dentro”.
Emerge una solitudine esistenziale mitigata dal sesso:
“Tamara vorrebbe migliorare il suo inglese, ma alle dieci di sera si addormenta sfinita sopra un materasso soffice; quando non passeggia con Gema, o con me, trascorre il tempo con i dildi di gomma e i vibratori di ultima generazione: non ha amici, nessuno di noi ha amici, non conosciamo i teatri e i cinema dell’isola, e nei viali alberati di Dublino ci fa compagnia soltanto la musica”.
Lontano da casa scopre nella scrittura la sua vera patria e l’unica forma possibile di resistenza.
Così l’esilio irlandese diventa l’occasione per la ricostruzione di un equilibrio interiore: “Non vedo più buio e assenze intorno a me, non esiste città o cielo che possa potarmi via la voglia di essere e di scrivere, di sognare e di fallire, di urlare e rinascere nel giro di una notte.”
Per chi crede che costruire una casa è possibile e che la caduta dura soltanto un istante.
Carlo Tortarolo
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Weimar
C’è un cuore più nero della notte, sulle colline di Glencullen, che batte come la cassa di pelle di un vecchio banjo. È un cuore fatto di pietra e assi di legno scorticate dal fumo dei marinai. L’insegna dice che fu costruito nel 1789 ed è il pub più alto d’Irlanda. Su alcuni muri sono appesi annunci di pescatori scomparsi all’inizio del secolo scorso e dei pitali di ceramica, restituiti alla terra ferma dal mare; al centro della sala c’è un’antica poltrona di pelle verde, recintata da una catena sottile, e un cartello su cui è scritta la storia di un uomo che, dopo aver vissuto mille vite, come tutti i maschi dell’isola, era finito lì a bere, a espiare i suoi peccati, a maledire la moglie, e a svezzare la paura di vivere con del liquore conservato nelle botti di castagno. È un posto così desolante il Johnnie Fox’s che quasi mi sembra vivo. La strada per arrivarci è buia, scavata sulle gobbe irregolari dei pendii che salgono dal mare, e il verde dei campi che cingono la valle sembra non aver mai avuto quel colore di menta ghiacciata: le tenebre cancellano le anime a riposo sotto le coperte, le lamiere delle auto ferme nei giardini, infestati dagli spettri, e i cottage circondati dal silenzio e dalle siepi umide di fine estate.
Il bosco dietro le nostre spalle soffia un vento fatto di resina, che si incolla alle narici trattenendo la malinconia, e di respiri caldi e dolorosi che non sono certo di riuscire a nascondere ancora per molto. Mio cugino fissa un punto lontano, oltre l’oscurità senza suono che porta a Dublino. Mi racconta che gli uomini della contea di Dún Laoghaire non hanno voluto costruire dei lampioni, per fermare il tempo, per conservare intatta la storia e la materia di questi luoghi sacri; nascondersi è il solo modo che conosco per rimanere in vita, per non perdermi, penso, e sento la pioggia iniziare a scorrere sulla schiena, segnandomi il collo come una fune lenta. Ho dormito poco durante il viaggio e le ossa iniziano a cedere per il freddo.
Non so mai perché lascio la mia terra, la mia famiglia, il calore pagano delle spiagge di Paestum, e non so mai dire quanta disperazione germogli nei miei pensieri quando abbandono la mia vita vera, da recluso, paralizzata dentro le storie che leggo e quelle che ancora non so di voler scrivere; disimpariamo la gratitudine, disimpariamo l’affetto per i nostri nonni, dimentichiamo le domeniche festose dentro agli inverni quieti, con le strade allagate e la morte nella nebbia del pomeriggio; ci spogliamo della decenza, nascondiamo le mani tremanti d’amore e perdiamo l’abitudine delle carezze sincere: impariamo a viaggiare e non perdiamo alcuna nozione sul come rimanere in piedi, la vanità del voler accedere alle stelle rincorrendo luoghi esotici e lontani si innesta nelle nostre viscere, come un male che non ha cura; facciamo tutto per abbandonare le nostre più coerenti e necessarie abitudini e conquistare un altro piccolo pezzo di mondo, aridi come giganti granelli di sabbia veniamo agiti dal vento, rotoliamo sulle fughe della terra, immaginando di poter vivere in un altrove che non sia stato ereditato. Siamo poveri, contro noi stessi, siamo orribili nel nostro perpetuo desiderare; ci insegnano ad articolare suoni e a farne parole, crescendo, e ci insegnano a tagliare il cibo nel piatto: viviamo l’adolescenza guardando la nostra casa come un rifugio, poi ne facciamo una gabbia e battiamo i pugni sulle porte per anni, in attesa che finiscano i divieti e la giovinezza. Siamo di certo ancora umili, e interi, quando riusciamo a sopportare la nostra esistenza domestica, sognando nuovi spazi dove poter ammassare ricordi e abiti logori, e siamo bisognosi quando urliamo la rabbia sulle facce rugose di chi ci ha messo al mondo, utilizzando il potere codardo della nostra insana autocommiserazione, nella speranza di intenerire chi non avrebbe mai voluto vederci tristi: esigiamo la fine delle giornate semplici perché siamo certi che qualcosa ci aspetti, chissà dove. Ma nessuna città, nessun paese straniero, nessuna casa saprà renderci umani e felici per un banale risveglio, come quella che sempre è stata la nostra familiare abitazione, la nostra tavola imbandita alla sera: una madre e un padre, i figli che battono la forchetta sullo stesso piatto, e le fiammelle cobalto del fuoco che scaldano il cibo da consumare.
Fuori dal Johnnie Fox’s ci sono alcuni autobus fermi, bianchi e scintillanti di pioggia macchiano la notte di un riflesso che a tratti mi asciuga gli occhi. Mio cugino dice che le persone arrivano da tutte le zone d’Irlanda per visitare questo luogo; non so quanto dolore abbiano da pulire via dal cuore se hanno bisogno di un uomo adulto, canuto e in golfino blu che le riporti a casa sane e salve offrendo una guida alla loro ubriachezza, penso. Entriamo, dice mio cugino, è qui che si beve la migliore birra del paese.
E io? Cosa ci faccio qui, nel rifugio per animali ubriachi, sulle colline piovose, nella contea di Dún Laoghaire? Come si finisce, a quarant’anni, disoccupati e stanchi, lungo le strade buie di Glencullen?