A distanza di quattro anni da “Il sapore del buio” e a cinque dal toccante debutto “Le deboli”, Flora Fusarelli torna nelle librerie con “Adua del Lampionaio” (Arkadia Editore, Eclypse,2026, pp. 106, € 14).
Ambientato in un mai nominato paese dell’entroterra abruzzese, il romanzo è incentrato sulla figura di Adua Balzo, una decenne piena di vita che, improvvisamente, si trova ad attraversare il delicato passaggio da un’infanzia spensierata e piena di tenere aspettative ad una precoce maturità fisica e, soprattutto, interiore indotta dal sopraggiungere delle prime mestruazioni. Mentre la ragazzina è alle prese con la metabolizzazione dei grandi cambiamenti intervenuti nella sua quotidianità, la prematura scomparsa della madre prima e il devastante terremoto che rade al suolo la Marsica il 13 gennaio 1915 poi travolgono la normalità sua e della sua famiglia.
Senza addentrarci oltre con le anticipazioni della storia raccontata, piace innanzitutto sottolineare come in queste pagine la scrittrice di Luco dei Marsi si distingua ancora una volta per quella che, ormai giunta alla sua terza prova sulla lunga distanza, sembra essere una sua evidente peculiarità stilistica, vale a dire l’immediatezza. Che però, sia detto subito e subito evidenziato, si rivela un tratto, anzi, un dono assolutamente letterario e mai un banale artificio cui ricorrere nel mero tentativo di “alleggerire” la lettura: nella prosa spesso ardente e sempre urgente della Fusarelli, infatti, ogni singola parola, ogni singolo periodo sembra possedere un proprio peso specifico, una sua spiccata “portanza” narrativa. E questo fa sì che anche la presentazione e l’introspezione dei diversi personaggi che abitano la sua opera, pur nella loro economicità risultino sempre complete, approfondite, man mano che il plot si dipana. Le peripezie di Adua e di chi gli sta vicino vanno letteralmente a “sbattere” contro il lettore, con una forza mai attenuata. E colpiscono duro, senza che nessun filtro di “bella lingua” o nessuna tangente descrittiva provino ad attenuare l’urto. Quella raccontata in questo romanzo è una storia forte, nella quale alcuni paradigmi riconducibili forse al romanzo di formazione, si intrecciano ad una dimensione squisitamente corale, che lascia pensare ad una sorta di moderno scritto “verista”, in grado di innescare non di rado profonda commozione, senza però mai inciampare sulla buccia di banana di un facile pietismo. Questo “Adua del lampionaio” chiede di essere guardato negli occhi, con franchezza, preciso specchio del “piccolo mondo antico” che ritrae, un contesto storico e sociale che nel suo aspirare ad essere (riuscitissimo) microcosmo fornisce in realtà un’istantanea della provincia, della campagna italiana del primo Novecento che sembra creata da qualcuno vissuto in quell’epoca ormai remota, quasi una foto del grande Mario Giacomelli (che, difatti, molti borghi dell’entroterra abruzzese e non solo seppe prodigiosamente immortalare nel corso della sua carriera).
Troverà il modo di restarvi dentro, ci potete scommettere!
Domenico Paris