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Silvio Raffo anteprima. L’ombra gemella

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La scrittura di Silvio Raffo nasce come il paesaggio di Nemi in cui si deposita la vicenda: non descrive, ma trattiene. Ogni frase è una soglia, ogni parola sembra scelta per la sua capacità di evocare ciò che resta fuori campo. Non c’è urgenza narrativa, non c’è fretta di arrivare: la lingua procede per immersione, per lenti avvicinamenti, come se il senso dovesse emergere solo quando il lettore è ormai dentro.

Raffo ne L’ombra gemella (Elliot 2026, pagg. 160, € 16.50) scrive con una voce che non appartiene al presente. È una prosa senza età, colta ma mai esibita, sorvegliata fino all’estremo e proprio per questo attraversata da una tensione costante. La frase è musicale, talvolta ipnotica, costruita su riprese, variazioni minime, ritorni. Nulla viene detto una volta sola. I temi — la solitudine, l’attrazione, il destino, l’ombra — tornano come motivi ossessivi, e ogni ritorno li rende più densi, più pericolosi.

Anche quando i personaggi entrano in scena, non lo fanno come individui psicologicamente definiti, ma come presenze linguistiche. Il professore, il giovane poeta, l’ipnologo: figure che esistono prima di tutto nella voce che le racconta. Raffo non scava nei caratteri, scava nel tono. È il ritmo della frase a suggerire l’isolamento, il desiderio, il sospetto di un karma condiviso. L’occultismo, la letteratura, il mito non sono materiali narrativi: sono strutture profonde della lingua, filtri attraverso cui la realtà viene percepita. Nel suo personale thriller metafisico, la suspense non nasce dall’azione ma dalla forma. Il delitto non irrompe, viene preparato stilisticamente, annunciato da una prosa che si fa sempre più circolare, più chiusa su sé stessa, come un incantesimo che non può essere interrotto. Il finale, numinoso, non risolve: risuona. Lascia il lettore in uno spazio di sospensione, dove il senso non si chiarisce ma si amplifica.

Leggere Raffo significa accettare una diversa idea di romanzo: non una sequenza di eventi, ma un’esperienza di voce. Una scrittura che chiede ascolto, abbandono, attenzione al minimo scarto. Come certi luoghi sacri, come certi miti, come certi amori: non spiegano, ma restano.

Nancy Citro

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Mia madre non era mai stata una persona comunicativa o estroversa – educata a una disciplina che sarebbe legittimo definire militare da un padre per l’appunto colonnello, poco incline alle confidenze e all’apertura del proprio io, soprattutto in argomenti che potessero avere lontanamente a che fare con l’amore o con la sessualità. Non l’avevo mai sentita pronunciare una sola parola che riguardasse l’amore o i suoi sentimenti per mio padre, del resto sempre assente per il suo lavoro (consulenza finanziaria era la qualifica ufficiale), né fare un cenno alla sua (unica) gravidanza o al parto che aveva segnato il mio passaggio dalle tenebre alla luce (per usare un’espressione della zia Egle, che solo molti anni dopo mi aveva rivelato alcuni particolari del travagliato evento: «Un parto podalico, tu non avevi la minima intenzione di uscire, sei rimasto per quasi dieci mesi nel grembo di Adela, e anche la gravidanza è stata un disastro. Al terzo mese Adela è stata malissimo, dolori lancinanti che facevano temere un aborto… eppure sei nato di cinque chilogrammi, un torello, davvero un bimbo di una forza incredibile»).

Mia madre. La dama bianca dal sorriso distante e insondabile che mi fissava dal ritratto sopra il caminetto nella stanza della musica. Una creatura glaciale, astrale più che umana. Suo unico oggetto d’amore sulla terra il pianoforte. Nessun’altra passione, nessun altro interesse se non quello di mantenere in ordine la nostra casa ed ermeticamente chiuso il cuore. Un cuore di cui nessuno possedeva né avrebbe mai posseduto la chiave. Nel suo profilo severo, nella misurata e sempre controllata pacatezza dei suoi gesti, in ogni suo sguardo e ogni suo passo si nascondeva un enigma indecifrabile. La dimensione della maternità le era – ho tutte le ragioni per crederlo – completamente estranea. Una sfinge senza segreti (o forse no, nemmeno questo si riusciva a capire) a cui un destino assurdo e incomprensibile aveva imposto di essere madre. O forse una donna normale (come potevo sapere chi mai fosse stata prima della mia nascita?) a cui una gravidanza indesiderata aveva fatto quasi perdere il senno e di certo ogni amore per la vita se mai ne aveva provato. Le poche foto che avevo visto di lei da ragazza sull’album di famiglia raffiguravano una damigella macilenta e dai lineamenti affilati, con un’espressione diffidente o vagamente smarrita. Anche la zia Egle non parlava mai di lei come di mia madre: la chiamava sempre e soltanto Adela. E un giorno mi aveva detto, con l’aria di chi confida un segreto: «Dopo quel terribile parto in cui ha sfiorato per la seconda volta la morte, Adela non è stata più lei». Un terribile parto. Una gravidanza devastante. Che cos’era accaduto durante quella gravidanza? Ora lo sapevo: era stato consumato un delitto. Un parto che avrebbe dovuto essere gemellare aveva dato alla luce (e da quali tenebre!) un solo figlio: il più forte, che aveva divorato, o meglio assassinato, il più debole.

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