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Joris-Karl Huysmans anteprima. Marthe

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Marthe era arrivata alla fase in cui i sensi non vivono ormai che di scosse. L’amore impaurito, l’amore che si nutre unicamente di brutalità e di ingiurie, il sistema nervoso teso all’eccesso e che si rilassa soltanto sotto il peso del dolore fisico, le gioie del fango, l’odio intenerito per il maschio che ti frusta, le rivolte furiose contro la propria schiavitù, la gioia di colpire il proprio dominatore a rischio di farsi massacrare da lui la resero quasi folle”.

Marthe, il primo romanzo del 1876 di Joris-Karl Huysmans (1848-1907) da oggi torna in libreria (Prehistorica Editore, 2026, pp. 271, € 17 – traduzione e cura di Filippo D’Angelo autore della postfazione). È stato il referto clinico scritto da un autore che non amava l’umanità abbastanza da mentirle.

Huysmans prende una ragazza povera, fragile, nervosa, senza talento e senza protezione, e la lascia vivere. Non la spinge, non la salva, non la redime. La osserva mentre cade e annota con una precisione che oggi sarebbe intollerabile e disumana.

Marthe non cade nella prostituzione per una passione travolgente, né per una colpa spettacolare. Cade per noia, fame, orgoglio, imitazione e desiderio di uscire dal proprio rango. Il suo corpo è una moneta di scambio passata di mano fino a perdere valore.

E Huysmans lo sa: il sesso, qui, non è liberazione ma lavoro a cottimo tra i consigli delle amiche: “Il punto è non prendere un amante sulla trentina: niente più amore e ancora nessuna passione, sono la nostra morte quei tipi lì!”.

Il mondo che circonda Marthe: teatri miserabili, opifici femminili e stanze ammobiliate è descritto con un naturalismo per niente progressista. Non c’è fiducia nel riscatto, nel popolo e nella solidarietà. L’opificio, scrive Huysmans, è “l’anticamera della prigione di Saint-Lazare”. Una frase che oggi scandalizzerebbe ma che era allora pura verità.

Huysmans è spietato soprattutto con la retorica. Quella dell’amore romantico, della povertà dignitosa, della donna “vittima”. Marthe non è innocente, ma neanche colpevole, è soprattutto inadatta. E l’inadeguatezza è una colpa capitale perché la società non punisce il male, punisce chi non riesce a stare al gioco. Lezione sempre attuale.

Quello che rende Marthe un libro ancora urticante è che ci trasforma in spettatori obbligati a guardare e a restare nella stanza mentre l’aria diventa irrespirabile. Huysmans costruisce un ambiente tossico e ci lascia dentro una ragazza fino a quando il suo sistema nervoso cede.

Questa nuova edizione di Prehistorica Editore ci regala lo Huysmans pre-decadente, prima del misticismo e delle cattedrali interiori, quando lo scrittore era lontano dalle vie di fuga metafisiche e ancora immerso nel lussurioso fango urbano.

Marthe è un libro che oggi verrebbe accusato di tutto: sessismo, determinismo, crudeltà, mancanza di empatia. In realtà è solo una cosa che la nostra epoca non sopporta più: è Letteratura.

Carlo Tortarolo

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Marthe guadagnava allora, come operaia nel laboratorio di false perle, un salario di quattro franchi al giorno, ma il mestiere era faticoso e insalubre, per cui spesso non poteva esercitarlo.

L’imitazione della perla è fabbricata con le scaglie dell’alborella, pestate e ridotte a una sorta d’impasto che un operaio gira e rigira senza sosta. L’acqua, l’alcali, le squame del pesce: questo amalgama imputridisce e diventa un focolaio d’infezione al minimo caldo, pertanto viene preparato in una cantina. Più è vecchio e più è prezioso. Lo si conserva in caraffe accuratamente tappate, e di tanto in tanto gli si cambia il bagno d’acqua e ammoniaca.

Come presso alcuni commercianti di vini, le bottiglie portano la menzione dell’anno in cui furono riempite. E allo stesso modo della purea settembrina, quella purea lucente migliora col tempo. In mancanza di etichette, i flaconi giovani sarebbero comunque riconoscibili rispetto ai vecchi: i primi sembrano metallizzati di grigio-nero, gli altri laminati di argento vivo. Quando questa miscela è ormai ben densa, ben omogenea, l’operaia deve, per mezzo di un cannello, insufflarla in piccoli globi di vetro, rotondi o ovali, in forma di sfera o di pera, a seconda del tipo di perla, per poi lavare il tutto con dell’etanolo insufflato anch’esso tramite il cannello. Questa operazione ha il fine di far seccare la patina; non resta allora, per conferire il peso e preservare il rivestimento del vetro, che far sgocciolare nella perla alcune lacrime di cera vergine. Se il suo oriente è ben argentato di grigio, se essa corrisponde a ciò che il fabbricante chiama un “articolo semifine”, il suo valore va dai tre franchi ai tre franchi e mezzo.

Marthe passava le giornate a riempire le ampolle, e la sera, quando il suo compito era terminato, andava a Montrouge dal fratello della madre, artigiano in una liuteria, oppure tornava a casa e, gelata dal freddo di quell’alloggio vuoto, si coricava il prima possibile, tentando di ammazzare col sonno la triste lunghezza delle serate di luce.

Era, del resto, una ragazza assai singolare. Strani ardori, un disgusto per il proprio mestiere, un’aspirazione patologica all’ignoto, una disperazione non rassegnata, il ricordo cocente dei giorni infelici, senza pane, accanto al padre malato; la convinzione, ereditata dai rancori dell’artista disdegnato, che la protezione conquistata a prezzo di qualsiasi viltà e bassezza sia tutto in questo mondo; un appetito per il benessere e lo sfarzo, una languidezza morbosa, una predisposizione alla nevrosi in comune col padre, una sorta di pigrizia istintiva in comune con la madre, tanto forte nei momenti difficili, quanto debole se non era attanagliata dalla necessità: tutto ciò formicolava e ribolliva furiosamente in lei.

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Copyright © Prehistorica Editore, 2026

Il testo di questa edizione è basato su Marthe, histoire d’une fille, in HUYSMANS, Romans et nouvelles,

Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 2019

Traduzione e postfazione di Filippo D’Angelo

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