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Brividi di Elisa True Crime: quando il true crime diventa merchandising

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C’è un momento, nella carriera di ogni creator di successo, in cui il pubblico smette di essere un interlocutore e diventa un portafoglio. È il momento in cui i podcast non bastano più, i tour teatrali sono saturi e le partnership non coprono tutte le spese di produzione. Ed è allora che arriva il libro. Non un saggio, non un’inchiesta, non un romanzo. Un libro. Perché tanto, se hai un milione e mezzo di iscritti, perché non diventare anche scrittori?

Elisa De Marco, nota come Elisa True Crime, ha pubblicato Brividi. Storie che non vi faranno dormire la notte (Mondadori Electa, 2022) esattamente in quel momento: quando il successo era già consolidato e il passo successivo era ovvio. Il libro, 188 pagine di cronaca nera raccontata con lo stesso tono dei video YouTube, è la prova che il true crime, quando diventa prodotto, perde ogni ambizione letteraria.

La scrittura: un ghostwriter si sarebbe vergognato

Non sappiamo se Elisa abbia scritto davvero il libro o se ci sia uno zoccolo duro di ghostwriting (come spesso accade per i creator). Ma il risultato è lo stesso: una prosa piatta, priva di ritmo, che alterna frasi fatte a descrizioni frettolose. Non c’è ricerca stilistica, non c’è tensione narrativa, non c’è voce autoriale. C’è solo la trascrizione di ciò che già si trova nei video, con qualche dettaglio in più per giustificare il prezzo di copertina.

Prendiamo l’incipit del caso di Rui Pedro, il bambino portoghese scomparso nel 1998: «Era un pomeriggio come tanti, Rui Pedro uscì di casa per andare a giocare e non fece più ritorno». Niente atmosfera, niente costruzione del suspense, niente profondità psicologica. Solo cronaca. E la cronaca, senza letteratura, è solo gossip postumo.

Le fonti: un’apparenza di rigore

Elisa ci tiene a precisare, nel libro, che ogni storia è «documentata», «verificata», «rispettosa delle vittime». Ci sono persino note a piè di pagina e una bibliografia delle fonti. Ma è un’illusione di rigore. Le fonti sono quelle già note al grande pubblico: articoli di giornale, servizi TV, documentari. Non c’è un’intervista esclusiva, non c’è un documento inedito, non c’è un’analisi critica. C’è solo il riassunto di ciò che già si sapeva, confezionato per chi vuole leggere invece che ascoltare.

Il vero problema: l’assenza di ambizione

Il punto non è che Elisa non sappia scrivere. Il punto è che non le interessa. Brividi non è un libro pensato per durare, per essere letto tra dieci anni, per entrare in una biblioteca. È un prodotto usa e getta, come i video TikTok. E questo è legittimo, se lo si ammette. Ma il problema è che Mondadori lo pubblica come se fosse letteratura, e il pubblico lo compra come se fosse cultura.

Jean Genet era un ladro, ma ha scritto Il diario di un ladro con una voce inconfondibile, con una rabbia che brucia ancora oggi. Elsa Morante lavorava come maestra elementare, ma ha scritto La Storia con una potenza che pochi autori contemporanei riescono a eguagliare. Elisa De Marco lavorava nel retail, e ha scritto Brividi con la stessa cura con cui si compila un post Instagram.

La conclusione: un libro che non serve a nessuno

Brividi non fa ridere, non fa piangere, non fa pensare. Fa solo soldi. E questo, in un’epoca in cui gli scrittori veri faticano a trovare un editore, è un insulto. Non a Elisa, che fa il suo lavoro. A un sistema editoriale che premia il successo sui social invece che la qualità della scrittura.

Se volete leggere true crime scritto bene, prendete A sangue freddo di Capote. Se volete leggere true crime scritto con empatia, prendete L’avversario di Carrère. Se volete leggere true crime scritto da una creator, prendete Brividi. Ma non aspettatevi letteratura. Aspettatevi solo un altro modo per monetizzare il dolore degli altri.

 

Francesca Mezzadri 

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