Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Il fiore del ricordo. Intervista ad Angelo Di Liberto

Home / L'intervista / Il fiore del ricordo. Intervista ad Angelo Di Liberto

Angelo Di Liberto vive a Palermo. Scrittore, lettore raffinato, ha dato vita a una grande comunità di lettori che lui ama definire “consapevoli”. Il gruppo si chiama Billy, il vizio di leggere. È anche l’ideatore di “Modus legendi” iniziativa che tende alla valorizzazione di libri e autori di qualità.

È una persona seria, intelligente. Che stimo molto. Le sue dirette sono molto seguite, i suoi consigli di lettura rispettati.Ho scoperto solo dopo che fosse anche uno scrittore interessante, dopo aver letto Il fiore del ricordo, edito da Gallucci. Ho capito, a un certo punto, che per far emergere tutte le sue anime non sarebbe bastata una semplice recensione.

L’ho intervistato.

Pierangelo Consoli

#

Ne “Il fiore del ricordo” indaghi il dolore di un uomo, di Lauri. Possiamo dire che in letteratura il dolore “sentimentale” degli uomini è meno indagato di quello femminile? Se sì, perché?

Se diamo uno sguardo alla letteratura ci accorgiamo che il dolore intimo che gli uomini provano per la perdita della propria compagna di vita è sottovalutato, quasi fosse loro negato.
A qualsiasi latitudine e in ogni epoca gli uomini hanno subito una sorta di sessismo di ritorno. A un uomo non è concesso di soffrire. È una diminutio che non gli si addice. Un uomo può proteggere, difendere, combattere, ma non può esprimere la propria vulnerabilità. Raramente gli sarà perdonata. Accade tutti i giorni e la cronaca è piena di maschi che uccidono, violentano, quasi ci fossero solo quelli. Nessuno sguardo nei confronti di chi soffre per amore, di chi si annichilisce nella sofferenza amorosa.
L’educazione patriarcale, che impone al maschio di non mostrare i propri sentimenti, ha contribuito a incistare, nell’immaginario collettivo, la figura dell’eroe inscalfibile. E se ci sono autori che hanno scritto della sofferenza amorosa e ne hanno fatto dei capolavori, stento a trovare il nome di un’autrice che abbia incentrato il suo romanzo sulla sofferenza amorosa di un uomo che ha perso la propria donna. Una scrittrice che abbia saputo scendere nei meandri della psiche maschile e del suo modo tutto intimo di soffrire. Mi riferisco al maschio eterosessuale, perché del maschio omosessuale è stato scritto, ma anche in questo caso, spesso si è caduti nel cliché.

La scomparsa di Alma costringe suo marito a fare un viaggio a ritroso nella sua vita e nella loro storia. Secondo te come cambia Lauri alla fine di questa peregrinazione?

Quel viaggio di cui parli è duplice. Non posso svelare di più perché si tratta dell’enigma stesso della storia. È attraverso quel viaggio a ritroso, però, che Lauri ritorna nel kronos, nella dimensione temporale lineare, nel tempo di tutte le cose. Durante la storia il protagonista oscilla tra un kronos e un kairos, che è poi ciò che facciamo tutti noi quando sospendiamo la linearità, e ci accade molto più spesso di quello che pensiamo. Solo che kairos pretende delle azioni tempestive, azioni che si verifichino in quel preciso istante. Ed è lì che Lauri manca a se stesso. Lauri continuerà a mancare fino alla fine. Forse, solo in un istante si ritroverà, come in un momento catartico in cui tutto deve risultare, ma poi si perderà ancora. È della condizione umana, eternamente perduta.

Scomparendo, Alma lascia un enigma ulteriore a torturare suo marito: Alfredo.

Ma chi o che cosa è “Alfredo?”

Alfredo è il motivo per cui siamo qui. È tutto ciò che ci manca, perché siamo sempre nella mancanza. Nello specifico, nella storia è un elemento cruciale di disvelamento. È dio e tiranno per Lauri. Salvezza e dannazione.

Leggendo ho pensato molto a un romanzo che amo: L’amante di A. Yehoshua, c’è un libro a cui tu hai pensato durante la stesura di questo romanzo, o una canzone ricorrente?

È un ottimo esempio quello di Yehoshua. Anche lì c’era l’inseguimento di uno spettro/amante. Ma se dovessi pensare a ciò che ha innervato la mia scrittura alimentando il mio immaginario, direi che “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson è uno di quei libri che hanno inciso a lungo. E poi un film, “The eternal sunshine of the spotless mind”, che cito nel mio libro. La sceneggiatura di Charles Kaufman e la regia di Michel Gondry.

In “Scritto sul corpo” l’autrice non specifica il sesso del protagonista. È un espediente che le permette di superare le categorie classiche. Io volevo esplorare quella meno battuta, la perdita dalla parte maschile eterosessuale. Gondry rende il suo protagonista vulnerabile sino all’annichilimento. In questo aderendo in pieno all’amor cortese ottocentesco e attualizzandolo, nevrotizzandolo, facendone un propulsore d’intima ricerca interiore.

Come lavori di solito? Ascolti musica, in silenzio, a che ora? Qual è la tua routine di scrittura?

In genere lavoro al mattino, comincio intorno alle sei, quando tutto ancora deve divenire e il silenzio e l’essere attorniato da alberi mi dà l’illusione di stare altrove. Ho bisogno del mio silenzio, non solo esterno, ma soprattutto interno. Devo mettere a tacere le voci che mi parlano continuamente, e non perché sia un folle, ma perché tutto continua a coinvolgermi incessantemente. Non faccio colazione prima. Ciò che scrivo deve appartenere a un’altra dimensione, non a quella del quotidiano. Una sorta di sonda gettata nella trascendenza e che torna nell’immanenza. Per certe immagini letterarie ho bisogno della musica, ma deve far parte integrante della storia, com’è successo con Caroline Lavelle per “Il fiore del ricordo”. Lavelle ha la capacità di spostarmi, di non fami più stare laddove stavo.

Sul sito del tuo editore, di Gallucci, ho trovato: età 19+. È una cosa che mi ha colpito. Qual è invece, secondo te, il tipo di lettore ideale per questa storia?

La linea del mio editore mi soddisfa. Carlo Gallucci per me è un rabdomante editoriale, c’è qualcosa d’imperscrutabile nelle sue scelte. Riesce a esercitare su di me appartenenza, casa. Ha già investito sulla mia scrittura pubblicando tre romanzi e non è comune. Modiano è edito in Italia da almeno sei case editrici. Stessa sorte per gli scrittori e le scrittrici italiani, che vengono pubblicati da editori diversi, in questo sbalestrando il lettore.
Se Carlo ha deciso che il mio libro sia adatto a quell’età è perché in questo paese è l’unico vero editore abnegato all’infanzia, all’adolescenza e all’età evolutiva di chi legge. La letteratura che pubblica ha una particolare attenzione alla formazione dei piccoli, che sono i lettori e le lettrici di domani. Non conosco nessun altro editore italiano che ponga la giusta attenzione e una smodata passione per le giovani generazioni come Gallucci.
Il lettore ideale per me è l’uomo, perché in Italia leggono soprattutto le donne e negli ultimi anni sembra si scriva solo per loro e le si releghi in facili sentimentalismi, vittimismi, in cui a perdere sono sempre le donne, travagliate e vinte. La captatio benevolentiae esercitata nei loro confronti da parte degli autori e degli editori ormai è cosa nota. Io invece vorrei riportare gli uomini alla lettura di romanzi. E questa storia è dedicata principalmente a loro.

Il motto di Satisfiction è “soddisfatti o rimborsati”. Noi, se consigliamo un libro e poi il lettore non è convinto, se ci scrive e ci motiva il disappunto, il libro lo rimborsiamo. Ora quale libro, Angelo Di Liberto, consiglierebbe ai nostri lettori certo che non doverlo mai rimborsare?

Per fortuna in Italia esiste letteratura di buon livello sotto coltri di prodotti spiccatamente commerciali. Penso a Wanda Marasco e al suo “Di spalle a questo mondo”, premio Campiello 2025, pubblicato da Neri Pozza Editore. La storia è quella di Ferdinando Palasciano vista dall’ottica di Olga, la moglie e credimi se ti dico che la scrittura è straordinaria. Marasco ha scritto un poema utilizzando una lingua epica, intrisa nel sangue e nelle viscere sue e dei suoi personaggi. So che può sembrare un’immagine forte, ma è ciò che trasuda da quelle pagine. Vorrei però citare anche un secondo libro e questa volta di Sergio La Chiusa, il cui titolo è “I Pellicani”, pubblicato da Miraggi Edizioni. In uno scenario metafisico suggestivo si muovono dei personaggi magrittiani ai imiti dell’assoluto. La Chiusa orchestra magistralmente una struttura claustrofobica, onirica, impalpabile, utilizzando una lingua incisiva, destabilizzante. Mi augurerei che le lettrici e i lettori italiani decidessero di esplorarli e in generale di entrare in confidenza con la parola che non acquieta, anzi, con la parola che annienta certezze, divelle abitudini, nel disincanto di un mondo che continua a raccontarsi bugie per non accettare la colpa della propria ignavia, dell’annientamento dell’alterità.

Grazie.

Click to listen highlighted text!