CAPITOLO XI
Il capitolo XI di Casa d’altri segna il epilogo narrativo: un episodio notturno, piovoso quasi surreale. Lo stile è più nervoso, il ritmo si fa incalzante, e le immagini si sovrappongono in un’atmosfera quasi onirica e sospesa.
Vediamo una lettura dettagliata del capitolo.
Una giornata intera di pioggia intensa isola il borgo. Alla sera, un’improvvisa sparatoria nel bosco rompe il silenzio.
Si scopre che alcuni muli carichi di farina di contrabbando sono finiti in mezzo ai calanchi. La gente del paese si riversa in massa fuori per raccogliere la farina caduta, sotto la luna e la pioggia.
Il prete, inizialmente indeciso, si unisce al gruppo, ma in realtà non pensa affatto alla farina.
Lungo la strada, finalmente incontra la vecchia, anche lei col grembiule rialzato, intenta a raccogliere la farina.
“Vidi laggiù la mia vecchia col grembiule rialzato anche lei.”
Questa immagine è al tempo stesso comica e drammatica. La donna, fin dalla prima comparsa, è stata ritratta come dignitosa, misteriosa, persino ieratica. Trovarla ora, in mezzo al fango, intenta a raccogliere la farina come tutti, la ridimensiona, la umanizza.
Il prete scherza, la affronta, e le chiede la famosa lettera. Il capitolo si chiude così, in una tensione irrisolta.
La notte e la pioggia: ambientazione simbolica
“Tutto il giorno era piovuto e piovuto come capita solo da noi.”
La scena è immersa nel buio e nella pioggia. Questa ambientazione è una proiezione interna dello stato d’animo del narratore: confuso, in ansia, in attesa.
Il tempo atmosferico è espressionista: traduce in termini naturali ciò che è psicologicamente sospeso e irrisolto.
La pioggia ha anche valore purificatore e di passaggio: segna il momento in cui qualcosa finalmente accade.
Il paese come metafora dell’umanità primitiva
La corsa collettiva alla farina è descritta con ironia ma anche con un senso di tragedia arcaica:
“Come l’ultima notte di Troja.”
Una massa che si muove senza parlare, senza riflettere, obbedendo solo a istinti primari. La fame, la sopravvivenza, il bisogno. Anche i vecchi e i bambini scendono in strada, non per il giusto o lo sbagliato, ma per la farina. È il ritratto di una società premorale, dove la legge e la fede non arrivano.
In questa scena corale il prete si sente fuori posto: sa che la sua funzione è ormai inutile.
Il prete e l’attesa dell’incontro
Pur uscendo di casa per “la farina”, il prete sa bene cosa sta cercando:
“Ma era chiaro che pensavo a tutt’altro.”
Si muove più per speranza che per necessità. Tutto ciò che accade attorno è solo pretesto, sfondo, distrazione. La sua vera meta è l’incontro con la donna, il confronto che non è mai avvenuto.
L’incontro finale con la vecchia: tensione e pudore
Elemento Simbolo Significato
La pioggia Purificazione, transizione Prepara il momento dell’incontro, lava via l’attesa
La farina Sopravvivenza, bisogno terreno Contrapposta al bisogno spirituale e morale
La corsa collettiva, Istinto, primitivismo Una società che vive fuori dalla legge e dalla religione
La lettera Comunicazione interrotta, l’unica possibilità di verità, mai realmente letta
La luna Presenza discreta, complice Non illumina tutto, ma abbastanza per far vedere il necessario
Questo capitolo conclude la vicenda esterna del racconto, ma non risolve il suo dramma interiore. Anzi, ne accentua il mistero.
Il capitolo termina con un breve dialogo tra il prete e la vecchia.
“Ecco qua, cominciai un po’ a scherzare. “Per questa non siete venuta a domandare la regola. La regola la sapevate per questa”. E indicai la farina.
Il prete prova il tutto per tutto. Anche farla sentire in colpa per quell’ indispensabile appropriamento indebito di farina.
(…) La mia vecchia si ritrasse nel guscio. Era più spaventata di un topo.
“No, no. Adesso scherzo. Aspettate.” (…) “Vengo solo a pigliar la mia lettera “.
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CAPITOLO XII
Il capitolo XII di Casa d’altri si configura come una riflessione sulla condizione umana, sull’incomunicabilità e sulle difese psichiche che ognuno di noi adotta per fronteggiare il dolore della vita.
Il prete finalmente incontra la donna senza filtri, senza convenzioni. Lei è lì, come tutti, nel fango e nella notte. Ma anche in questo contesto non parlano davvero, non si chiariscono. La richiesta del prete “vengo solo a pigliar la mia lettera” resta sospesa.
Sintesi del capitolo
Il protagonista si trova a confrontarsi con Zelinda. La conversazione si sviluppa in un’atmosfera di scontro e malintesi, ma anche di ricerca di una verità profonda. Zelinda, infatti, ha scritto una lettera che il protagonista desidera ricevere, ma la donna è riluttante a rivelarne il contenuto. La tensione tra i due aumenta, mentre il protagonista cerca di forzarla a parlare, ma al contempo si rende conto della profondità della sua solitudine e del suo rimpianto. Zelinda, purtroppo, non riesce ad aprirsi completamente. La sua vita sembrerebbe essere stata una lunga sequenza di rinunce, povertà e sacrifici.
“Ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale, e quando vado a dormire va a dormire anche lei. E mangia dell’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più neanche quello…Come me…come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Una vita da capra e nient’altro”,
Zelinda denuda una condizione che prescinde dal possesso, perché non solo nulla è suo ma ella stessa non si possiede più, la sua vita gli è estranea. Ella nella sua coscienza elementare e solitaria lo ha capito perfettamente, mentre ogni giorno, piegata sui lastroni di pietra, lava stracci e budella in fondo al canale: “Tutte le mattine alzarsi alle cinque e andare giù in fondo alla valle per pigliare gli stracci e fermarsi a mezzogiorno un momento a mangiare olio e pane sopra l’erba di un fosso: e poi venire su fino a monte a pigliar la carriola e andarsene al canale a lavare. Fino alle sei, fino alle sette, e il lunedì fino alle nove di sera….- E il giorno dopo fare lo stesso, e l’altro giorno, e tutti i giorni del mondo. Perché io questo lo so: questo lo so, lo so bene: tutti i giorni del mondo”.
Ma se è vero che la vita che Zelinda conduce è fatta solo di stenti e di miseria al punto che tra la sua vita e quella della sua capra non vi è alcuna differenza come ella stessa in modo impietoso, a un certo punto dice. In definitiva, il capitolo XII di Casa d’altri si configura come una riflessione sulla condizione umana, sull’incomunicabilità e sulle difese psichiche che ognuno di noi adotta per fronteggiare il dolore della vita.
Zelinda non si racconta: si consuma in una descrizione del quotidiano che è già condanna. La sua vita non è povera soltanto di beni, ma di scarto, di possibilità di deviazione. È un percorso chiuso, che si ripete identico come il ritorno dell’acqua nel canale o il passo della capra che la segue. E in questa ripetizione non c’è natura, ma meccanismo; non c’è armonia, ma una specie di obbedienza senza più interlocutore.
Quando dice “una vita da capra”, non sta usando una metafora: sta registrando un’evidenza. Ma ciò che ferisce non è l’umiliazione animale, bensì il fatto che la differenza tra lei e la capra non è più qualitativa, è solo residua—un frammento, il pane. Tutto il resto è già stato livellato. La fatica, il freddo, il lavoro, il tempo non hanno più peso perché non hanno più alternativa contro cui misurarsi.
E qui il testo diventa vertiginoso: la disperazione non nasce dalla mancanza di senso, ma dalla sua impossibilità stessa. Non c’è più nemmeno la forma della domanda. E quando la domanda si spegne, anche Dio—o la sua assenza—diventa irrilevante. Rimane solo la durata nuda dei giorni.
“Ogni giorno del mondo”: questa ripetizione non è enfasi, è abisso. Perché toglie al tempo ogni direzione. Non c’è un prima che giustifichi, né un dopo che prometta. C’è solo il ritorno identico dell’istante, come se la vita fosse stata privata della facoltà di concludersi.
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CAPITOLO XIII
Il capitolo XIII, il più intenso di Casa d’altri, è il nucleo etico, teologico ed esistenziale dell’intero racconto. Qui il narratore-prete si trova a confrontarsi apertamente con la richiesta implicita che ha aleggiato per tutto il testo: quella della legittimità morale del suicidio in casi di sofferenza estrema. È un momento di crisi personale, dove la dottrina entra in conflitto con la realtà viva, concreta e dolorosa di una persona vera, di una donna che soffre.
Sintesi del Capitolo XII
La vecchia finalmente rivela cosa c’era nella lettera che aveva scritto e poi ritirato.
La rivelazione: la richiesta di morire
«… se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima.»
Questa frase è il cuore dell’intera vicenda. Non è una provocazione, non è una rivolta. È una richiesta sussurrata, composta, quasi infantile nella sua formulazione. Zelinda non chiede di ribellarsi, chiede se può avere il permesso, da parte dell’autorità religiosa, di smettere di soffrire.
«Anche uccidersi… sì.»
Con tono dimesso, Zelinda chiama il suicidio col suo nome. Non lo rivendica: lo confessa. E chiede, non impone. È l’espressione più tragica della sua condizione: non rivendica il diritto alla morte, chiede una deroga alla legge divina.
Esprime la sua sofferenza interiore e il desiderio di porvi fine, ma senza “offendere Dio” o “fare dispetto a nessuno”.
È in questo punto che il racconto di D’Arzo si fa più tagliente: la sofferenza non è più un evento umano, ma una condizione cosmica ristretta a un corpo solo. E il corpo, proprio perché continua a muoversi, sembra quasi tradire la sua stessa fine già avvenuta.
La forza del testo sta nel non gridare mai. La tragedia non viene dichiarata: viene lasciata accadere dentro frasi che sembrano semplici, quasi neutre. Quando Zelinda dice “spero che Dio mi faccia un piacere”, si sente una vertigine: l’idea che vivere possa ridursi a un gesto senza testimone, a una sequenza senza riscatto, a una presenza che non riesce più nemmeno a diventare domanda.
E allora la vera domanda—quella che attraversa tutto il racconto senza mai essere risolta—non è solo unde malum? (quale è l’origine del male del mondo?), ma qualcosa di ancora più spoglio: cosa resta dell’uomo quando anche il dolore smette di aprire uno spazio di senso?
Zelinda vorrebbe solo essere autorizzata dalla chiesa a morire, come un gesto di carità, soltanto per un gesto molto speciale, senza offendere nessuno, rimanendo nella fede semplice di Dio, e il curato non può fare altro che rispondere con un silenzio. Il prete resta spiazzato, muto, capace solo di parole “d’altri”.
Il prete e la crisi del linguaggio
«… parole e parole e raccomandazioni e consigli e “per carità” e “cosa dite” e prediche e pagine intere… Tutte cose d’altri, però.»
Qui è il punto più alto del dramma del narratore. Di fronte alla domanda più vera, più disperata, il prete non ha parole sue. Ha solo un linguaggio di seconda mano, “d’altri”, fatto di catechismo, dottrina, frasi fatte. Ma in quel momento non bastano, non servono, non toccano.
La Chiesa parla, ma non dice. Il prete, pur volendo aiutare, non sa come fare. La sua funzione religiosa non ha gli strumenti per rispondere a una domanda così radicale.
La tana della vecchia e la porta che non si apre
«Mi sembrò proprio che quella sua tana arrivasse oltre i monti e più in là.»
Questa frase è simbolica e potente. Dopo che Zelinda si ritira in casa, il prete resta fuori, a guardare un uscio minuscolo, ridicolo nella sua povertà. Eppure quel piccolo ingresso si trasforma in un confine invalicabile.
La casa rappresenta il mondo interiore della vecchia.
Il prete non può entrarvi, nonostante la conosca “a memoria”.
L’impossibilità di accesso indica l’abisso tra la parola religiosa e la realtà del dolore umano.
È una delle immagini più belle del racconto: la porta più fragile si rivela la più solida. Nessun potere ecclesiastico, neppure il Vescovado, può forzarla.
L’inverno che arriva: simbolo della morte e della rassegnazione
«Vengono delle idee, certe volte.»
Chiude su una nota amara. Il prete, solo, in mezzo alla notte, riflette sull’inverno, sulla morte in arrivo, sulle passere uccise dal freddo, sui vecchi che moriranno “in fila”.
«E lei cosa avrebbe fatto, la vecchia?»
Si pone la domanda, ma non ha una risposta. La voce narrativa è satura di impotenza. La Chiesa, la regola, la parola, non bastano più. Eppure il narratore non può rompere con esse: torna in parrocchia, perché non sa fare altro.
La domanda centrale del capitolo è questa:
Può esistere un caso in cui il suicidio non sia colpa, ma scelta umana legittima?
Zelinda non contesta Dio. Anzi:
«Non volevo fare offesa a Dio in nessun modo né lamentarmi per niente di lui.»
La sua non è empietà, ma dolore lucido, consapevole. È un caso di sofferenza estrema senza appello, che cerca risposta nella Chiesa, nel prete.
Ma il prete non sa rompere con la dottrina, né sa trascenderla. È bloccato tra fedeltà alla regola e compassione per l’individuo.
Il vero dramma del racconto non è il suicidio. È l’incapacità della religione di affrontare fino in fondo la sofferenza radicale.
Analisi psicologica del prete
Empatico, ma impotente: vuole aiutare, ma non sa come.
Si sente traditore della propria missione: perché nel momento più difficile non ha una parola “sua”.
È bloccato tra due mondi: la dottrina e la vita.
Alla fine, sceglie di tornare in parrocchia, ma sconfitto, più vicino all’uomo che al sacerdote.
Il capitolo XIII è una riflessione sull’insufficienza della parola religiosa davanti a certe domande. Il suicidio non è trattato come atto scandaloso, ma come ultima domanda. Zelinda non è un’eretica, ma una persona più onesta di quanto la fede possa tollerare.
Il prete non condanna, ma non risponde. Il suo silenzio non è giudizio, è disorientamento, dolore, coscienza del proprio limite.
Il capitolo si chiude così:
Non con una morte, non con una confessione.
Ma con una porta che si chiude e una domanda che resta senza risposta.
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CAPITOLO XIV
Il capitolo XIV di Casa d’altri è il vero epilogo dell’opera: un congedo silenzioso e amaro, dove il narratore – il prete – prende atto della morte di Zelinda, non viene detto in che modo e con essa della fine di una vicenda umana ed esistenziale che ha minato le sue certezze religiose e personali.
Questo capitolo non è più drammatico come il XIII, ma è tragicamente sereno, dominato da freddo, silenzio, immobilità, e da una percezione di vuoto irrimediabile. È la pagina del distacco definitivo, dell’esilio emotivo e della resa intellettuale.
Il Prete e la Morte della sua vecchia
La morte della vecchia non rappresenta solo la fine di due individui, ma una fine simbolica: la fine di un ciclo di vita e di esperienze che rimarranno incomprensibili o irrisolte. La vecchia era un personaggio centrale nel racconto, non solo per la sua storia personale ma anche come simbolo di una certa forma di resistenza all’esistenza, fatta di silenzi, di vissuti impenetrabili e di una sorta di “lotta invisibile” con il destino. La sua morte è l’inevitabilità di un processo che non si può fermare, così come le sue azioni erano tutte intrise di una quieta rassegnazione. La Melide, purtroppo, non fa che ripetere un destino che appare troppo simile a quello delle altre figure del romanzo: rassegnazione, silenzio e morte.
Il prete, alla fine, non si sente né sollevato né redento. La sua interiorità è vuota, svuotata, e non prova nemmeno un dolore autentico per la morte delle due donne, che potrebbe sembrare un segno di disumanizzazione, ma che, piuttosto, è la constatazione di come la sua vita sia diventata ormai tanto priva di significato che anche la morte non ha più valore. La riflessione sul freddo di dicembre, sull’indifferenza delle montagne e sul silenzio che avvolge tutto, è la metafora di un mondo in cui nulla sembra muoversi, nulla cambia, tutto si dissolve nel nulla.
Le “Novità su Montelice?”
La domanda del curato di Braino — “Novità su a Montelice?” — è una domanda che il prete riceve in modo quasi meccanico, senza alcun interesse genuino per la risposta. La risposta “N. N.” (Nessuna Novità) è un segno dell’assoluta indifferenza e della monotonia che hanno invaso la vita del protagonista. Non c’è più nulla che possa scuotere il prete, nessuna rivelazione che possa risvegliare un desiderio di vita, né di senso. Il prete non è più capace di generare nemmeno un briciolo di curiosità per il mondo che lo circonda. La vita è diventata un eterno ritorno del nulla, dove anche il contatto con gli altri non fa che confermare l’irreparabile indifferenza del destino.
L’Interpretazione del Finale
L’atto finale del prete, quando si prefigura di partire “senza chiasso verso casa”, è un gesto simbolico. La “partenza” potrebbe significare il desiderio di abbandonare tutto, di rifugiarsi in un luogo dove la realtà di questa esistenza stanca e priva di significato non possa più investire la sua coscienza. La valigia è il simbolo di una fuga che, però, non è una vera fuga: l’assenza di rumore, la tranquillità della partenza senza chiasso, rappresenta, al contrario, una forma di rassegnazione al fatto che, in fondo, ogni scelta è vano tentativo di sottrarsi alla vita che non si può più vivere.
La menzione delle “capre” con gli “occhi che sembrano i nostri” è un altro elemento simbolico chiave. Queste creature, che apparentemente sono lontane dalla condizione umana, finiscono per riflettere la stessa solitudine, la stessa disperazione, la stessa vacuità esistenziale che affligge l’uomo. La vita della capra, così simile a quella della vecchia, è una vita di circolarità: nasce, cresce, mangia, dorme, muore, ma senza mai acquisire senso. Così è la vita del prete e degli altri personaggi: una ripetizione senza fine, un andare avanti senza mai arrivare.
Considerazioni sul Prete
Il prete, come figura, è emblematico di una visione del mondo intrisa di solitudine e frustrazione. Lui è, in un certo senso, il rappresentante di una spiritualità svuotata, che ha perso il contatto con la realtà che dovrebbe redimere. La Chiesa, e con essa la spiritualità tradizionale, sembra incapace di rispondere alle vere necessità dei suoi parrocchiani. Non c’è redenzione, non c’è speranza. Il prete non solo non salva gli altri, ma non riesce nemmeno a salvarsi. È, in effetti, un uomo senza fede, se non quella che deriva dall’inerzia e dalla costanza nelle sue azioni quotidiane.
In questo senso, Casa d’altri diventa una riflessione sulla fine della tradizione, sul fallimento delle strutture di significato che una volta avevano dato forma alla vita, e sulla disillusione di chi, pur essendo il portatore di un messaggio di speranza, è incapace di viverlo. La morte delle vecchie, la solitudine del prete, l’indifferenza verso la vita e la morte, sono segnali di un vuoto spirituale che non può essere colmato da nessuna struttura religiosa o sociale.
Cosa Resta?
Nel finale di Casa d’altri, non resta nulla se non il freddo e la solitudine. La morte non offre rivelazione, non c’è redenzione, né crescita, né comprensione. La vita, nel romanzo, non è un processo evolutivo, ma un continuo ripetersi di azioni che si chiudono su se stesse. La condizione dell’uomo, simboleggiata dal prete, è quella di un isolamento radicale, dove non c’è più nessuna speranza di comunicazione o di comprensione reciproca. La valigia, la partenza senza chiasso, l’assenza di cambiamento: tutto si allontana, ma senza che nulla venga realmente risolto. La vita non è altro che un ciclo, e il prete sa che ormai non c’è niente da fare, nemmeno partire o fuggire. Il mondo è troppo grande, troppo indifferente e troppo distante per poter essere cambiato.
In sintesi, la fine del romanzo rimanda a un’esperienza di vuoto totale: l’indifferenza di un mondo che non si preoccupa di chi lo abita, il fallimento delle strutture sociali e religiose che dovrebbero dare un senso alla vita, e l’impossibilità di qualsiasi riscatto o redenzione, neppure in forma di morte. La fine, quindi, non è un passo verso un’epifania, ma un ritorno all’assurdo, un rimanere intrappolati in un silenzio che, forse, è l’unica verità che rimane.
L’ambiente: il gelo, il bianco, il silenzio
«A dicembre da noi i sentieri son duri dal freddo, e il rumore di un passo si sente quasi da giù, a fondo valle.»
Fin dall’incipit, l’ambiente si fa simbolico: è gelato, svuotato, immobile, un paesaggio che anticipa e riflette la morte. La narrazione si muove in sottrazione: non accadono eventi, ma si accumulano segni dell’assenza e della fine.
Il bianco della neve sporca, la nebbia, il freddo, le case livide diventano metafore del silenzio della morte, del dolore che non ha più nemmeno la forza di gridare
Il ragazzo: sguardo esterno e compassione silenziosa
«Entrando mi diede un’occhiata come si guarda un malato inguaribile.»
Il ragazzo non parla molto, ma è il più sensibile dei personaggi secondari: coglie la disperazione muta del prete. La sua presenza infantile, quasi inconsapevole, sottolinea il contrasto tra la rassegnata lucidità del prete e la pietà silenziosa che ancora abita gli altri.
È anche il tramite pratico del rito funebre: avvisa, organizza, suona la campana. Fa ciò che va fatto, mentre il prete è paralizzato, emotivamente stanco, incapace di agire con convinzione.
Il rituale della morte: ripetizione svuotata
«Adesso ormai sarà lì che cuce il lenzuolo»
Il lenzuolo cucito dalla Melide è la preparazione della salma, un atto di routine che, però, in questo contesto appare atrocemente meccanico. Il dolore è assente; resta solo il compito.
Il prete non piange, non si dispera. Si muove come un fantasma dentro la propria vita, privo di energia vitale:
«Non provavo neppure dolore, però, né rimorso o malinconia o roba simile. Mi sentivo solo dentro un gran vuoto…»
È l’assenza di emozione, non il dolore, il vero abisso morale del capitolo. Il narratore non ha più parole, più fede, più missione: ha solo il vuoto.
Il ritorno alla stanza e alla memoria del primo incontro
«… dove per la prima volta lei mi aveva così scioccamente parlato…»
Il prete torna nella stessa stanza in cui Zelinda gli parlò per la prima volta, cercando di rileggere tutto con distacco ironico:
«Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo.»
Ma è una maschera, un modo per difendersi dal fallimento: fallimento pastorale, etico, umano. La tragedia non è “la storia da un soldo”, ma l’incapacità di darle senso.
«E io dall’argine vedevo che c’era, ed il resto non voleva dir niente.»
Per tre mesi hanno mantenuto una relazione muta, negata, spezzata, che è andata avanti solo per la coesistenza nello stesso mondo. La presenza di lei, come quella della capra, era un fatto, non più un legame.
“Mai una volta in tre mesi che mi abbia fatto il più piccolo segno o abbia alzato anche solo la testa. Lei c’era ancora; ed io dall’argine vedevo che c’era, ed il resto non voleva dire niente. E tutti e due sapevano benissimo che non ci saremmo parlati mai più, neanche salutati incontrandoci. Ma anche questo era meno di niente.”
Forse resta soltanto questo: una voce che descrive al lettore con precisione quasi pietosa e ricerca di compassione ciò che non può più essere cambiato.
L’arrivo delle vecchie, la campana, il compimento
«Giù dal vicolo venne un rumore. Le sei vecchie di Bobbio arrivavano allora.»
Le vecchie che “piangono a pagamento” rappresentano la teatralizzazione della morte, il rito stanco che si ripete senza significato. Anche loro vengono per bisogno, come la morte stessa che si fa impiego, gesto tecnico.
«Corro a suonar la campana. La Melide ha finito in questo momento.»
Il suono della campana chiude simbolicamente la storia di Zelinda e anche quella del prete. Non è un suono sacro, ma l’eco vuota di un rituale ormai svuotato. Anche l’ultima frase del prete è gelida, passiva:
«Adesso vengo.»
In questo capitolo il protagonista è in uno stato di morte interiore. L’evento (la morte della vecchia) non lo scuote, perché qualcosa si è rotto mesi prima, nel momento in cui non ha saputo rispondere alla sua domanda estrema. Da allora è solo un sopravvissuto morale.
Caratteristiche psicologiche:
Rassegnazione: accetta la morte come inevitabile, ma senza fede
Disincanto: osserva tutto come dall’esterno, come fosse spettatore
Svuotamento affettivo: Non sente più nulla: né dolore, né pietà, né missione
Ironia amara: cerca rifugio in un’ironia cinica, per non affrontare il fallimento
Inadeguatezza: Si sente inutile, quasi superfluo: anche un ragazzo potrebbe “condurlo per mano”
Freddo / neve / gelo Morte, immobilità, distacco, fine
Le vecchie piangenti, rito meccanico, dolore pagato, vuoto del sacro
La stanza del primo incontro, il racconto ha una chiusa ad anello, finisce dove è cominciato.
Il capitolo XIV non è un semplice epilogo. È un epicedio in prosa, un ultimo canto muto per un’anima che si è spenta senza rumore, e per un prete che, con quella morte, ha perso la propria funzione.
L’intera narrazione non vuole dare una spiegazione, o una morale. Piuttosto con un rituale stanco, con un’azione meccanica (“Adesso vengo”), con un freddo inverno che inghiotte tutto.
Il racconto si chiude con il prete, ormai svuotato, deciso a partire, lasciando quel borgo e quella gente che non riesce più a salvare.
«Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?»
Il capitolo XIV è il più tragico perché non contiene più dramma, ma solo constatazione della fine.
Se nel capitolo XIII esplodeva il conflitto etico e religioso, nel capitolo XIV resta il vuoto lasciato da una risposta mancata.
In questa chiusura, D’Arzo offre una critica sottile ma profonda alla religione incapace di incarnarsi, e una pietosa compassione per chi, come il prete, vorrebbe fare del bene, è empatico ma non ha più fede nelle parole.
Francesca Mezzadri