Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Il grande buio. Intervista a Enrico Macioci

Home / L'intervista / Il grande buio. Intervista a Enrico Macioci

Il grande buio è il nuovo libro di Enrico Macioci, edito per Neo edizioni, collana Iena, nel 2025 e raccoglie dieci racconti scritti «coprendo un arco di circa un decennio; ma sono anche racconti che si parlano, si chiamano fra loro, percorsi da un fil rouge che potremmo definire la fascinazione per il mistero» e ruotano attorno a quel buco indicibile del linguaggio, del quotidiano extragiornaliero che non possiamo conoscere e che esplode, letteralmente, o resta, vaporoso a dissolversi, sospeso. Il ritmo della scrittura mette sulla pagina le assonanze e i rimandi quasi che ogni racconto possa essere uno strumento di un’orchestra che «possiede delle risonanze sotterranee e segrete, possiede un senso e una melodia.» Il lavoro sulla scrittura c’è e si sente, ma l’autore scompare e chi legge sente i personaggi e i luoghi venire su dalla pagina, quasi per miracolo. A volte pare che la pagina sia un limite, che quelle immagini vogliano andare oltre e proiettarsi «come Twin Peaks, forse, o come Un tranquillo weekend di paura» e l’autore – ‘aiutore’, colui che aiuta la pagina a partorire i suoi personaggi e il cronotopo che li ospiterà – diventa un regista e scrive «mosso da un pungolo astratto che preme per diventare concreto.» E forse quel pungolo, quel buco nero, è proprio il desiderio di curiosare nelle pieghe e nelle piaghe dell’umana convivenza dove «il tempo non esiste, e la sua tirannia è dovuta alla nostra incapacità di percepire un infinito presente.» I racconti di Enrico Macioci solcano sempre la superficie, la pelle sanguina, i corpi galleggiano, fuggono, allucinano la realtà, le cose appaiono, distorte, ma appaiono. L’inconscio si estroflette e leggiamo noi, gli altri, gli altri noi, e percepiamo, distinto, il desiderio del mondo…

Gianluca Garrapa 

#

Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Si tratta di dieci racconti che ho scritto in tempi diversi, coprendo un arco di circa un decennio; ma sono anche racconti che si parlano, si chiamano fra loro, percorsi da un fil rouge che potremmo definire la fascinazione per il mistero: mistero del mondo che ci circonda, e di cui sappiamo pochissimo; e mistero rappresentato da noi stessi, di cui forse sappiamo ancora meno.

Il desiderio era appunto questo: esplorare le zone d’ombra che si trovano fuori ma ancor più dentro di noi, i moventi segreti, le pulsioni oscure, gli istinti primevi. Sono elementi affascinanti oltre che perturbanti, perché ci spiegano alcuni meccanismi del nostro comportamento che poi, come direbbe Jung, diventano meccanismi del nostro destino.

Quando scrivi, godi?

La pratica della scrittura per me consiste in un novanta per cento abbondante di fatica, abnegazione, tenacia, regolarità e sacrificio, e di un dieci per cento scarso di ispirazione. Quest’ultima – parola oramai quasi proibita – nessuno sa bene cosa sia, però causa un godimento assoluto. Scoprire che la storia sgangherata che stai scrivendo da mesi, se non da anni, possiede delle risonanze sotterranee e segrete, possiede un senso e una melodia; sentire la storia che all’improvviso sgorga dai polpastrelli fin sui tasti del computer; capire d’un tratto dove stavi andando a parare dopo lunghissime e frustranti sessioni di lavoro prive di un’apparente direzione; scoprire, scrivendo, qualcosa di te che non sapevi di avere, o di essere; ecco solo alcune delle meraviglie della stranissima pratica della scrittura d’immaginazione.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

L’incipit del primo racconto, Riunione di condominio, mi piace molto: “La testa di una signora anziana, i capelli corti appiccicati al cranio e una sottilissima peluria fra naso e labbro, ondeggiò sul filo immobile dell’acqua come il grottesco pallone di una civiltà estinta prima di affondare. Aveva gli occhi aperti e la bocca storta in un ghigno di eterna ferocia. Il resto del corpo si era incagliato nel mucchio di cadaveri più grosso, all’angolo nord/ovest della piscina.”

E’ un brano che dà il là all’intera raccolta, anticipandone il tono, che è un misto di precisione e allucinazione, realtà e fantasia, orrore e un tocco di satira. Un buon incipit di narrativa, secondo me, questo dovrebbe provare a fare: spalancare il mondo del libro al lettore, invogliandolo a entrare e sospendendo la sua incredulità e le sue resistenze.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Forse un film, magari un buon thriller di quelli che ti tengono incollato alla sedia, spaventandoti e incuriosendoti. Qualcosa come Twin Peaks, forse, o come Un tranquillo weekend di paura.

Che rapporto hai con la censura?

Negativo, nel senso che in teoria la disapprovo al cento per cento. Dico in teoria perché poi nella pratica occorre sempre verificare il caso di specie, e perché i casi della vita sono infiniti. Ma ovviamente la censura non possiede alcuna utilità, e semmai sortisce l’effetto opposto di quello desiderato, rendendo l’oggetto proibito degno di concupiscenza.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Un modo di contestare lo status quo, perché si scrive a partire da un’insoddisfazione di fondo, dalla sensazione che il mondo così com’è non basti, non sia abbastanza bello, non sia abbastanza giusto, non sia abbastanza interessante, o romantico, o misterioso, o accattivante. Poi non è mai così davvero, il mondo reale (qualsiasi cosa questo termine voglia dire) supera di gran lunga l’immaginazione più sfrenata, i poteri creativi dell’autore più grande. Ma ciò che conta non è la realtà, come ben sappiamo; è la nostra idea della realtà. Chiunque scriva, credo, è mosso da un pungolo astratto che preme per diventare concreto. Nella scrittura c’è una componente organica fortissima, quasi come nell’istinto a nutrirsi, o a bere. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui una pratica tanto bizzarra vada avanti da millenni in tutto il mondo.

Bonus track:

«C’è dentro una specie di grido terribile e muto, anzi terribile proprio perché muto. È come se Regola lo abbia scritto in uno stato mentale di psicosi o di autismo. Come se non sapesse, razionalmente, di scriverlo, ma ne fosse scritto. Più che un romanzo è un referto. Un referto sul grande buio».

È il racconto omonimo, racconto di uno scrittore, poco prima si citano i nomi di Salinger e Roth. Il racconto procede per sbalzi temporali, per punti di vista, e il luogotempo della strada chiude una caratteristica di questa scrittura: il transito e, spesso, l’epifania dell’incompiuto. Il grande buio, in effetti, sospende il finale intorno al buco del mistero irrisolto. Come un vuoto nel significato del reale, eppure questo vuoto genera la chirurgia della parola: come si lavora, in questo senso, con il tempo e con lo spazio?

Il tempo e lo spazio sono le manette che ci legano alla schiavitù del mondo materiale, perciò occorre concepirli molto più malleabili di come siamo abituati a considerarli. Occorre dar loro una certa plasticità – che poi è una tendenza verso cui ci spingono sia la fisica quantistica sia la moderna scienza ed epistemologia. Einstein definiva lo spazio che ci separa come una “illusione ottica della coscienza”. Ma anche il tempo lo è: pensiamo a un’ora trascorsa ad annoiarci e a un’ora trascorsa invece a guardare una partita che c’interessa, o a parlare con una persona che ci piace: è completamente diverso! Il tempo non esiste, e la sua tirannia è dovuta alla nostra incapacità di percepire un infinito presente.

Il silenzio era un mare sospeso sul punto di precipitare, trattenuto dai raggi tenui delle stelle.

Il grande buio è anche grande luce sulla quotidiana mostruosità degli umani, bruttura che si mostra e che palesa il lato nascosto degli eventi. Proprio come dalle stelle riceviamo la luce di quando erano ‘vive’, così i tuoi personaggi emergono da un passato che non conosciamo ma che si trova tutto lì, nel presentepagina. A ritroso la tua narrazione illumina il futuro e il presente, intanto, sfugge, sguscia, è solo un pretesto. I personaggi sembrano costruirsi da sé la loro storia e l’autore diventa solo il modulatore delle loro frequenze. Come nascono queste voci, questi sguardi? Come hai lavorato per renderti assente al loro esistere?

Ho cercato di mettere da parte l’ego, che è ciò che qualunque scrittore di narrativa prima o poi tenta di fare, credo; anche chi pratica l’autofiction. Devi lasciar parlare le altre voci, quelle che ti abitano ma che tu non ascolti mai, quelle che emergono solo da un ascolto più profondo. Precisamente a questo si riferiva secondo me Arthur Rimbaud quando affermava che “Io è un Altro”. Questo Altro siamo sempre noi, però ribaltati. È come rovesciare un guanto, o una tasca: viene fuori ciò che Rimbaud chiamava “ignoto”, e cioè il nostro inconscio. Ed è laggiù che si trovano le storie migliori.

Click to listen highlighted text!