Il male non fa rumore. Non entra in scena. Non chiede attenzione.
Il male c’è già. Si è accomodato. Guarda.
“Il silenzio delle rondini” non è un thriller: è un dispositivo di disturbo. Marco De Franchi non racconta una storia per intrattenere, ma per incrinare. Non cerca il colpo di scena, cerca il punto di rottura. E lo trova là dove fa più male: nell’assenza di senso.
Qui i colpevoli sono ragazzi. Giovani. Troppo giovani. Ma non innocenti. Uccidono senza rabbia, senza odio, senza necessità.
Uccidono come si esegue un gesto ormai interiorizzato. Automatico. Come se il libero arbitrio fosse stato sospeso. Come se qualcuno avesse spento l’interruttore prima ancora che la coscienza potesse accendersi.
Non c’è spettacolo. Non c’è violenza esibita. C’è il vuoto. E il vuoto è più spaventoso di qualsiasi eccesso.
L’immagine che attraversa il romanzo — rondini travolte, fragili, mute — non è un simbolo da interpretare, è un’accusa. Le rondini non reagiscono. Non si difendono. Subiscono. Il silenzio che le avvolge non è solo quello delle vittime, ma di tutto ciò che sta intorno: famiglie distratte, istituzioni in ritardo, adulti che osservano senza capire. O capiscono, ma tacciono.
De Franchi scrive contro il rumore. Contro la sovrastruttura del genere. Ogni capitolo sembra togliere qualcosa: una spiegazione, una giustificazione, una scorciatoia morale. La trama non consola. Non accompagna. Spinge. Lascia cadere. E quando pensi di aver afferrato un senso, te lo sfila dalle mani. Il commissario Valentina Medici non è il centro rassicurante della storia. È un punto di attrito. Non salva. Non redime. Non promette ordine. Sta. Resiste. Guarda. Porta addosso la stanchezza di chi ha visto troppo e ha smesso di illudersi. Non combatte il male: ne misura la temperatura.
Sa che non si elimina, si contiene. Forse.
Anche lei è esposta.
Anche lei incrinata.
Anche lei, in fondo, dentro quel silenzio.
La lingua è affilata. Secca. Nessuna frase è decorativa. Nessuna parola chiede attenzione per sé. Tutto è funzionale a un’urgenza: dire senza spiegare, mostrare senza giustificare. I silenzi contano più delle descrizioni. Le pause più delle azioni. È una scrittura che non cerca empatia, ma adesione. O rifiuto.
Questo romanzo non chiede di essere amato. Chiede di essere attraversato. Senza protezioni.
E quando finisce, non resta solo il caso risolto. Resta una frattura. Resta il dubbio che il vero orrore non sia ciò che è accaduto, ma ciò che era già pronto ad accadere.
Resta il sospetto che il silenzio non sia arrivato adesso.
Che fosse lì da molto prima.
Gian Paolo Serino
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Marco De Franchi. Il silenzio delle rondini, Longanesi