La cella è fredda anche d’estate. O forse è solo che il corpo, dopo mesi di lavori forzati, non ricorda più il calore. Oscar Wilde siede sul pagliericcio, la schiena appoggiata alla pietra, un foglio sulle ginocchia. La luce entra da una feritoia alta, taglia la stanza in due: da una parte il buio, dall’altra un rettangolo grigio che non è giorno, non è notte, è solo tempo che passa.
Ha davanti a sé la lettera. La chiama così, ma sa che è qualcosa di più: è un fiume che ha scavato dentro di lui mentre dormiva, mentre mangiava la zuppa insipida, mentre camminava in cortile con la divisa a strisce e il numero cucito sul petto. Cinquantamila parole, forse di più. A Bosie. “Dear Bosie”.
Scrivere gli fa male alle dita, ma è l’unico modo per non impazzire. Ogni riga è un modo per dire: non sono morto, non ancora. E ogni riga è anche un’accusa: tu mi hai messo qui. O meglio: tuo padre mi ha messo qui, e tu hai lasciato che accadesse.
«I am here for having tried to put your father in prison», scrive, e la penna graffia la carta come se volesse bucarla. Lo sa, è ironico: lui, l’autore di commedie brillanti, l’uomo che ha fatto ridere Londra, ora è in galera per aver citato in giudizio il marchese di Queensberry, per aver cercato di dimostrare che quell’uomo era un calunniatore. Invece è finito lui dietro le sbarre, condannato a due anni di lavori forzati per “gross indecency”.
Alza la testa. Dall’altra parte del muro, qualcuno tossisce. Un altro detenuto? Un carceriere? Non lo sa. Qui i suoni sono ovattati, come se il mondo fuori fosse stato inghiottito da un’altra dimensione.
Riprende a scrivere. Parla di Bosie, della sua vanità, della sua capacità di distruggere tutto ciò che tocca. Parla di se stesso, della propria debolezza, dell’aver scambiato il piacere per amore. Ma poi, a un certo punto, la lettera cambia tono. Diventa preghiera. Diventa confessione. Wilde parla di Cristo, di sofferenza, di redenzione.
«La vera vita di Cristo», scrive, «è la vera vita dell’artista.» E in quel momento, per un istante, la cella non è più una cella. È un luogo di trasformazione.
Ma sa anche che, quando uscirà, nulla sarà come prima. Bosie non lo aspetterà. Sua moglie lo ha ripudiato. I suoi amici lo hanno abbandonato. Rimarrà solo, con quella lettera come unico testimone di ciò che è stato.
Chiude gli occhi. Fuori, la campana suona l’ora. Un altro giorno che finisce. Un altro giorno più vicino alla fine.
II.
John Sholto Douglas, nono marchese di Queensberry, si guarda allo specchio. Ha sessant’anni, ma ne sente ottanta. La barba è incolta, gli occhi infossati. Da settimane non dorme bene. Sogna processi, sguardi di disapprovazione, il nome della famiglia trascinato nel fango. 
Si versa un whisky. Lo beve tutto d’un fiato.
«Miserable creature», mormora, pensando al figlio. Alfred. Bosie. Lo ha chiamato così per scherzo, quando era piccolo, ma ora quel nome gli sembra una condanna.
Ricorda la lettera che gli ha scritto anni fa, quando Alfred era ancora un ragazzino. Gli aveva detto di aver pianto «le lacrime più amare» alla sua nascita, perché temeva di aver generato un «mostro». Non era vero, o forse sì. Aveva pianto per la paura, per la consapevolezza di non essere all’altezza di essere padre.
E ora eccolo qui: il figlio è l’amante di Oscar Wilde, lo scrittore più famoso d’Inghilterra. Un uomo sposato, con due figli. Uno scandalo. Una vergogna.
Queensberry cammina per la stanza. Sul tavolo ci sono ritagli di giornale, lettere minatorie, avvisi di causa. Wilde lo ha citato in giudizio per diffamazione. Lui ha risposto con prove, testimoni, la determinazione di un uomo che non intende perdere.
«Non è colpa mia», dice a voce alta, come se qualcuno potesse ascoltarlo. «Ho fatto solo il mio dovere.»
Perché è questo che pensa: di aver fatto il suo dovere. Di proteggere il nome della famiglia, di difendere la società da un uomo che corrompe i giovani. L’omosessualità è un crimine, lo dicono le leggi, lo dice la Chiesa, lo dice il buon senso.
Ma a volte, di notte, si chiede se non abbia esagerato. Se non abbia spinto troppo oltre. Se non abbia, in qualche modo, creato il mostro che voleva combattere.
Beve un altro whisky. Fuori, la Londra vittoriana continua a vivere, ignara del dramma che si sta consumando in quelle stanze. Domani ci sarà un altro processo. Un altro giorno di testimonianze, di sguardi giudicanti, di domande che non hanno risposta.
Si siede alla scrivania. Prende un foglio. Inizia a scrivere a Alfred. Gli dirà di nuovo di troncare con Wilde. Gli dirà che, se non lo farà, lo rovinerà. Gli dirà che lo farà per il suo bene.
«Tu non sai cosa significa», scrive, «avere un nome da difendere. Un nome che vale più della tua vita.»
Firma: «Tuo padre».
Piega la lettera. La mette in una busta. La consegnerà domani, insieme a tutte le altre che ha scritto e che Alfred non ha mai risposto.
III.
Lord Alfred Douglas, detto Bosie, ha ventiquattro anni e la certezza di essere immortale. Cammina per le strade di Londra con l’aria di chi possiede il mondo. Indossa un cappello a cilindro, un cappotto di cashmere, guanti di pelle. Le donne lo guardano, gli uomini lo invidiano.
Ma dentro c’è un vuoto che non sa spiegare.
Ha ricevuto la lettera di Wilde. O meglio, ne ha ricevuta una parte. Robbie Ross, l’amico di sempre, gli ha detto che c’è un’altra lettera, più lunga, più importante. Ma lui non l’ha mai letta per intero.
«Perché dovrei?» ha risposto a Robbie. «Cosa mi può dire che non so già?»
Eppure, a volte, ci pensa. A Wilde in prigione. A ciò che sta scrivendo. A quelle cinquantamila parole che lo riguardano.
«Dear Bosie», ha iniziato la lettera. «Your Affectionate Friend», ha scritto alla fine. Affectionate Friend. Amico affettuoso. Dopo tutto ciò che è successo, dopo il processo, la condanna, la rovina.
Bosie entra in un caffè. Si siede a un tavolino. Ordina un cognac. Fuori, la nebbia avvolge la città. È novembre 1897. Wilde uscirà di prigione tra pochi mesi.
«Cosa farò quando uscirà?» si chiede.
Lo sa, dovrebbe andarlo a trovare. Dovrebbe dirgli che è dispiaciuto. Dovrebbe… ma non lo farà. Non può. Suo padre lo ha minacciato di nuovo: se si farà vedere con Wilde, lo disereda. Lo rovina.
E poi, c’è quella lettera. Quella che non ha letto. Cosa ci sarà scritto? Accuse? Perdoni? Minacce?
Beve il cognac. Il liquido brucia in gola.
«Non è colpa mia», mormora, come se stesse rispondendo a qualcuno. «Non sono stato io a metterlo in prigione. È stato mio padre.»
Ma sa che non è vero. Sa che, in qualche modo, ha permesso che accadesse. Sa che la sua vanità, il suo egoismo, hanno contribuito alla rovina di Wilde.
Esce dal caffè. La nebbia è più fitta. Cammina senza direzione, come se sperasse di perdersi. 
IV.
Wilde esce di prigione il 19 maggio 1897. È un uomo diverso. Più magro, più grigio, più silenzioso. Lo aspetta Robbie Ross, l’amico che non lo ha mai abbandonato.
«Dov’è Bosie?» chiede, ma sa già la risposta.
«Non è venuto», risponde Robbie. «Ma ho la tua lettera. L’ho copiata. Gliela darò.»
Wilde annuisce. Non dice nulla. Sa che quella lettera non arriverà mai a destinazione. O meglio: arriverà, ma Bosie non la leggerà mai per intero.
Sale su una carrozza. Diretto in Francia. Lontano da Londra, lontano dai processi, lontano dal passato.
Ma la lettera resta. Quella lettera che ha scritto tra gennaio e marzo 1897, tra le mura di una cella. Quella lettera che è diventata un’opera, un testamento, un atto d’accusa e di perdono.
Anni dopo, quando sarà pubblicata col titolo De Profundis, il mondo scoprirà ciò che Wilde ha scritto. Scoprirà la sua sofferenza, la sua redenzione, il suo amore per Bosie e il suo risentimento per Queensberry.
Ma ormai sarà troppo tardi. Wilde sarà morto, in un albergo di Parigi, solo e dimenticato.
E Bosie? Bosie vivrà ancora per decenni, scrivendo memorie, dando interviste, raccontando la sua versione dei fatti. Ma quella lettera, quella lettera che non ha mai letto per intero, resterà come un fantasma. Come un’accusa che non può essere cancellata.
«Yet each man kills the thing he loves», aveva scritto Wilde in un’altra opera. E forse è vero. Forse ognuno, in qualche modo, uccide ciò che ama.
O forse no. Forse alcuni amano fino alla fine, anche quando tutto è perduto.
#
Nota dell’autore
Fonti documentate:
De Profundis è una lettera reale scritta da Oscar Wilde a Lord Alfred Douglas tra gennaio e marzo 1897, durante la detenzione a Reading Gaol.
La lettera inizia con “Dear Bosie” e finisce con “Your Affectionate Friend”.
Wilde fu condannato a due anni di lavori forzati per “gross indecency” dopo aver citato in giudizio il marchese di Queensberry per diffamazione.
Il marchese di Queensberry scrisse al figlio lettere durissime, definendolo “miserable creature” e dicendo di aver pianto “le lacrime più amare” alla sua nascita.
La lettera completa fu consegnata a Robbie Ross, che ne fece copia e la inviò a Douglas, il quale non la lesse mai per intero.
Wilde uscì di prigione il 19 maggio 1897 e morì in povertà a Parigi nel 1900.
De Profundis fu pubblicata postuma nel 1905.
Invenzioni narrative:
I dialoghi diretti tra Wilde, Queensberry e Bosie sono ricostruiti ipoteticamente sulla base di lettere e documenti reali.
Le scene nei caffè, nelle celle e nelle stanze private sono ambientazioni verosimili ma non documentate nei dettagli.
I pensieri interiori dei personaggi sono interpretazioni romanzate delle loro psicologie storiche.
Francesca Mezzadri