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Leonardo Colombati anteprima. Non vi sarà più notte

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«L’esercito» disse dopo aver sputato un altro guscio «vuole annullare la personalità individuale, e ci riesce benissimo, da secoli. Non è più la cieca macchina che colpisce tutto ciò che gli viene posto davanti per ucciderlo; ma è ancora una cosa manovrata per sopraffare un’altra cosa a sé analoga. Semmai, la guerra moderna, che è fatta con un fioretto o una racchetta, ha causato ancora più danni alle menti delle giovani generazioni.»

È in libreria Non vi sarà più notte di Leonardo Colombati (Mondadori 2026, pp. 660, € 22).

La guerra è stata trasformata in sport, i generali in schermidori, gli imperi in raffinati circoli diplomatici dove una volée o un arrocco possono decidere i destini delle nazioni.

Non vi sarà più notte comincia su un treno, il Nord Express, che lascia Pietroburgo nel 1900. A bordo c’è il capitano Vasilij Dmitrievič Kozlov, giovane ufficiale dell’Imperatorskaja Armija, diretto a Parigi per un torneo che sostituisce la guerra con il tennis: un’Europa che ha deciso di sublimare il sangue nel punteggio e la morte con il regolamento.

Kozlov va in America, tra gangster, spie, ballerine e divi del muto in una Bella Époque ucronica dove la pace ha accelerato il progresso.

Sotto il gioco sportivo e le conversazioni in francese, si avverte uno scricchiolio: «Non possiamo far finta di non avvertire i primi scricchiolii; sappiamo bene entrambi come le nostre nazioni stiano riorganizzando i propri arsenali…»

E riemerge il senso della Storia: «Ma il sacrificio di tante vite per una causa almeno ci serve per dare un senso alla Storia.».

Leggendo questo 1900 alternativo si avverte che la modernità non ha neutralizzato la violenza, l’ha solo rimandata. Il titolo Non vi sarà più notte è una promessa e una minaccia. Come se l’alba della civiltà potesse trasformarsi, da un momento all’altro, in un sole che non lascia più ombre nelle quali nascondersi.

Un romanzo ambizioso, un affresco europeo che parla di imperi, di padri e di rapporto tra Storia e destino individuale.

Colombati non gioca, costruisce una macchina narrativa che avanza come un treno lanciato nella notte. E guardando scorrere la civiltà ci chiediamo se anche noi stiamo correndo verso la gloria o verso la fine.

Carlo Tortarolo

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Quella sera, l’ultimo sole primaverile filtrava dagli oblò della Stazione Nikolaevsky accendendo di riflessi rosati le colonne corinzie dell’atrio. Il Nord Express per Parigi era già al binario: una folla di gendarmi, facchini e operai faceva su e giù per la piattaforma; i bagagli venivano sistemati sul tender e le signore in redingote di raso e cappellino, precedute dai loro mariti, salivano sulle carrozze smaglianti nel loro crema e marrone. A noi erano riservati alcuni posti nella quinta, l’ultima. Il capitano Denísov, sul cui genio scacchistico si appuntavano le speranze dell’intera nazione, vi era già salito: sporgendosi dal finestrino, stringeva le mani a una bella ragazza bionda che si teneva sulla punta dei piedi per mostrare al fidanzato gli occhi gonfi di lacrime.

Un’ora più tardi (un’ora che avevo speso a guardare e a fumare) un facchino mi passò davanti, sorridendomi coi suoi denti neri. Fermò il carretto, sollevò la tela cerata e fischiò a un operaio che stava in cima al tender. Le nostre racchette e le lame degli spadaccini vennero issate con estrema prudenza, sotto lo sguardo implacabile del luogotenente generale Malutin: due suoi aiutanti di campo gli mormorarono qualcosa che si perse nel frastuono generale; poi lo vidi salire, indugiando teatralmente col piede sul predellino.

«Tra poco si parte!» gridò un ferroviere quando mancavano cinque minuti alle nove.

Era il 1900 e per la prima volta lasciavo la Russia. I miei diciotto anni si erano avvicinati con esasperante lentezza – si direbbe con prudenza – e all’improvviso, ecco: li avevo compiuti. Potevo partecipare al mio primo torneo; e la sorte aveva deciso che il teatro del combattimento sarebbe stato proprio il Racing Club de France, il campo in cui vent’anni prima s’era coperto di gloria mio padre, sconfiggendo in soli tre set il tenente colonnello von Blücher. […]

È stato solo qualche lustro fa, eppure sembra passato un secolo dai tempi in cui venni chiamato a difendere l’onore del mio Paese nella 4a Divisione dell’Imperatorskaja Armija, combattendo per la gloria dello zar col grado di capitano nel reggimento “Tennis” della 1ª Brigata d’artiglieria, sotto il comando del maggiore generale Depreradovich.

Ora che l’uomo – questa strana costruzione di fango e materia grigia, capace di escogitare il treno e l’omicidio – è tornato agli usi barbarici e di nuovo il vinto è condotto in servaggio e le città demolite, è difficile immaginare come gli unici tonfi che le mie orecchie di soldato avevano sentito fin lì fossero stati quelli delle palline bianche come il talco durante le esercitazioni all’Accademia generale. Eppure, erano quelli i tempi, mai troppo rimpianti, in cui un arrocco, un uppercut, un affondo, una volée potevano decidere una guerra. Con un geniale colpo di scena, le diplomazie europee, dopo avere a lungo perpetrato l’omicidio collettivo, avevano deciso di sostituire lo sportsman al soldato, la maschera di fil di ferro al colbacco, la racchetta al pugnale. […]

Eccomi lì: niente giubba verde, stivali e pennacchio; andavo a far la guerra in calzoni di flanella, scarpette di tela e giacca celeste. Non vedevo l’ora di vivere il futuro. 

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