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Gianfranco Cefalì. Archeologia cromatica

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Gianfranco Cefalì a distanza di sei anni dal suo esordio letterario (Il giorno in cui abbiamo pianto) con Archeologia cromatica ci allarga il cuore per una scrittura piena, cadenzata, che non lascia impronte nel suo tragitto e ci colpisce per la sua emotiva capacità di analisi, una meta narrazione, dove la verità si confonde con la realtà, dove il sogno può essere una grande menzogna che ognuno si racconta e forse è proprio per questo che a volte non ricordiamo quasi nulla dei sogni sognati.

Pubblicato a metà febbraio di quest’anno dalla Qed una casa editrice che si sta affermando come giovane protagonista del panorama editoriale in anni nei quali la sfida di lanciare una nuova casa editrice è di per se “rivoluzionaria”, Archeologia cromatica ci trascina volenti o nolenti in un vortice di sensazioni sedimentate e dimenticate nei cassetti della nostra memoria.

Una scrittura secca, non ci sono capitoli per respirare, dialoghi pochi, bisogna decidere se tuffarsi dentro e poi trovare il proprio ritmo di lettura, quando e se tornare su a prendere aria. Ed è quello che fanno le protagoniste. Claudia e Anna due ragazzine, quelle che un tempo si sarebbero dette “due amiche del cuore” ma forse qualcosa di più, forse il loro rapporto è più forte di una amicizia della giovinezza, forse il sentimento che le lega è l’ossidabile certezza di essere una per l’altra (l’amata me stessa) … fatto sta che per trovare rifugio al mondo dei grandi trascorrono le loro giornate sul tetto della palazzina dove vivono. Quartieri di periferia, dove non c’è scampo al tentativo di una tenera intrusione nel mondo degli adulti. Claudia e Anna decidono di andare a vedere il mare da vicino, non solo di sognarlo ad occhi aperti. E qui entra in scena la terza protagonista, una ragazza più grande di loro, che le affascina e le trasporta fino alla soglia di quella che diventa l’età adulta.

Il romanzo di Cefalì è coraggioso perché ci mostra quel lato oscuro, quella terra di mezzo che sta tra il bene e il male, che si posiziona tra la pubertà e il salto nel vuoto che significa “diventare grandi”; è oltremodo coraggioso perché parla soprattutto di donne, di quella esperienza unica di vedere il proprio corpo cambiare e la mente che fatica a stargli dietro, dover decidere quando e come saltare.

Archeologia cromatica è un romanzo che stravolge a suo modo un tabù arcaico: la violenza come gesto necessario, ma anche il trauma che ne deriva e quanto niente potrà cancellare quelle cicatrici dell’anima. Il dolore di coloro che lo hanno subito è un dolore che non si cancella, a volte non si tramuta nemmeno in pianto.

Il dolore che usciva da quel volto non ne sfigurava la bellezza, la rendeva sublime, se ne nutriva. Così le lacrime, pensavi assorta in quella serie di fermo immagini che era diventato il primo piano di tua madre, servivano a farla brillare, a creare una luce che, scavando quei solchi, metteva in evidenza le più piccole variazioni, tutte imperfezioni che in realtà sprigionavano fascino. Una volta cresciuta hai racchiuso tutto in questa semplice frase: il dolore amplificava la sua bellezza.”

Per questo Archeologia cromatica è soprattutto un romanzo di sopravvivenza emotiva alla solitudine, dove solo le variazioni cromatiche ci possono forse salvare.

Maria Caterina Prezioso

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