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Emanuela Chiavarelli e Luigi Pellini. Il segreto di Pulcinella

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Uno studio, dal taglio squisitamente accademico – parlano da sé gli innumerevoli approfondimenti interdisciplinari: filosofia, mitologia, storia comparata delle religioni, astronomia e anche astrologia, oltre alle 671 note esplicative a piè di pagina e la nutrita bibliografia (consultabile alle pagine 201-04) -, su uno dei personaggi (che viene dagli autori decisamente concettualizzato) più celebri della tradizione della nostra Commedia dell’Arte assieme ad Arlecchino (cui, sempre la professoressa Chiavarelli e Luigi Pellini, dieci anni fa, avevano dedicato un saggio, Arlecchino: dio, demone e re. Origini sciamaniche di un culto arcaico, Aseq Edizioni), qui presentato nel suo tratto più sacrale, quale retaggio parzialmente de-sacralizzato ma non profanato (o almeno non nel senso in cui intendiamo noi il termine, dal momento che, tra le pagine che seguiranno, come scrive l’editore Marco Maculotti nella Prefazione, per la precisione a pag. 9, “il profano non è interpretato come l’opposto del sacro, ma come il suo contenitore dissimulato”) di misteriosi culti arcaici. Del resto, la valenza sacrale, quasi salvifica (checché possa dirne il suo atteggiamento ambiguo, sempre a cavallo fra bene e male, il tutto visualizzato nel suo abbigliamento, con ampio camice e spesso anche copricapo candidissimi di contro alla maschera, dai tratti somatici al contempo lupeschi ma con becco di gallo, nerissima) del protagonista di quest’ampio trattato, pur se forse senza accorgercene, ci può passare sotto il naso anche durante i cosiddetti “tempi forti” del calendario liturgico cristiano, quando il “voltagabbana carnevalesco” ci viene presentato o direttamente nella santa grotta accanto al Bambinello o comunque all’interno dell’allestimento presepiale, in presepi tradizionali napoletani ma non solo e addirittura appresso al Cristo sofferente durante alcune processioni del Venerdì Santo, specialmente nel Centro e Sud Italia.

Dal momento che, data l’ampiezza delle tematiche non solo accennate od impostate tra le pagine de Il segreto di Pulcinella ma diffusamente approfondite, non mi sarebbe possibile procedere ad una disamina completa del saggio, desidero soffermarmi almeno su una parte che, non fosse altro per il riferimento all’identità locale in essa preponderante, considero decisamente centrale. Pulcinella è unanimemente riconosciuto come “la maschera nazionale napolitana”, ma se non fosse del tutto (o soltanto) così? Luigi Pellini, grazie al bagaglio di conoscenze di cui dispone in materia di storia segreta e misteriosa della città di Verona (e ne ha data prova in due lavori, entrambi a quattro mani: il primo, con Davide Polinari, è Nascita di una città tra architettura, mistica e metafisica, Edizioni della Vita Nova, 2012; il secondo, con Daniele Bressan, Spiritualità segrete a Verona. Un itinerario intorno alla famiglia Della Torre, Effigi Edizioni, 2026), propone una lettura delle origini del personaggio in questione – proposta anche nel seminale lavoro di Marino Zampieri e Alessandro Camarda, non a caso ampiamente citato, Sotto il segno dei maccheroni. Rito e poesia nel carnevale veronese, Cierre Edizioni, 2005 – squisitamente “nostrana” nel senso veronese del termine (date le origini di entrambi l’aggettivo è buono sia per Luigi che per chi scrive). La celebrazione principale del Carnevale veronese è quella del cosiddetto “Venardi Gnocolar” (venerdì’ degli gnocchi), qualche giorno prima dell’ultimo giorno di festeggiamenti, il Martedì Grasso, quando un numeroso e chiassoso corteo si dipana per le principali vie e piazze della città scaligera: sire del Carnevale veronese è, neanche a dirlo, il Papà del Gnoco, che pure, nelle prime rappresentazioni pittoriche che si hanno della maschera, ne indossa una, con tanto di becco, molto simile a quella di Pulcinella; ma, ad interessare particolarmente qui, è il suo seguito, formato dai camisotti (dal nome degli ampi camici/camiciotti indossati) o pulcinelli! La presenza di questi personaggi si fa risalire ad un tale la cui esistenza, per la verità, è a tutt’oggi sfumata tra realtà e leggenda: un tale Pulcinella (“veronesizzato” in Ponzinela) Delle Carceri, protagonista delle lotte per il potere nella città del XIII secolo nonché acerrimo oppositore del potere imperiale e del suo “rappresentante” a Verona, Mastino I Della Scala (al di là di tutto, c’è da ammettere che l’ipotesi ben si sposa con la prassi pulcinelliana di rovesciamento del potere costituito).

Lasciando ora da parte la storia (termine che solitamente indico con l’iniziale maiuscola, ma non avendo ben chiaro se questa sia vera o presunta per una volta derogherò) e addentrandoci negli altri ambiti sotto il cui punto di vista la tematica è trattata, essi sono davvero innumerevoli; è del resto la professionalità stessa di Emanuela Chiavarelli a potercene dare contezza, dal momento che ella da decenni ricerca le origini dei cerimoniali sacri (anche quando, in futuro, de-sacralizzati) in attestazioni di fatti realmente accaduti, fosse anche nella notte dei tempi (alla comprensione dei quali non possono non coadiuvare mitologia e ritualità). Come non vedere, dunque, in una delle iconografie più conosciute e al contempo “boccaccesche” della famosa maschera, “Pulcinella che cavalca la vecchia”, una “emblemizzazione” – termine che si ritrova molto di frequente tra le pagine del saggio – del ratto e susseguente stupro di Demetra in forma di giumenta da parte di Poseidone/stallone?

Come non riconoscere nel mondo all’inverso (anche dal punto di vista sessuale, e infatti in più parti dello scritto ci si produce in riferimenti anche all’androginia di Pulcinella, in ciò popolarizzazione dell’ermafrodito Asusunammir, buffone della corte regale divina mesopotamica) proprio del Carnevale una profanazione (attenzione a considerare il termine come indicato in apertura di recensione), tra l’altro erede senza bisogno di dichiararlo esplicitamente dei Saturnali del mondo latino e dei Baccanali di quello greco (sarà poi un caso che il già sopra citato Carnevale veronese, tra quelli di più antica attestazione documentale – lo si fa risalire al 1531 –, si chiami ufficialmente Bacanal del Gnoco?), appunto di quelle antiche ritualità che servivano essenzialmente ad elaborare/gestire (per rovesciamento) quel timor panico susseguente alle modifiche nel computo del tempo causato dai cambi di stagione (il passaggio più sentito, quello dal buio inverno alla lucente primavera, rappresenta null’altro che il ritorno di Demetra/Kore dall’Ade sulla Terra fino all’equinozio autunnale), a sua volta emblemizzazione di quello, all’alba dei tempi, per la modifica del computo calendariale, da pienamente siderale a lunisolare e quindi a completamente solare, con tutto il corollario dei giorni (o addirittura mesi, vedi i due aggiunti da Numa Pompilio, su consiglio della sua amata, la ninfa Egeria, divinità latina delle acque e del parto, al conteggio dell’anno, perlomeno civile) ebdomadari, cioè, letteralmente, dal greco antico, “aggiunti”? E in quale maniera aver ragione degli spiriti, che in quei giorni particolari, a causa del cambiamento in atto più agevolmente potevano farla da padroni nel mondo al di qua, non particolarmente ben disposti nei confronti degli esseri umani se non confondendoli con maschere grottesche e comportamenti fuori dalle norme (“certo gli spiriti non avrebbero assalito altre creature infere” si legge a pag. 107, dove viene pur fatta menzione del motto latino similia con similibus curantur)?

Di tutti gli altri punti di vista sotto i quali la tematica è stata proposta ed ampiamente sviscerata, data la lunghezza e financo la ridondanza che questa recensione potrebbe riceverne, non dirò – solo, per fare un unico altro esempio, lo prometto, sottolineo un riferimento al nome “proprio” di Pulcinella, quasi onomatopeico (pensandoci bene, vi si può riscontrare la presenza sonora del pigolio del pulcino e cos’è il pulcino se non la “forma precedente” del gallo, quel gallo, simbolo dell’aurora incombente che annuncia col suo canto, che si ritrova simbolicamente nel becco della maschera del nostro (anti)eroe?), in associazione addirittura a quella che i fisici (si fa ampio utilizzo anche dei lavori del veronese Carlo Rovelli) chiamano “radiazione di fondo” e che continuerebbe a trasformare il suono in materia -, producendomi però in un consiglio, ossia di non mancare di approfittare della precisa segnalazione, nel testo, delle immagini cui far riferimento presenti nell’Appendice fotografica (pagg. 173-200).

A chi infine, concludendo, si dovesse chiedere, stante il titolo, se il famoso segreto sia stato svelato o meno, rispondo che solo arrivati all’ultima pagina della trattazione ne potrete aver donde, e da voi. Ma anche che non si tratta – purtroppo? – di quello, popolaresco, che un amico partenopeo, presente sabato scorso 28 marzo alla presentazione veronese del libro, cui ho dato il mio modesto contributo, ci ha rivelato (e che sarebbe stato svelato da Pulcinella stesso, dal letto di morte, ai suoi figliuoli): lavorare poco e, quel poco, lasciarlo fare agli altri!

Alberto De Marchi

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