«Bambino si coniuga in tutti i tempi».
Passato, come una stanza che la memoria riapre piano.
Presente, come una traccia che resiste sotto la pelle.
Futuro, perché ogni bambino è una promessa che cammina.
In Il bambino a colori (Il Saggiatore 2026, pp. 192, € 17,00, traduzione di Rossella Savio) Hervé Tullet scrive un libro che non procede per capitoli, ma per affioramenti. È un racconto che somiglia a un quaderno aperto sul tavolo dell’infanzia, dove le parole non spiegano: evocano. La sua vita, prima di diventare esplosione di colori, è stata attraversata da ombre profonde. L’eco della guerra d’Algeria, i silenzi familiari, una solitudine che non grida ma scava: Tullet la restituisce con una lingua essenziale, spezzata, come se il ricordo fosse un vetro incrinato da guardare in controluce.
L’arte entra allora non come scelta, ma come necessità vitale. I libri, il surrealismo, il gesto libero del disegno diventano rifugi, fenditure di luce. Punto, linea, macchia, scarabocchio: segni minimi, originari, che precedono il senso e lo reinventano. È un alfabeto primitivo e potentissimo, capace di parlare a chiunque, soprattutto a chi non ha ancora imparato a difendersi con le parole. Da questo lessico nasce la trasformazione: dal «bambino trasparente» all’artista che oggi dialoga con milioni di piccoli lettori nel mondo.
Ma Il bambino a colori non è solo memoria. È un atto di fiducia. Tullet racconta le sue performance con i bambini come rituali collettivi, spazi in cui l’autore si ritrae e lascia accadere il gesto creativo. Qui l’arte non è un traguardo, ma un movimento condiviso; non appartiene a pochi, ma circola, si contagia, si moltiplica.
Questo libro è confidenza e manifesto insieme. Parla agli adulti con voce lieve, portando con sé la forza luminosa dello sguardo bambino. Ricorda che la creatività non è un talento da esibire, ma un diritto da custodire. E che dentro ognuno di noi, se sappiamo ascoltare, resta un colore ostinato: una luce che crea, resiste, e continua a inventare il futuro.
Nancy Citro
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All’inizio di ogni anno, il signor Plart chiede agli allievi chi vuole lavorare sul surrealismo. Quest’anno sarò io.
Perché ho alzato la mano quando il professo re ha parlato dei surrealisti? Non lo so. Ma ho la sensazione che quel gesto mi abbia salvato la vita.
Smetto di concentrare il mio sguardo sui marcia piedi per posarlo su un gruppo di individui eccitati che gioiosamente sovvertono i codici degli inizi del xx
secolo, facendo esplodere poesia, pit tura, cinema, musica e sogni…
Quel gesto mi sottrae al mio vagabondare, mi dà uno scopo e mi rivela un incredibile scoppio creativo, di rivolta e di vita.
Il signor Plart è il mio professore di francese al secondo anno. Tra mezzogiorno e l’una si occupa anche di una biblioteca che ha creato all’interno della scuola, destinata alla seconda superiore e all’ultimo anno. La anima con una passione e un’energia dilaganti; consiglia, provoca, incoraggia, interroga.
Oltre ai libri, ci sono anche delle cassette di France Culture che registra regolarmente per noi.
Da adolescente, le librerie e le biblioteche mi impressionano: troppi libri, mi sento perso intimidi to solo straniero. Non so dove mettermi, né cosa fare, cosa prendere né perché. Vedo che succede qualcosa in quel mondo, ma non è il mio, è troppo grande e resta un mistero.
Quel giorno, il signor Plart mi apre una strada.
Mi dà un lavoro, un posto, un ruolo da interpretare, qualcosa da fare, da cercare, da scoprire – e che scoperta!
Pittura, fotografia, cinema, poesia, provoca zione, sperimentazione, humour, erotismo…
Per me è la chiave, una svolta: avere un argomento di studio che posso approfondire e sul quale lavorare in totale autonomia. Le parole, la fiducia, la libertà che si dà all’altro fanno crescere e possono salvare. Mi salvano.
Con il surrealismo, scopro la parola «provoca zione». Impossibile dimenticare il primo piano dell’occhio tagliato da un rasoio nella scena di Un cane andaluso di Luis Buñuel. Scrivo poesie a macchina, conservo i fogli. Incontro altri giovani che scrivono a macchina. Sogno di fondare una rivista, un gruppo, un movimento. Cerco un nome per quel movimento, necessariamente rivoluzionario e d’avanguardia.
Scopro la Cinémathèque, dove per un franco e un centesimo (il centesimo permette di calcolare il numero degli spettatori) si possono vedere uno, due o tre film di seguito, senza conoscerne, il più delle volte, né il titolo né l’argomento né il regista.
Mistero solitudine vagabondare silenzio.
Sento la stessa forza di attrazione al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Sperimento anche l’incomprensione davanti alle opere di Spoerri piene di cibo appese al muro, o alle donne evanescenti e lascive immerse nel giallo dell’opera di Bonnard. Mistero solitudine vagabondare silenzio. Nel Quartiere Latino gli studenti sono pronti a venire alle mani con i poliziotti, per il rosso o per il nero. L’atmosfera è elettrica. Essere Beatles o Rolling Stones? Essere musica! Faccio disegni automatici nei margini dei quaderni di matematica e sui fogli. Li esporrò in una galleria di Montmartre.
Mistero solitudine vagabondare silenzio.
Qualche anno dopo, quando per caso entro in un atelier d’arte per ragioni di studio, mi saltano agli occhi queste parole: «comunicazione visiva». Mi rendo conto allora che si può comunicare rivolgendosi agli occhi, che per esprimersi non servo no per forza le parole, che c’è tutto un altro mondo fatto di forme e colori che possono trasmettere idee. Così imparo questo linguaggio.
Ho intrapreso una strada, finalmente.
Esco dalla solitudine, dal vagabondare, dal silenzio. Mistero.
Prima di diventare autore illustratore, non avevo mai più pensato al signor Plart né alla sua importanza nella mia vita. Ma, a partire dai miei primi libri e interventi, quel periodo mi è tornato in mente. Quando ho preso coscienza del lavoro di insegnanti, bibliotecari, librai, educatori, impegnati, appassionati, il mio lavoro di giovane auto re ha trovato il suo significato pieno. Ho deciso di impegnarmi a mia volta come artista. Intuivo che avrei potuto far nascere un interesse e che poi la creazione e la sorpresa avrebbero fatto sì che for se, un giorno, un bambino un po’ perduto aprisse un libro, poi un altro, e un altro ancora, per scoprire che se la sarebbe cavata, così come me l’ero cavata io.
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Il bambino a colori – presentazione con Hervé Tullet e Maria Polita
Stazione Leopolda, Arena Olivetti – 1 marzo 2026 ore 14.00
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