Paolo Teobaldi anteprima. Arenaria

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Trasmettere la memoria delle parole e delle cose, un lungo discorso da fare alla nipotina, un giro in bicicletta su per quel monte d’arenaria, una collina di appena duecento metri d’altezza, che “slava a ogni piova” e si trascina dietro le case, le ville, i vissuti delle persone che con quelle strane parole hanno penato e gioito, e che un nonno sente il dovere di trasmettere a una bambina perché veda quei luoghi, ne senta i profumi, e così rimanga almeno uno scampolo di quella memoria che si fa tutta buchi e rattoppi, senza temere le divagazioni, “anche se Melville, in Billy Budd, dice che le divagazioni in un racconto sono un po’ come dei peccati: ma, come quelli, altrettanto gustosi”.

Un racconto che si fa recupero e scavo da cui emergono episodi, piccole e grandi tragedie, il dolce amaro della vita e poi il ricordo della pesca alla tratta, la pesca miracolosa, la caccia, le mine della Linea Gotica, la strada panoramica e la vista che spazia sull’Italia centrale.

In Arenaria (E/O, 2019, pp. 148, euro 16), in libreria dal 27 febbraio, Paolo Teobaldi ricostruisce un paesaggio che è un tessuto sonoro, attraverso regionalismi, termini dialettali e accenni letterari e pittorici, con cui riesce a descrivere un piccolo lembo di terra e la sua storia.

Rossella Pretto

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E qui, cara Julie, anche se ancora non puoi capire (per poco, a giudicare dai tuoi occhi), devo raccontarti della stroppa, una parola che ormai non usa più nessuno ma che è andata avanti per secoli.

La stroppa era prima dei trattori, quando il camionista che veniva su di notte dalla Capitanata col suo carico d’uva rosso-sangue diretto a Milano (dove alla fine, dài e dài, i milanesi per dire osteria dicevano trani), a volte non ce la faceva ad arrivare in cima alla Siligata (m 122 slm) e allora, tirato il freno a mano, piazzati almeno due sassi fermaruote, bestemmiando in dauno come sapeva lui, non potendo ovviamente contare su un telefono cellulare, si guardava intorno: prima a destra verso il mare, invisibile dietro Fiorenzuola ma fiutabile col vento di maestro, poi a sinistra verso la ferrovia, invisibile anch’essa ma udibile in lontananza col suo ritmo binario, e scorgeva a malapena la luce fioca di qualche lampada a petrolio o ad acetilene, come in un presepio.

E allora, regolando le bestemmie al minimo, s’avviava a piedi verso il lume più vicino: di sicuro nella stalla doveva esserci qualcuno, magari c’era una veglia in corso o forse stavano già rigovernando le bestie.

Arrivato a tiro di voce dalla casa colonica, urlava da lontano la propria identità e l’onestà delle proprie intenzioni, evitando magari una schioppettata radente, come in quella poesia di Mario Luzi. Seguiva, sempre ad alta voce, la richiesta d’aiuto: che appunto era la stroppa.

Ricevuto il messaggio, capita l’antifona, il contadino prendeva una fune, un paio di buoi dalla stalla, li aggiogava e piano piano scendeva, o saliva, verso la nazionale in aiuto del camionista.

Fissata la cima al muso del telaio, unendo le loro forze, buoi motore autista e contadino di solito risolvevano il problema: il mezzadro diceva due paroline giuste all’orecchio delle bestie, il camionista rimetteva in moto, il camion ripartiva e finalmente arrivava a valicare i 122 m slm della Siligata: una quota che oggi fa ridere i polli ma quella volta no, i polli non ridevano.

Dopo il valico, qualche chilometro di discesa e poi era tutta pianura fino a Milano.

Ma c’era anche la stroppa degli amanti, o degli innamorati, che in quegli anni di mezzo, dimenticata la guerra e cominciando a prosperare nella zona (non ancora distretto) l’industria del mobile, potevano disporre ogni tanto, a precise condizioni, dell’automobile paterna: e quindi contare sulla compagnia di una ragazza.

Così, dopo aver percorso insieme avanti e indietro la strada panoramica in chiave turistica (domanda preliminare: Andiamo a prendere un caffè a Cattolica? A Rimini? A Riccione?…), ammirato e commentato a voce alta tutto quello che c’era da ammirare e da commentare quinci e quindi: le meraviglie del paesaggio, gli scorci improvvisi, il mare sottostante, le vele all’orizzonte, le vigne soprastanti, le ginestre fiorite di giallo; le marughe coi loro profumati grappoli bianchi, gremiti d’api ronzanti; le case coloniche colorate di rosa, i primi capanni, poi baretti, poi ristorantini dai nomi suggestivi (Siesta, Crocale, Hermitage…), al ritorno capitava che l’automobile lasciasse quasi da sola l’asfalto della strada e prendesse inavvertitamente, a sua insaputa, una strada bianca delle Rive, una delle tante: e dopo qualche tornante, arrivati in una radura discreta, nascosta da un canneto, o in un piazzale con vista sul mare, belpunto la macchina si fermava perché era finita la benzina.

E allora, spento il motore, succedeva quello che era successo e che sarebbe successo ancora centinaia di volte: senza calcolare però che nei giorni precedenti era piovuto, che la terra era tutta un paciugo e la macchina affondava inavvertitamente a ogni sobbalzo.

Sicché, arrivata la controra, prima che scattassero (soprattutto per lei) pesanti sanzioni, tornata miracolosamente la benzina nel serbatoio, riacceso il motore, ecco però che la macchina non riusciva davvero a ripartire perché s’era impantanata e più lui dava gas più le ruote giravano a vuoto e più s’impantanavano. Allora, congestionati e scarmigliati, i due dovevano vincere la vergogna e andare a chiedere aiuto alla casa più vicina, dove magari abitava un mezzadro del padre di lui o, peggio ancora, di lei, quasi sempre un notabile: un ingegnere, un avvocato, un primario dell’ospedale, massone ma di chiesa: uno di quelli che alla domenica andava alla messa alta con la moglie sottobraccio e i figli al seguito, cui seguiva l’acquisto di un gabarè di pastarelle dal miglior pasticciere della città.

Arrivava la stroppa degli innamorati.

Il contadino faceva finta di non sapere niente, di non aver visto niente, di non conoscere nessuno: i buoi liberavano la macchina dalla malta, le ruote tornavano a far presa sullo sterrato e i due potevano riprendere la strada asfaltata. Non gratis però: di solito il compenso, pagato volentieri, era una bella banconota verdolina da 5.000 (diconsi cinquemila) lire, col profilo dell’Italia coronata; a volte addirittura un fazzoletto rossastro da 10.000 (diconsi diecimila) lire, col profilo di Dante, che però comprendeva anche il silenzio: la figlia del padrone, lui, il mezzadro non l’aveva mai vista.

Copywright E/O, 2019