Raul Montanari inedito. Il replicante

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Raul Montanari

Un Raul Montanari come non l’avete mai letto perché per Satisfiction ha scritto uno dei migliori racconti brevi che ci sia capitato di leggere: un racconto serrato, incalzante, veloce come il bagliore di uno sparo nel buio delle nostre coscienze. Sono raccolte, con rara eleganza di scrittura, tutte le cifre stilistiche dello scrittore: dalla potenza della tragedia classica impiantata in una struttura postmoderna alla dimostrazione in parole e inchiostro che Montanari è il re incontrastato del “post noir”. Sembra di leggere un film di Brian De Palma, quello di Blow Out per intenderci, quello di Velluto blu con echi di David Lynch: eppure non ne è epigono ma le atmosfere che riesce a rievocare sono quelle di un killer di professione che si chiede perché lo sia diventato pur obbedendo agli ordini. Una metafora potente di come siamo oggi: marionette all’ombra dei nostri io, accecati da ordini superiori che non proviamo più neanche a capire. Più che una doppia vita il protagonista ha una doppia mandata emotiva che suggella gli occhi senza celarne lo sguardo. “La seconda porta”, come il titolo del suo ultimo potente romanzo (edito da Baldini Castoldi), dell’esistenza che lo consacra non solo un postnoirista da un post-situazionista che oggi significa: tra i maggiori scrittori italiani contemporanei perché dietro ogni parola, dietro ogni frase si dischiude un mondo che è quello che (non) vogliamo vivere.

Gian Paolo Serino

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Il replicante

Me l’hanno sempre detto che somiglio al replicante di Blade Runner, avete presente?, quello che alla fine del film potrebbe ammazzare Harrison Ford, già gli ha spaccato due o tre dita giusto per fargli capire chi comanda, e invece resta lì sul tetto, sotto la pioggia, con una colomba bianca che gli si appoggia su una spalla (un dettaglio che mi è sempre parso esagerato) e la musica giusta, quella che ti fa sentire in sintonia con l’universo, e prima di morire dice quella frase che tutti citano: “Ne ho viste, io, di cose che voi umani…”, così dice, e prosegue tirando in ballo astronavi in fiamme e combattimenti al largo di Tannhäuser, visioni galattiche di guerre stellari, insomma, roba che appunto gli uomini non possono aver visto ma lui sì perché sa il cavolo che avventure può aver vissuto un replicante, un non-umano, e tutti al cinema si commuovono, lui è di una bellezza da non dirsi, grandioso, possente, morente – ecco, non faccio per vantarmi ma io gli somiglio davvero al replicante, perché sono alto come lui, fisicato, con i capelli così biondochiaro che sembrano bianchi e forse lo sono, eppure ho solo ventotto anni, e vi dico sinceramente, amici miei, che le ragazze vanno matte per me da quando di anni ne avevo la metà, quando ero al ginnasio, perché io ho fatto il classico anche se quelle stravaganze del greco tipo l’accento circonflesso e l’apofonia – si dice così? – le ho dimenticate da un pezzo e da allora mi sento molto meglio.

Dicevo, io sono sempre piaciuto alle femmine perché ho questa faccia come se avessi già vissuto chissà quante vite, quanti destini, e invece alla fine sono uno come tutti, tranne che non faccio il professore alle medie come il ragazzo simpatico e occhialuto che in quegli anni era il mio migliore amico, non faccio nemmeno il giornalista come uno che era il più asino della classe e invece adesso lo si vede in televisione.

Io di mestiere faccio l’assassino.

Mi pagano per ammazzare la gente, e per questo oggi sono qui, seduto ai tavolini all’aperto di questo bar, e aspetto che passi qua davanti una ragazza di cui non so nulla tranne quel poco che mi serve per poterla uccidere, ossia il nome, l’aspetto, dove abita (laggiù, in quella bella casa), che avrà con sé un parasole, queste cose, ecco, ma non il motivo per cui deve morire, quello nessuno si dà la pena di spiegarmelo, ci mancherebbe altro con tutti i soldi che mi danno!, è meglio anche per me, così mi hanno detto quando ho cominciato a fare il mestiere, perché meno so meno complicazioni possono capitare, per esempio se venissi arrestato – due mesi fa c’è mancato poco – la polizia potrebbe andarci giù pesante con me per farmi dire quello che so dell’organizzazione, oppure, e questa è la cosa peggiore che mi potrebbe succedere, finirei in carcere e magari a qualche dirigente dell’organizzazione potrebbe venire il dubbio che qualcosa ho spifferato, alla polizia o al magistrato, e in quel caso in galera avrei vita breve: mi metterebbero il veleno nella minestra o mi taglierebbero la gola mentre dormo oppure mi pianterebbero un coltello nella schiena quando faccio la doccia, una prospettiva sgradevole, capite?, perciò sono d’accordo anch’io che è meglio che sappia il meno possibile.

E’ una bella giornata, fa fin troppo caldo in questa città dove non ero mai stato prima e sul mio tavolino piove un sole spietato, ma è qui che devo stare, con il giornale aperto davanti, perché questa è la posizione ideale per scorgere la ragazza con il parasole quando passerà per andare a casa sua, sono le tre del pomeriggio ed è proprio adesso che dovrebbe tornare da una visita che fa tutti i giorni – c’è un sole davvero molesto, a dire poco, e d’altronde in questo buco di bar l’unico tavolino all’ombra è occupato da una donna vestita a lutto.

Chissà da quanto tempo è lì che fissa il suo bicchiere da dietro la veletta nera, all’inizio non pensavo nemmeno che fosse in gramaglie, credevo che quello fosse semplicemente il suo vestito, perché così tutta in nero è elegantissima, sui cinquanta, dev’essere stata una ragazza che faceva girare la testa a tutti, ma ormai sono qui seduto da mezz’ora e lei ha un’aria così mesta, così desolata, sono sicuro che tutto quel nero che si porta addosso è il canto funebre per la morte di qualcuno, forse il marito, forse una sorella, un genitore, chissà?, ma è più facile che sia proprio il marito.

Quanta gente passa per questa piazzetta, quante facce tutte diverse: animate, assorte, vivaci, inespressive, lisce, rugose, smorte, impenetrabili – non so perché, mi torna in mente una mia amica di tanto tempo fa, che un giorno mi aveva detto che lei non riusciva a entrare nella Stazione Centrale di Milano perché le faceva impressione quel numero spropositato di persone che vanno e vengono dai binari all’uscita, tutte quelle voci che echeggiano sotto i soffitti altissimi, pensavo soffrisse di agorafobia o qualcosa del genere e invece lei mi aveva sorriso e aveva risposto che no, non era una malattia, solo la sgomentavano tutti quei destini, quei passi che si incrociavano, le davano un senso di vertigine perché le sembrava di smarrire la sua identità lì in mezzo, e che forse anche gli altri l’avessero smarrita, non ricordassero più chi erano, perché erano venuti, per dove partivano o da dove arrivavano, E’ proprio la vita a non avere senso, mi aveva detto, e quel brulicare di anime sconosciute e affaticate, quel vagare sulla faccia della Terra, te lo fa capire meglio di ogni cosa. Era una ragazza davvero speciale, potete immaginarlo da come parlava, abbiamo fatto l’amore solo una volta e ricordo che mentre stavo sdraiato sopra di lei mi chiedevo chi ero io ai suoi occhi, e se anche il peso del mio corpo e quello che stavamo facendo la faceva pensare che la vita non ha senso, se anch’io in quel momento perdevo la mia identità ripetendo i gesti che tutti hanno fatto da quando esiste l’uomo, e lei la perdeva con me.

Oh… cosa succede adesso?, mi sembra che la signora in nero stia piangendo, non vedo le lacrime ma le tremano le labbra, o almeno così credo e mi fa uno strano effetto, un dispiacere imprevisto e grande, come una tensione qui fra lo stomaco e il cuore, sarebbe bello andare a sedermi di fronte a lei, dirle qualcosa di gentile, o forse solo toccarle una mano, darle un fiore, non so, farla sorridere.

Sarebbe come se il mondo le chiedesse di potersi riconciliare con lei, di fare la pace, e le dicesse: Vedi, mi spiace che tu soffra, la morte fa parte della vita, però guarda che bel sole e che ragazzo carino ti si è seduto davanti, ti sta porgendo un fiore, tu prova a sorridergli e vedrai che ti sentirai meglio, non dico che il tuo dolore scomparirà (è sempre il mondo che parla) ma sarà il primo passo, come se proprio ora cominciassi a dimenticare il morto e seppellirlo dentro di te, perché la vita deve andare avanti. Non sono sicurissimo che il mondo farebbe bene a dirle queste cose, magari alle orecchie della signora suonerebbero un po’ brutali anche se sono delle grandi verità, d’altronde quella del mondo che le parla è solo una fantasia stupida che mi sono fatto io, visto che non posso alleviare in nessun modo il suo dolore e non è nemmeno il caso che mi sieda al suo tavolo perché la disturberei e forse la spaventerei perfino – e la ragazza col parasole? Quando arriva? Dovrebbe essere già qui.

Comunque ogni tanto anche la signora in nero mi guarda, alza gli occhi e li riabbassa subito, lo fa con discrezione perché a parte il lutto è una signora vera, ma io l’ho notato – d’altronde il mio aspetto è così particolare, dove lo vedi uno come me?, e poi è come se mi portassi addosso tutti gli ammazzamenti e le cose terribili che ho visto, e le persone sensibili come certamente è questa donna se ne accorgono, anzi le donne lo sentono meglio degli uomini, dev’essere una specie di odore che solo loro fiutano, o un alone che ho intorno, qualcosa di cattivo e disperato, anche se io non credo di essere cattivo e non sono certo disperato.

Un po’ pensieroso sì, a volte, perché è vero che ne ho viste, io, di cose che voi umani, ah, credetemi, e non negli spazi intergalattici ma in posti come questo o nelle camere di alberghi squallidissimi, o nelle case, nei treni. Io ho visto gli occhi di uomini che stavano per morire, mi guardavano e riconoscevano la morte nel mio viso prima ancora di vedere la pistola, capivano che la morte era venuta a prenderli, e ho sentito donne gridare di paura e odio, e bambini piangere battendo i pugni contro i finestrini di auto parcheggiate o dietro le porte di stanze dove le madri li avevano rinchiusi temendo che i miei padroni mi avessero ordinato di uccidere tutti – ma questo non è mai accaduto – e ricordo un immenso crocifisso in legno appeso alla parete di una casa, macchiato dal sangue dell’uomo a cui avevo sparato, e una finestra rotta, e una galleria buia e interminabile su un treno dove avevo strangolato la mia vittima in un gabinetto, e una spiaggia sull’Atlantico, fredda, le onde grigie dell’oceano e le strida dei gabbiani e la lenta fuga inutile dell’uomo che ero andato a cercare, le sue impronte nella sabbia umida, la stanchezza nei suoi gesti quando si era fermato e poi si era voltato e aveva detto: Non in faccia, per favore, pensi ai miei figli quando dovranno guardarmi, l’aveva detto con gentilezza, da persona educata e rassegnata, e io avevo sparato al cuore, e non dimenticherò mai una bambina apparsa in fondo al corridoio di una casa dove non avrebbe dovuto essere, mi fissava in silenzio, non strillava, non piangeva, dio mio non dimenticherò mai quegli occhi!, io avevo alzato una mano piano, per dirle di non preoccuparsi, e me n’ero andato sentendomi ancora il suo sguardo addosso…

Eccola!

La ragazza con il parasole.

E’ sbucata da dietro l’angolo, ha girato un’occhiata intorno e si è avviata verso la sua casa, tranquilla, sorridente, paffuta e graziosa, e chissà perché deve morire una ragazza così che sembra la pubblicità della vita?, ma io queste cose non le devo sapere, non me le devo nemmeno domandare, lascio che venga verso di me, è vestita con colori sgargianti che catturano la luce e passandomi davanti mi guarda perché è naturale, sarebbe strano se non lo facesse, e credo che guardi anche la vedova nell’angolo alle mie spalle, è una ragazza giovane e curiosa del mondo, tutto normale, tutto come previsto, mi alzo e infilo la mano nello zaino, stringo il calcio della pistola, la mia compagna che mi è stata regalata anni fa, la mia amica di sempre, ora la ragazza è oltre il bar e cammina con calma, io sfilo la pistola dallo zaino e la punto, sento lo sparo.

Non ho sparato io.

Tutti urlano intorno a me, la gente fugge sul marciapiede mentre la ragazza si è voltata e mi guarda.

Io sento questo dolore in mezzo alla schiena, prima è stato come un urto e adesso è una paralisi, scivolo in ginocchio e mi volto e la vedova ha una rivoltella in mano, fa per sparare una seconda volta ma capisce che non ce n’è bisogno, la sento dire: Hanno mandato lui, hai visto?, e capisco che parla con la ragazza, e la ragazza risponde: Brava, perfetto, l’hai spacciato.

Era una trappola!, era tutta una messinscena, mi aspettavano, me o un altro, chiunque fosse venuto, e ora mi guardano mentre mi affloscio su me stesso, come se la pallottola della vedova mi avesse staccato i fili, chissà cosa sono loro due, penso, chissà se la vedova è un’amica, una detective, una poliziotta, una killer dell’organizzazione rivale della nostra, fa poca differenza ormai, il sole mi ferisce gli occhi mentre batto la schiena e la nuca sull’asfalto, i volti delle due donne sopra di me, la ragazza sorride – è questa la morte? – la vedova mi fissa in silenzio, seria, forse c’è pietà nel suo sguardo, forse lei è come me e fra noi ci capiamo, forse sta pensando che un giorno toccherà anche a lei vedere le pareti lisce di questo abisso in cui sto precipitando, giro su me stesso mentre cado, cado senza fine, con le mani tese verso il cielo sempre più buio, e il silenzio, e una pace improvvisa che non merito, che non immaginavo, e poi più nulla.

Raul Montanari