William T. Vollmann inedito. Memorie dalla Russia persa in un attimo di assenzio

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William T. Vollmann

William T. Vollmann, tra i più grandi scrittori americani contemporanei. Vincitore del “National Book Award” con Europe Central, oggi i suoi libri, apparsi per la prima volta in Italia per Fanucci, sono ripubblicati da Minimum Fax che ne vuole rieccitare l’opera omnia. In questo inedito, concesso a Satisfiction, si confronta con le crepe morali di un moderno che non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia. Vollmann è un Jack London che ha incontrato l’Ovidio delle Metamorfosi: uno scrittore che come London ha vissuto tutto ciò che racconta – dalle spedizioni artiche alle indagini esistenziali in prima persona su quel “popolo degli abissi” fatto di vagabondi e prostitute, facendoci comprendere come “il paesaggio che ci circonda non è che l’ombra del nostro paesaggio interiore”.

Al contempo Vollmann è anche il Melville di Moby Dick, soltanto che lui è sia il Capitano Achab che la balena bianca. Uno scrittore tormentato, che ha dato tutto alla letteratura: tanto da vivere a Sacramento, in un ufficio ricavato da un ex ristorante messicano che si affaccia su un piazzale abbandonato e frequentato solo da senza fissa dimora; tanto da viaggiare come giornalista d’inchiesta per le strade di guerra della Somalia, della Bosnia, rischiando di morire a Sarajevo perché la sua macchina è saltata in aria su una mina; poi in Cambogia, sulle tracce del dittatore Pol Pot, nel Triangolo d’oro del Sud Est asiatico alla ricerca dei Signori dell’oppio. Volmann ha fumato crack, si è iniettato eroina, ha comprato una bambina prostituta in Thailandia riscattandola da una morte certa (oggi va a scuola negli Stati Uniti). Vollmann non ha paura di farci sporcare le mani, di farcele immergere nel fango della Storia senza renderla noiosa storiografia, ma un’epica dei vinti che tra queste pagine sono vittoriosi eroi dell’epica della sconfitta, di quella grande avventura che è la scoperta di vivere. Dietro la “storia simbolica” che racconta ci siamo noi, quella storia che è nostra ma che lasciamo raccontare ai libri di scuola. Ogni pagina è intrisa del mistero del mondo, si dissolve ogni barriera tra “fiction” e dato autobiografico, tra “realismo” e “fantastico”. Tutto raccontato attraverso una prosa che impressiona per la varietà dei registri narrativi: dal barocco al colloquiale dall’erudizione enciclopedica al flusso tumultuoso di ispirazione jazzistica e beat.

Gian Paolo Serino

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Le favole russe riecheggiano dalle lingue metalliche delle campane; e le sue bocche di fuoco puntano verso l’esterno. I fantasmi sorvegliano i rossi merli del muro del Cremlino. A Pietroburgo gli alberi vestiti di ghiaccio del Giardino D’Estate mirano alle stelle; all’occorrenza, ogni ramo potrebbe farsi arma antiaerea. Il più grande cannone del mondo spaventa i tedeschi con la sua maschera leonina. Una stella rossa, su un piedistallo verdastro e tornito, brilla pronta a far saltare in aria gli invasori. Sotto le quattordici scale mobili del Congresso delle Nazionalità, la neve ulula tra le enormi, brillanti piazze, ma si ferma quando le cupole dorate come elmetti di soldati cominciano a vibrare e risuonare. (In Russia aggiungono oro e argento ai loro bronzi per ottenere un suono migliore.) Le volte a cipolla sono irte di croci, e, dentro ogni chiesa, i santi immobili sono pronti a saltare giù dai muri d’oro e combattere. Napoleone una volta bruciò l’arsenale giallo del Cremlino, ma i santi si precipitarono fuori dalle loro tombe di metallo; e in seguito le bianche finestre dell’arsenale sono ricresciute. Le ragazze poi, decorarono tutto con piastrelle verdi e gialle; e luci dai colori elettrici striarono la Moscova, che è divisa regolarmente da muri di neve e torri tornite. Sul tema delle ragazze, vorrei raccontarvi ciò che segue. Nelle grige giornate russe ne vivono due tipi: quelle serie e quelle dal sorriso ricurvo e sonnolento. Vanno e vengono dalle città gialle, rinfrescando i grigi palazzi, il cielo uggioso e la neve nelle cornici d’oro delle icone. Il loro è sangue è di velluto rosso. Si occupano della compagnia dei sarcofagi, offrendo loro stesse al sacrificio, lontane da visi barbuti. Quelle che sorridono hanno dimenticato il complicato labirinto di strade pavimentate, dove quelle serie gestiscono la grande campana russa, spolverandole la neve dalla sua oscura e angosciante figura, radunando attorno ogni santo come i dettagli degli illuminati manoscritti. Quelle che sorridono d’inverno si nascondono; forse si aggirano clandestine attorno alle cipolle ghiacciate. Ma la primavera assale le cataste di ghiaccio e quelle di neve; l’acqua gocciola dalle vecchie campane sui paletot delle guardie che conversano; e le dita della Russia – muri e staccionate, torri e scalinate – si sgombrano al sole. Presto arriverà il primo giorno d’estate, a dominare i minuscoli esseri umani con la sua volta aurea. Le guardie si allertano, nel caso dovesse tornare Napoleone. Finché si sono susseguite, ho sposato una ragazza seria via l’altra. Quando sono fortunato, si vestono da cosacche e mi percuotono con rami di betulla; per permetterlo, in cambio di sette monete di ghiaccio, una sentinella ci coprirà dalle altre sentinelle. Poi la nostra sentinella va a casa dalla sua seria moglie; e io mi rinfresco le mani calde sulle natiche della mia. Quanto la amo! Tutte le volte che bevo con le sentinelle fuori servizio, battiamo i nostri bicchieri pregando che l’inverno duri per sempre. Ma la primavera inserisce le sue scure e piovose mattinate: la mia severa moglie deve andare a lavorare. Sempre sfaccendato, solo nella mia inutilità, passo attraverso i palazzi che mi ricordano della gelida nebbia. Sono una delle torbide sagome che passeggiano, illuminato sporadicamente dai riflessi della pioggia sul marciapiede. Uomini dai copricapi di pelo spalano fanghiglia; una donna dal mantello di pelliccia si soffia il naso; e mi viene a mente la prima unica glaciale lacrima sulla guancia della seria signora ora divisa da me; era quello che leccai per colazione. Tra il ghiaccio invernale sui monumenti e il cenno dell’estate su qualche scintillante cartellone pubblicitario, la gente sta nella neve, aspettando i loro bus; e io preoccupato di esser preso alla sprovvista, vago di coda in coda, cercando la donna per l’inverno che mi avrebbe portato a casa e salvato. Stalattiti si allungano dal mio mento; sono diventato un uomo maturo, quindi ho bisogno di una donna matura, una piccola cicciottella tenera e canuta che mi faccia il thé mentre ciondolo in giro cercando di rubare della vodka. Se potessi rubare un’aureola, lo farei; l’oro è così puro da illuminare e scaldare entrambi. La mia povera vecchia moglie sta tremando! Cosa potrei mai fare per lei? Si è addormentata con la testa sul mio petto, russando forte mentre io mi cruccio per la brutta notizia di oggi: il più grande cannone del mondo si sta sciogliendo! Grazie al cielo avevo quasi dimenticato il mio pensiero! E poi, come avrei potuto mai spiegarlo? Anche la lealtà si scioglie. Forse non c’è mai stata nessuna giustizia al mondo. La stella rossa si offusca della sua lucentezza, poi splende di un nuovo rosso che nessuno ha mai visto prima. Adesso, quando l’estate tarda ad arrivare, la Russia manda le sue ragazze serie a sagomarla. Nella neve sciolta e sporca, sotto alberi e luci, le gru riflettono una luce blu e verde mentre cominciano a liberarsi delle stalattiti, e le ragazze serie ramazzano con le pale finché non scolpiscono l’inverno in un busto di qualche eroe solo nella neve.

Cosa ne è dei sorrisi sonnolenti? Una guardia disoccupata sostiene che ora siano le ragazze dell’ultimo secolo, che aspettano il freddo nelle lobby degli alberghi e indossano minigonne di pelle nera. Ma che ne sa, e cosa ne so io? Mia moglie è morta di vecchiaia durante il disgelo primaverile; se ne è andata senza soffrire; e poi la nonna della porta accanto ha preso con sé il suo gatto. La polizia mi ha detto che dovevo andare via: ora che mia moglie è morta, sto nella sua stanza con falsi pretesti. Mi hanno permesso di prendere uno zuccherino giallo per ricordarmi di lei. Sulla strada ne ho leccato via un pezzettino. Poi ho portato il resto all’arsenale giallo, e l’ho dedicato ai santi. Poi ho sentito un tonfo. Le ragazze serie avevano sollevato tutto il ghiaccio e l’avevano lanciato nel fiume. I pesci nuotano attraverso il sole, che pende dagli alberi di cristallo come una palla di ghiaccio. L’estate cresce alta nei recinti di ferro. L’estate illumina i soldati rivestiti di verde negli ingressi gialli. Ha cominciato a tornarmi in mente quanto i rami del Giardino d’Estate mi ricordassero le braccia di una ballerina. Ora mi è venuto in mente che tutto l’inverno mi sono trattenuto dallo scacciare via quella barista che certe volte è stata benevolmente carina con me. Forse avrei potuto spillare un sorso d’estate da lei. Chiedo solamente un altro favore e lei mi fa promettere che sarà veramente l’ultima volta. Voglio la mia estate, la mia estate! Dentro alla bottiglia verde assaggerò la fiamma blu, le cui foglie sono alberi, i cui alberi sono foreste eterne. Il canto dell’uccello è il suono di un cucchiaino sopra un bicchiere. Versando zucchero e fiamma blu, oh, sì, una cascata di fiamma blu, lei mi ha insegnato di nuovo il colore di una fiamma di assenzio. Sa meglio di chiunque altro come sistemare il cucchiaino di zucchero sul fuoco e intingerlo nel bicchiere, poi riversare la fiamma blu. Il rumore dello zucchero bollente mi rende così felice che non mi interessa più che non mi voglia baciare più. Alcuni preferiscono buttarlo giù velocemente prima che lo zucchero cristallizzi; altri preferiscono inalare il caldo e dolce alito dell’assenzio rinchiuso nel bicchiere capovolto: il respiro di tutte le donne che ho amato. La campana di un bicchiere giace dentro la campana di un altro. In altre parole, lei riversa il fiotto della fiamma blu avanti e indietro fra i due bicchieri, poi lo spegne con il suo stesso delizioso fiato e immediatamente rovescia una campana sull’altra. Osserviamo assieme, lei ed io, finché il vapore risale nel bicchiere più in alto. Ha già preparato un panno con una cannuccia che trapassa da un buco al centro di esso. Sollevando il bicchiere di poco, infila il panno appena sotto di esso, intrappolando quella sacra nebbiolina come una volta ho intrappolato le api da bambino. Poi rimette il bicchiere in piedi e dolcemente me lo serve. Precipito le mie labbra alla cannuccia, succhiando la nebbiolina dell’assenzio nei miei polmoni rapacemente, come se volessi qualcosa dai capezzoli di una donna. Ora arriva l’estate. (Rimango comunque consapevole che inverno e estate sono icone, le stesse poche scene ripetute più e più volte dai racconti biblici, colorate ma appiattite come lo strato di gesso sotto un vecchio affresco. Ma se non mi è mai sembrato ci fosse nient’altro, sarebbe un mio errore?) Sto già cominciando ad elevarmi, a uscire dal mio corpo sempre più pesante; prima ho attraversato il soffitto e ho perso il residuo della mia gioia, afferro il bicchiere più in basso, quello con dentro il caldo liquido d’assenzio e lo butto giù. E in quell’istante, quando il bicchiere arriva più o meno al livello dei miei occhi succede quasi tutto il resto: Dentro il bicchiere vedo la gente sorvolare l’ombra del mare, sorvolare le isole del sole. Il liquido, ora al limite di riversarsi nella mia bocca, rimane per questo primo e ultimo momento un mondo verde dentro sé stesso, macchiato con la luce dell’acqua e ammorbidito dalle ombre sfumate del Giardino d’Estate. Se potessi entrare nel bicchiere scenderei lungo il canale di sabbia che è sicuramente zucchero; e diventerei né più né meno come quelle altre anime vestite di chiaro che entrano ed escono dall’ombra. La vita è chiese gialle e bianche, la morte orologi bianchi e neri nascosti dietro i cancelli di ferro, questi potrei bere attraverso un singolo bicchiere d’assenzio, che deve essere il Giardino d’Estate stesso. Come potrei essere stato da qualsiasi altra parte? Una volta son passato davanti alla ragazzetta con la cuffia, l’indulgente pigra bionda che spinge il passeggino; ora qui ci sono donne vaganti con l’abito bianco di luce del sole. È tempo di guardare insù fino a mezzanotte quando la luce del cortile diventa grigio perla. I rami nel cielo diventano capillari degli occhi; sto guardando nella mia stessa retina, dietro la quale i miei più tristi, più perfetti ricordi si sono nascosti come le donne che sorridono quindi non possono causarmi dolore. Sono sfocati, bianchi ovali instabili su alberi neri. Avrei voluto essere una di quelle persone vestite di bianco negli abiti di luce del sole; vivere fra di loro attraverso il bicchiere d’estate verde, ho dimenticato me stesso; e, come ho fatto quest’inverno, ho dimenticato te, oppure ho creduto di averlo fatto; e poi, grazie alle proprietà medicinali dell’assenzio, ho scoperto di averti vista qui tra quelli vestiti di luce del sole, e anche se sei una dei tanti non più vicina a me di qualcun altro (e non lo sarai mai più), ti vedo senza rimpianto, senza più chiedermi perché il sole è bianco come i tuoi capelli. Il canale non si vede più, l’acqua nera è nascosta ma la sua bianca vastità al di là degli alberi. Ecco i capelli di foglia, nuova paglia nelle tue ascelle innevate. Il tuo sangue mestruale diventa la luce serale arrugginita dei cortili, e ogni pietra della collana che ti comprai tanto tempo fa ora è la Neva ultramarina. Sul bordo di un fiume di cioccolata verde, l’orlo verde dell’oscurità estiva, sia riflesso che ombra, irregolarmente sovrappone sé stesso, corretto di luci lampeggianti; deve essere stato come è stato quando abbiamo fatto l’amore; e vorrei quasi implorarti di lasciare che ti adori, ma non c’è dolore; i nostri giorni e gemiti ora sono tranquilli ponti dentro e fuori il verde. Con le mani raccolte sei seduta nelle ombre verdi, gabbiani di luce ti circondano. Le tue gambe nude, le tue gambe di luce, non sono più luminose ora, come il muro giallo limone striato dallo zucchero? Ho visto bianche terrazze di zucchero, chiuse e balconate; magari, quelle sono le tue gambe; e a volte immergo il cucchiaio nell’assenzio, e lo ritraggo da te. Assieme aggiungiamo zucchero e lo accendiamo. Aspettiamo finché non arriva la fiamma blu, poi rimetto il cucchiaio nel bicchiere, nel bicchiere a campana. A volte verso semplicemente dei granelli di zucchero nel bicchiere scampanato, poi lo rigiro attorno e attorno, e lo accendo così tutto lo zucchero bollente corre lungo il bordo del bicchiere; non era lo stesso quando la mia lingua era sul tuo ano? Ho versato la fiamma avanti e indietro tra i due bicchieri a campana. Una zolletta di zucchero grezzo, circondato da bolle e fiamme, brucia nel verde assenzio. Il suono mi conforta, come il ribollire della teiera a casa della nonna in inverno. Una volta ho incontrato una ragazza d’assenzio diventata felice e triste e loquace; poi abbiamo fatto l’amore, dopo lei si è addormentata così pesantemente che quando l’ho messa in piedi è rimasta un cadavere. Con lei ho assaporato il sapore verde; ma solo con te ho provato il bruciante dolce e amaro gusto, sia caldo che forte. In effetti quando lei dormiva, ho provato un amore incontrollato; ma cosa significa il mio amore? È fuoriuscito da me come latte dal seno di una madre il cui bambino è appena morto; solo con te ho veramente provato il sapore dolceamaro. Come solo la rossastra morsa del muro del Cremlino corre sui sentieri ingombrati dalla neve della città, così la scampanata linea del bicchiere d’assenzio racchiude il mio mondo di luce mattutina in una scomposta erba estiva, splendidi logori alberi, bottiglie di birra, rigonfi petti degli alberi giganti. Cosa sono quei riflessi? Penso di vedere la tua immagine nel canale. E i tuoi capelli di sole, le tue dita distese, mi ricordano quando ci siamo amati nella posizione della foglia. Attorniata di studentesse russe con coperte soleggiate e trecce ombreggiate, tu, non più giovane delle loro stesse madri, sei sole, ombra, foglia, erba. Qui, dentro la bottiglia, tutto quello che ho attorno a noi è così luminoso da essere puro come lo zucchero bianco, ma potrebbe essere semplicemente la trasparenza del tuo vestito; forse sto affondando con la testa nel tuo grembo, tutte le altre ragazze affondano nell’oscurità, papere che nuotano nel sole. Fissando con lo sguardo la tua gonna vedo pizzo verde e un cielo blu. No, sto guardando attraverso una foresta di ombrelli. I loro profili neri contro milioni di soli. Che succederà? Vedo una folla seduta su una collina erbosa. Non ti ricordi di me? Come hai potuto lasciarmi? Sul fondo della bottiglia d’estate, isole rettangolari d’erba si alternano a canali di sabbia. Una madre culla il suo bimbo addormentato, fissando insonnolita lo spazio. Devo trovarmi nella bottiglia stessa ora; la barista mi ha portato diversi bicchieri. E il lento girare delle ruote della culla mi ricorda quanto volevi un bambino da me. Una gonna umida aderisce al fondoschiena della madre; deliziosamente si gratta il suo sedere sudato. Sei un albero, ogni respiro ti rende più giovane, perché non c’è fine qui, non fino alla fine. Il rimembrato odore dei tuoi capelli è soleggiati stralci di passeggiata, capelli di sole su ginocchia brune. Odoro la tua pelle con tutte le narici segrete della corteccia dell’albero. Il solare, ombroso intreccio di noi due nel letto è stato piacevolmente offuscato dalle foglie nel cielo, foglie come un grappolo di uva verde. I tuoi occhi di foglia mi vedono senza distinguermi dagli altri, ma il mio dolore è assopito sotto una coltre di liquido giada; e il mio desiderio di te è una singola foglia dorata su un tronco nero. Nella bottiglia dell’assenzio, alberi nerastri si scuriscono entrando gradualmente nella luce. Ora il mio cranio è diventato così pesante che sembra abbia sopportato un intero ghiaccio invernale. Ma non dormirò. Voglio leccare le tue foglie dissolte nella luce, un cono di luce di burro attorno gli alberi, luce di biscotto. E tutto questo succede mentre innalzo il bicchiere in onore della Russia, il bicchiere scampanato dell’assenzio. Alcuni sono abituati a buttarlo giù in fretta; io sono stato uno di loro.

Copyright © di William T. Vollmann