Il racconto breve è il banco di prova più arduo per uno scrittore. La cosa davvero difficile è condensare un mondo intero in poche pagine. Bisogna lavorare sugli spazi bianchi, dire alcune cose lasciando intendere tutte le alte. È quasi un mestiere a parte, rispetto allo scrittore di romanzi. Il racconto breve è uno sparo di moschetto.
È anche difficile recensirle, le raccolte di racconti, perché quando le apri, cominci a leggerle, tutte queste creature slegate, tenute insieme da un esile filo di senso comune, si mettono a scappare da tutte le parti, come se la copertina fosse un coperchio ermetico e i personaggi liberati corrono fuori e ridono, felici di essere liberi, e tu, povero recensore, li devi rincorrere e rimettere insieme dentro il reticolato della recensione.
Così, in questa raccolta dal titolo Il grande buio, pubblicata da Neo Edizioni, ho trovato un Macioci diverso, rispetto ai libri suoi che avevo letto in questi anni. Diverso rispetto a L’estate breve, diverso rispetto a Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia. Pur conservando alcune caratteristiche distintive della sua prosa come la scrittura sensoriale: Macioci utilizza molto i colori, i sapori, i suoni, nelle sue ambientazioni, qui, in questi racconti, ho trovato un Macioci più cupo e più disturbante.
Ma andiamo per ordine:
Il primo e l’ultimo racconto, i più brevi dell’intera raccolta, sono racconti apocalittici e, non a caso, il primo Riunione di condominio illustra uno scenario terribile di apocalisse già avvenuta e l’ultimo, La fine del mondo racconta invece l’apocalisse l’istante prima di cominciare. Questi due racconti sono prefazione e chiusura, a rovescio, di una raccolta che, per intero, avrà come tema comune lo scarto inteso come passo laterale rispetto alla realtà. È un gesto, una finta, un movimento inatteso che permette a chi attacca di muoversi e di andare oltre. Ai personaggi di questi racconti succede, in maniera più o meno consapevole, di trovarsi in una condizione di aggiramento del reale e di trovarsi in quella zona di grande incertezza, di straniamento, che Macioci definisce Il grande buio.
Il personaggio più lucido, in questo senso, che non a caso ritorna in tre dei dieci racconti è l’ispettore Gobbi. Il caso di Lara, Estate indiana e Il grande buio, sono i suoi racconti e sono anche i più lunghi della raccolta. Gobbi è un osservatore rassegnato, uno che ha capito che la realtà è più complessa e, nella sua affascinante complessità, è irrisolvibile o, comunque, non risolvibile per noi.
I suoi misteri, perlopiù, restano tali.
Altro elemento che torna in questi racconti è la fuga come ammutinamento dal reale. È una soluzione, questa della persona che decide di sparire senza lasciare traccia, a cui Macioci ricorre in più di un racconto. Lo fa in Merda, divorzio, trascendenza, ma anche in Il grande buio, Il caso di Lara e in Puzza. Alcuni personaggi scompaiono, si dileguano. Macioci ricorda il caso Majorana e quello di Caffè.
Sparire, qui, diventa il connotato più affilato e crudele de Il grande buio, terribile soprattutto per chi resta, per chi è costretto a cercare corpi e risposte.
Solo Gobbi sa che è del tutto inutile perché l’ispettore è in grado di scorgere, non di vedere, l’ombra di questo buio, altrimenti non definibile, che mangia i contorni della vita umana.
Alcuni racconti li avrei fatti finire prima, ma questo è una perversione da editor. Una o due cose sparse mi lasciano perplesso, però ce ne sono altre, moltissime altre, che mi fanno pensare che questo sia un libro veramente buono, il migliore di Macioci tra quelli che ho letto. C’è, per esempio, il racconto intitolato Si scrive a piedi nudi, che è veramente una pietra piccola e preziosa, qualcosa di fatto e finito, di riuscito, che sarebbe da far leggere nei corsi di scrittura. Questo io non lo voglio raccontare perché lo posso solo rovinare, mentre andrebbe letto, in un giorno di pioggia, mentre siete da soli.
Pierangelo Consoli
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Enrico Macioci, Il grande buio, Neo Edizioni 2025, Pp.191, Euro 17