“Tu sai chiamare a te i giovani che, per lottare e soffrire, hanno bisogno di credere in un’idea. E questo è il segreto, che ogni capo per vincere dovrebbe conoscere” (Lettera di Sandro Pertini a Claudio Treves 1927).
È in libreria, a 130 anni dalla nascita, Sandro Pertini di Gianluca Scroccu (Salerno editrice 2026, pp. 268, € 22).
Sandro Pertini nella politica italiana è un profilo dalla latitudine che rasenta il mitologico. È diventato il nonno universale della Repubblica, viene citato contro la corruzione, contro i partiti, contro tutto. È stato il “presidente più amato”, il partigiano puro e l’ultimo uomo onesto prima del diluvio.
Ma ogni mito distorce la realtà e può diventare un modo per non capirla a fondo. Il libro di Gianluca Scroccu restituisce Pertini alla storia, lo sottrae alla nostalgia e racconta una vicenda più interessante della leggenda.
Pertini non è stato solo il presidente che urlava contro i corrotti o che abbracciava gli azzurri nel 1982. È stato un uomo attraversato da contraddizioni, socialista romantico ma di rigore istituzionale spietato, moralista inflessibile ma allo stesso tempo capace di scelte politiche lucide.
Non era ingenuo né populista, ma aveva capito prima degli altri che la Repubblica, dopo Moro, aveva bisogno di una nuova interpretazione.
La presidenza di Pertini non è stata solo empatia televisiva ma anche un’operazione di rifondazione simbolica dove la moralità si trasforma in linguaggio politico comprensibile per tutti. E come disse Umberto Eco: «in un paese dove i politici leggono su un foglietto formule oscure, un modo di parlare diverso è un fatto di civiltà».
Pertini anticipa la politica della personalizzazione senza diventare demagogo o populista. Usa la televisione ma non la subisce, interpreta il malcontento senza incendiarlo e fa una cosa che oggi nessuno sa più fare: rimprovera il sistema senza distruggerlo. Non a caso alla sua scomparsa Cossiga lo definì: «capo morale della nazione».
Il libro mostra un uomo che non sempre comprende tutto, ma che non tradisce mai sé stesso. Ed è forse proprio nella coerenza la vera ragione della sua popolarità.
Pertini non è stato un santo laico ma un uomo che ha sacrificato quindici anni al carcere fascista, rifiutando la grazia, e poi ha preteso una Repubblica all’altezza di quel sacrificio.
Se lo evochiamo per nostalgia, il suo esempio diventa un analgesico. Se lo riscopriamo per capirlo, come fa questo libro, diventa un antidoto in grado di farci avvertire con più intensità il dolore per l’assenza diffusa di amore per la cosa comune.
Carlo Tortarolo
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Egli capì, in anticipo di una decina d’anni sugli effetti della caduta del Muro di Berlino sulla situazione italiana, che in un momento di crisi e sfiducia verso le istituzioni occorre che il presidente della Repubblica acquisisca una carica di semplicità, che chiaramente a volte sconfina in un tono demagogico, ma che può avere il pregio di far sentire il “Palazzo”, peraltro quello piú importante della politica italiana, non lontano rispetto ai cittadini. Il suo essere stato un presidente della Camera assai rispettato lo portò del resto ad avere una venerazione per il Parlamento, la “casa di cristallo” come lui stesso l’avrebbe definita ai tempi della presidenza di Montecitorio, a differenza dei partiti cui non risparmiò critiche e invettive, a iniziare dal suo, quando qualcuno veniva coinvolto in episodi di corruzione. In questo senso si può ritenere che il ritratto di un Pertini onesto e coraggioso ma digiuno di tattiche e sagacia politica, diffuso da colleghi e personaggi del giornalismo, sia quanto meno ingiusto. Resta però il fatto che questa sua capacità comunicativa aveva anche dei limiti, nel momento in cui abbatteva la complessità dei processi politici, anticipando tematiche che si sarebbero viste solo ai tempi di Tangentopoli.
C’è un altro punto che questo libro prova a mettere in luce sfatando un luogo comune, ovvero la già ricordata accusa, spesso basata su presupposti di analisi assai rozzi,42 di non aver avuto una visione politica. Certo, Pertini non può essere assimilato per preparazione e capacità tattica, per restare al suo partito, a Nenni o Lombardi, né ha mai avuto la capacità drammaticamente profonda di leggere le trasformazioni in atto nella società italiana, dal miracolo economico alla crisi di fine anni Sessanta, di un Aldo Moro. Eppure, a ben guardare, se nel Psi la sua è una esperienza che non riesce quasi mai ad avere la forza intellettuale e politica per avere un ruolo strategico, la dimensione istituzionale finí per rivelarsi quella più consona alla sua personalità. Se si guarda al suo operato, ad esempio alla presidenza di Montecitorio e alla credibilità che seppe conquistarsi durante questo incarico anche da parte dei rappresentanti dell’Msi, e successivamente al suo ruolo centrale durante molte delle crisi di governo che si trovò a dirigere dal Colle, si può notare un indirizzo preciso nella volontà di aprire la strada a un’alternativa di governo alla Dc. In tal senso egli ebbe un ruolo importante nel favorire tutte le opportunità per arrivare, alla fine, al pieno coinvolgimento del Pci nell’area di governo, ipotizzando pure una vera alleanza fra socialisti e comunisti senza più gli errori del frontismo e quindi all’interno del campo occidentale ed europeo. Questa prospettiva fu certamente favorita dall’ampio arco di consensi che egli aveva avuto nel luglio 1978 con la sua elezione, un fattore che gli diede un profilo di legittimazione e uno spazio di manovra decisamente superiore ai suoi predecessori. 44 In questo senso Pertini segnò davvero uno spartiacque, creando un nuovo scenario per la politica italiana in quanto diede una centralità inedita ai partiti laici a discapito della Dc, oltre che naturalmente al Psi e pure al Pci, anche se la morte di Berlinguer segnò un colpo definitivo alla sua strategia. Di fatto, con quelle scelte e grazie ai consigli, ai suggerimenti e alle limature di fronte a certi suoi eccessi di un uomo fondamentale per la sua presidenza come Antonio Maccanico, egli anticipò in un certo modo la fine della centralità democristiana nella gestione della cosa pubblica e diede modo alla figura del capo dello Stato di esercitare un ruolo politico di accelerazione o meglio di gestione del cambiamento in specifici frangenti di crisi seguendo una prassi che avrebbe visto molti altri esempi dopo il suo settennato. Egli, in sostanza, manifestò un potere di intervento previsto dalla Costituzione, fosse quello di rinviare leggi senza adeguata o non corretta copertura finanziaria, ben sette durante il suo mandato, o di suggerire la sostituzione di qualche ministro non adatto ai compiti istituzionali che sarebbe stato chiamato ad assolvere. Una linea d’azione che rendeva l’inquilino del Colle un attore terzo rispetto allo spazio della maggioranza parlamentare e del governo e quindi di supremo tutore del dettato costituzionale.