Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Gaja Cenciarelli anteprima. Il rivoluzionario e la maestra

Home / Anteprime / Gaja Cenciarelli anteprima. Il rivoluzionario e la maestra

La scrittura di Gaja Cenciarelli ha sempre avuto la forza di penetrare le pieghe invisibili della vita, di ascoltare ciò che è fragile e ribelle, e di restituirlo al lettore con una sincerità senza fronzoli. In questo suo nuovo romanzo, Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio editore 2026, € 17,00, pp. 224), la rivoluzione si presenta sotto forma inattesa: non manifesti né barricate, ma spostamenti di oggetti, stanze vuote, traslochi che sanno di liberazione. La rivoluzione, ci insegna Cenciarelli, può chiamarsi anche “cambiare casa”.

La vicenda di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera è una ferita aperta nella storia dell’Uruguay. Rapiti nel 1972 durante la dittatura militare, furono condannati a dodici anni di torture indicibili e isolamento assoluto nei calabozos sotterranei, spazi pensati per spegnere la voce, il pensiero, la volontà. Wasem, insieme al comitato dei Tupamaros — tra cui il futuro presidente Pepe Mujica — visse un’esistenza ridotta alla dimensione del corpo e dell’anima, ma che non cedette mai del tutto alla prigionia.

Quarant’anni dopo la morte di Wasem, in una casa romana che profuma di scatoloni e pavimenti scricchiolanti, una donna trova un libro durante un trasloco. È qui che Cenciarelli compie il suo miracolo narrativo: intreccia la storia di un rivoluzionario con quella di una maestra, la propria, come se le due esistenze respirassero nella stessa stanza, nello stesso tempo sospeso. La perdita — di soldi, affetti, casa, sicurezza — non è una condanna alla rassegnazione. È piuttosto un invito a reclamare libertà, a vivere la rivoluzione nei gesti più piccoli, quotidiani, concreti.

La citazione tolstojana sulle famiglie felici e infelici funziona da controcanto: se è vero che ogni dolore è singolare, è altrettanto vero che le storie, anche le più lontane per tempo e geografia, sono tenute insieme da un filo comune. Cenciarelli lo chiama libertà, e lo declina come ostinazione a stare in piedi, cadere, rialzarsi, andare a capo. La rivoluzione, allora, non è solo un fatto storico o ideologico: è una postura etica, una pratica quotidiana.

Con la sfrontatezza che le riconosciamo, Cenciarelli rifiuta ogni monumentalizzazione del trauma. Non costruisce un santuario della sofferenza, ma una stanza abitabile, dove la memoria dialoga con il presente e lo interroga. La storia di Wasem diventa così una lente attraverso cui guardare le nostre vite precarie, i nostri continui spostamenti, le case che lasciamo e quelle che non sentiamo mai davvero nostre. Due storie che sono una sola, e che, senza enfasi, finiscono per riguardare anche noi.

Nancy Citro 

#

Montevideo – 1972-1977

Paso de los Toros

Sonia

Non giudicarti senza tempo

Pensavo, pensavo, non era facile non pensare. Pensavo senza sosta, anche quando chiacchieravo con Edda o le altre. Era un disco che ricominciava a ogni risveglio, e io ero l’unica a sentirlo. Parlavo con Adolfo, gli raccontavo le mie giornate, gli dicevo che non mi ero pentita, che non avevo mai avuto dubbi. Ed era vero. Lo rifarei, Adolfo, ovunque tu sia voglio che tu sappia che lo rifarei, pensavo. Amore mio, qui lo spazio non esiste, devo costruirlo dentro di me. Dentro, ho lo spazio per pensare a te, al piccolo Adolfo, ai nostri compagni, alla causa. Siamo tutti dentro di me, in questa distesa immensa in cui faccio entrare solo chi voglio. Chiudo gli occhi e respiro, cercando di non sentire quello che succede intorno a me. È difficile. Ma devo restare sana di mente. Me lo ripetevo in continuazione fingendo di dirlo a lui. È doloroso. Mi concentro e vedo noi tre. Vedo la nostra casa. La cucina dove allattavo Adolfo, dove mi chiamavi «la mia piccola maestra», dove tu ti fermavi a guardarci pensando che io non ti vedessi. Io sorridevo, ti lasciavo libero di nascondere quello che non riuscivi a 54 esprimere a parole. Chissà quanto spazio occupava dentro di te l’immagine mia e quella del piccolo Adolfo, insieme, in quella cucina poverissima. Avevamo una stufetta e quattro fornelli, un lungo lavandino in marmo e, sotto il lavandino, coperto da una tendina a riquadri rossi e bianchi, uno spazietto per il secchio, gli stracci, il sapone. C’era una finestra alta circa due metri che scaldava tutta la cucina. C’erano le tendine a scacchi. C’era un tavolo di legno lunghissimo e io mi mettevo a capotavola ad allatta re Adolfo. Il sole di Montevideo è pietoso e crudele, a seconda delle stagioni. La cucina era tutta la mia casa: studiavo, scrivevo, ti ascoltavo e mi lasciavo ascoltare da te, cullavo il bambino e lo lasciavo cullare a te. C’era un piccolo televisore in bianco e nero sulla mensola in alto, sopra il lavandino, accanto alle spezie. Quante volte abbiamo mangiato insieme a Pepe, a Mauricio, a Eleuterio. Pepe soffriva di stomaco. Chissà come sta adesso. Dovevo cucinare sempre brodaglie insapori altrimenti si sentiva male. E poi alla fine stava male lo stesso. Mi viene da ridere, a ripensarci. Felicia mi guarda ridere, sono sicura che non pensa che io sia pazza. Io credo che sia solo invidiosa, anche lei vorrebbe avere un motivo per ridere, o almeno sapere dove e come cercarlo. Povera Felicia. Povera Amparo. Povera Augusta. Povera Jorgelina. Sento il loro odore come se fosse il mio. Povere noi, donne, mogli, fi danzate, madri, figlie che lottano contro la dittatura, sbattute dentro questa prigione dove sopravviviamo ammassate, sporche, alcune di noi lasciate nude per giorni e giorni, altre violentate. Siamo tutte lettere di una stessa parola, sanguiniamo come se fossimo un corpo solo. Alle donne che passano molto tempo insieme succede spesso che il ciclo mestruale arrivi nello stesso momento. Allora succede anche che ci portano al “bagno”, una fogna nauseabonda dove ci puntano un getto d’acqua violento e doloroso sul basso ventre, acqua molto fredda o molto 55 calda, per poi stiparci di nuovo nella nostra galera dove, in ogni istante, ci sembra di soffocare l’una accanto all’altra. Povera Jorgelina.

La sua storia mi strugge più di qual siasi altra, sai? Gran parte della sua famiglia è ancora in Argentina, o almeno così le piace pensare. Però io la vedo quella coltre buia dietro i suoi occhi sbarrati, quando ci parla del fratello, della cugina, degli zii materni. Tenta di convincere sé stessa che siano ancora vivi, e per questo nei suoi racconti non fa pause, non prende mai fiato. C’è un’enfasi metallica ogni volta che dice: «Tutto questo finirà, ma noi non finiremo.» È una frase che ripete sempre, alla fine di ogni aneddoto. Parla tanto Jorgelina, e quando pensa all’Argentina piange. Mi sentivo sopraffatta dalla mancanza di quello che ho costruito e del luogo in cui ho sempre vissuto, un luogo che è mio marito, mio figlio, e poi io seduta a tavola, in cucina, davanti al televisore, con i miei libri, le mie compagne e i miei compagni. Mi chiedevo cosa significasse casa, mi chiedevo se anche questa prigione fosse casa. Soltanto quando ci portavano via e ci stupravano eravamo sole. Gli unici momenti in cui, allungando un braccio, non toccavamo qualcun’altra. In quei casi, se avessimo al lungato il braccio avremmo toccato il corpo dei militari, ma sapevamo bene che al di là della loro violenza c’era la libertà. Allora decidemmo, tutte insieme, di tracciare una linea rossa: decidemmo, Adolfo mio, che dal calabozo ver so l’interno c’eravamo solo noi, la nostra conoscenza, la nostra coscienza. E ciò che loro ci facevano era soltanto il confine che, prima o poi, avremmo varcato. Non mi hanno tolto niente, Adolfo, non mi hanno tolto niente.

Click to listen highlighted text!