
Solo qualche anno fa ci sarebbe apparso assurdo ipotizzare il presente che stiamo vivendo, solo qualche anno fa nessuno avrebbe detto che l’umano sarebbe stato rimpiazzato dalla tecnica.
La tecnica, strumento da sempre a servizio dell’uomo, ha finalmente ribaltato i ruoli: ora é l’uomo ad essere a servizio della macchina e dell’industria che la produce.
D’altronde se l’industria a cui abbiamo dato la responsabilità del nostro benessere smettesse di crescere, l’economia occidentale mostrerebbe la sua crisi.
Sotto il cerone spalmato dai magnati di Silicon Valley e dei vari hub tecnologici, apparirebbe il volto stanco e disperato di una società che si impoverisce sempre più.
I nostri padroni sanno bene come barare le carte mostrandoci dei numeri sufficientemente positivi atti ad insinuare nel pensiero dominante che, se a te le cose vanno male, sei tu e solo tu il responsabile dei tuoi problemi.
Quando non riesci a riempire il carrello del supermercato sei tu quello che ha fallito e non la società intera.
Negli ultimi mesi ho parlato con scrittori, editori, musicisti ed artisti, spesso tristi, in parte confusi da una speranza di un futuro almeno un po’ migliore ma che non fa altro che peggiorare, alcuni incazzati ed in fondo, la maggior parte, disperati. Chi non sa dove sbattere la testa, chi ha trovato, umiliandosi, un’altra occupazione cercando di incassare le sberle di una nuova realtà indecente, chi non parla più e chi invece è riuscito a farsi ricettare le pastiglie dei medici, farsi dare l’inabilità o la pensione di invalidità. Ed, infine, chi preferisce farsi rinchiudere in un ospedale per trattare problemi psicologici gravi.
Le persone più intelligenti e creative che conosco stanno male ed a stento arrivano a fine mese. Io stesso, se non avessi mia moglie, non saprei che fare… Ogni tanto ci penso, ho veramente molte capacità: la pittura e l’arte in genere, la musica, la letteratura, conosco bene tre lingue… ho molto da dare ma ho un problema irrisolvibile: non mi piego davanti a niente ed a nessuno difendendo la mia libertà e questo, la democratica società nella quale viviamo, non lo accetta.
Arte è libertà, la società dell’efficenza é ingranaggio.
La società attuale ti vuole parte del sistema, pignone o corona che sia, l’importante é essere coerenti e funzionali.
Io creo disturbo, io cerco frizione, io metto in dubbio perché questo è quello che ho amato, amo ed anelo di trovare nell’arte e nella cultura. Nel pensiero.
Ma il mondo della cultura è diventato arredamento: comodo, piacevole, tristemente rassicurante. Non é un caso che uno dei quadri più insipidi e decorativi che Klimt abbia mai dipinto venga battuto alla somma cinicamente immorale di 234,4 milioni di dollari. Non è un caso perché quel quadro è l’immagine viva del nuovo concetto che si vuol far passare di arte, qualcosa di gratificante la cui estetica inebria grazie alle mille bollicine ed al sapore fruttato, dolce ed acido al tempo stesso così da conferire sempre certa freschezza e leggerezza.
E mentre l’arte muore portando con se cultura ed una istruzione sempre più deludente ed inutile, e mentre il giudizio critico è stato censurato a favore di una semplicistica accettazione, e mentre la maggior parte delle persone non sanno come arrivare a fine mese, e mentre i liberi professionisti son costretti ad evadere per non soccombere alla tassazione da usura ed all’ingiustificabile ed insostenibile inflazione ben peggiore, a mio avviso, dai numeri che ci propinano, la Comunità Europea orgogliosa di aver speso nel solo 2024 più di 340 miliardi in spese militari esenti da Green Deal e di cui parte destinati ai water d’oro massiccio degli amichetti di Zelenski ora rifugiati in Israele, si imbarca in un progetto da 1,3 miliardi di euro per creare l’Euro digitale, ultima frontiera del controllo totale delle masse con il bene placido di tutti. E, mentre scrivo, a Bruxelles, la città del grande inganno, i codici Swift vengo sostituiti dall’Iso 20020, nuovo standard globale finanziario pensato per poter controllare qualsiasi transazione e collegato direttamente ai blockchain ed al CBDC di cui sopra, di cui anche le Banche private dovrebbero avere un certo timore.
Di questo non trovo molte notizie nei telegiornali, non sia mai che qualcuno si svegli e dica basta…
Insomma, ci troveremo senza soldi per mangiare ma con un Euro digitale programmabile nella speranza che i vari blackout, i vari problemi con la rete internet, o gli svariati attacchi hacker ci permettano ancora di poter comprare qualcosa.
E visto che già ora, con un semplice click, ti possono censurare un articolo o bloccarti un video su YouTube per supposti “contenuti politici”, chi ci garantisce che attraverso quel semplice ed apparentemente innocuo gesto non blocchino, non facciano sparire o, semplicemente, da stati fallimentari che siamo, non arrivino a prelevare direttamente dai nostri conti corrente senza permesso?
Vedendo poi come il garante della privacy garantisce solo la privacy di alcuni, quegli stessi che generalmente godono di immunità, viene il dubbio che questa moneta sia solo un’altro dei vari strumenti per analizzare dove, come e quando spendiamo ed, un giorno chissà, questo strumento in mano ad uno dei tanti pazzi di che stanno ultimamente occupando le poltrone di comando delle varie autarchie, dittature, democrazie o sedicenti tali, bloccare certi acquisti per i motivi più disparati in nome della sicurezza o di una qualsiasi emergenza inventata ad hoc.
Così il controllo delle chat, il controllo delle mail, lo spionaggio ingiustificato dei cellulari dei giornalisti, le telecamere ormai ovunque che osservano qualsiasi infrazione tu possa commettere, anche solo fosse per semplice distrazione, per poi multarti, castigarti e via dicendo.
Insomma noi stiamo pagando affinché, in un atto di sfiducia tanto brutale quanto degradante nei nostri confronti, possiamo essere costantemente sorvegliati così da poter essere castigati. Ed ancora più importante, come in un strano copione sado-maso, paghiamo il nostro aguzzino affinché ci dica cosa possiamo e non possiamo fare. Ed abbiamo anche il coraggio di chiamarla ancora democrazia…
Che democrazia è un posto in cui si vota una persona o un partito che, saliti al potere, fanno esattamente il contrario di quello per il quale sono stati eletti? Che democrazia é un posto in cui a una persona viene passivamente impedito di svolgere il lavoro che ha sempre fatto a causa di una burocrazia inadatta ed intransigente, dell’esondazione di leggi e limitazioni folli ed un costo della vita che assolutamente fuori controllo tassazione compresa? Che democrazia è uno stato o una confederazioni di stati dove si spendono soldi per le armi e per le guerre senza nemmeno chiedere il legittimo consenso della popolazione?
E mentre tutto questo accade la Lilly nazionale & Company si occupano di dar la caccia ai fascitelli che come capre belanti cantano le uniche canzonette che possono comprendere alzando il braccio teso mentre, da altre parti del globo, altri, uniti da una ignoranza simile seppur diversa, cantano altre canzonette massacrando chi gli sta intorno per sentirsi finalmente parte di qualcosa.
Poi la stessa Lilly, con fare non certo così tanto democratico, zittisce in malomodo i suoi ospiti quando quello che dicono non le piace con l’onta, quasi fosse una pozione magica, della Fake News.
Ed anche se quel che dicono fosse, ed in molti casi lo è, una cazzata o una falsità, la democrazia si basa nel dialogo, nella possibilità di lasciar parlare e soprattutto lasciare che sia lo spettatore a scegliere da che parte stare.
Il problema sorge quando lo spettatore non ha cultura ed istruzione e, se consideriamo i dati della OCSE che indicano che più del 35% della popolazione adulta ha grandi difficoltà a comprendere un testo scritto, lascio ad il lettore intuire le conseguenze.
Di fatto il fenomeno di regressione che denominano “populismo” attraversa e caratterizza tutte le sfere politiche perché non si possono vincere le elezioni dicendo la verità ed usare argomenti che la gente non può più comprendere ed alla politica servono i numeri.
La tecnologia è ovunque, anche quando non serve e quando la tecnologia non serve significa che siamo noi a servire lei. Noi serviamo a lei economicamente e siamo sempre noi che giustifichiamo la sua esistenza con necessità sempre più programmate ed disumanizzanti pronte a sostituirsi in tutti i processi anche più elementari.
Perché calcolare un resto se può farlo una macchina?
Così disimpariamo a pensare e disimparando a pensare possiamo solo essere schiavi di emozioni e sentimenti facilmente manipolabili.
La tecnica nelle mani sbagliate, fossero queste anche quelle sottili ed avvizzite della Presidente Von Der Leyen e che ci penetrano come artigli nella carne, non solo ci sostituisce, ma ci obbliga a stare nella gabbietta con la ruota pronta ad essere girata; la porta aperta perché, quella stessa gabbietta, ce la siamo costruita intorno noi stessi.
Ma se é vero che ormai é l’uomo ad essere a servizio della tecnica, é anche vero che essa esiste perché noi abbiamo deciso consciamente o meno di nutrirla.
In fondo, in molti casi per frenare la bestialità del nuovo Crono tecnologico, basterebbe solo staccare la spina e dire di no, prendere in mano un libro, aprirlo ed iniziare a leggere anche quelle parole, soprattutto quelle parole, di cui abbiamo paura e che facciamo fatica ad ascoltare.
Paolo Maggis