In Colpevolezza (Edizione e/o 2026, € 19, pagg.320, traduttore Dario Diofebi), Bruce Holsinger sceglie una lingua che avanza per scarti minimi, per frasi che sembrano appoggiarsi una all’altra con cautela, come se ogni parola fosse già consapevole del peso morale che dovrà sostenere. Il romanzo si apre in un minivan — spazio narrativamente dimesso, quotidiano — che Holsinger trasforma subito in una camera di risonanza emotiva. La prosa è piana, controllata, apparentemente trasparente; ma sotto questa superficie levigata si accumula una tensione costante, fatta di omissioni, di sguardi deviati, di pensieri che arrivano sempre un attimo dopo l’evento.
I Cassidy-Shaw sono in viaggio verso un torneo di lacrosse, ultimo rito di passaggio per il figlio maggiore Charlie. Holsinger dispone i corpi nell’abitacolo con una precisione quasi coreografica: Charlie guida, Noah siede accanto, Lorelei lavora in silenzio, Alice e Izzy scompaiono nei loro schermi. La scena è costruita con uno stile che non enfatizza, non giudica, ma registra. Quando l’incidente avviene — l’auto che invade la corsia opposta, due morti — la scrittura non esplode: si contrae. È proprio questa sottrazione a rendere l’urto più violento. La colpa, fin da subito, non ha un centro stabile; è diffusa, opaca, come il linguaggio che la circonda.
Holsinger è particolarmente abile nel dare forma narrativa ai gesti minimi. Il momento in cui Noah prende la mano del figlio e Charlie gliela lascia tenere “per la prima volta dopo anni” è raccontato senza enfasi, quasi di passaggio. Eppure, è lì che il romanzo si riorienta: la prosa rallenta, si fa tattile, concentrata sul corpo come ultimo spazio di verità possibile. L’autore abbandona la retorica del successo e della performance e scivola in una zona più instabile, dove la vulnerabilità diventa linguaggio.
Quando la storia si espande anche lo stile segue questo movimento centrifugo. Holsinger frammenta il racconto, inserisce articoli, messaggi, dialoghi con una chatbot. Sono innesti che interrompono la linearità, ma che rispecchiano fedelmente una realtà narrativa già contaminata da voci, dispositivi, sistemi. La scrittura si fa allora modulare, ibrida, capace di passare dal lirismo sommesso alla freddezza documentaria senza mai perdere coerenza.
In un mondo che delega sempre più decisioni a sistemi automatici, Colpevolezza insiste su ciò che non può essere delegato: la responsabilità. Holsinger oppone alla logica dell’algoritmo il tempo irregolare della coscienza, fatto di esitazioni, ritorni, silenzi. Il romanzo non formula una tesi, ma un limite: quello oltre il quale nessun calcolo può spingersi. È in questo scarto — tra efficienza e colpa, tra previsione e perdita — che la sua scrittura trova la propria necessità.
Nancy Citro
#
La prima immagine che vedo quando mi volto è il viso rigato di sangue di mia moglie. La testa di Lorelei è bloccata tra lo sportello accartocciato e il sedile, il collo piegato in un’angolazione innaturale. Gli occhi, fissi nei miei, battono le palpebre a un ritmo costante, consapevole. Poi si muovono verso destra, in cerca di Alice. La quale è priva di sensi. O morta. La parte superiore del corpo poggia contro lo sportello. La montatura degli occhiali è tutta storta e premuta contro gli occhi, con una ragnatela di crepe sulle lenti. Del sangue fuoriesce da qualche ferita nascosta dai capelli. Dal retro del minivan Izzy comincia a piagnucolare, un gemito come di un cucciolo che aumenta di volume man mano che il ronzio che ho nelle orecchie si quieta. Apro lo sportello ed esco barcollando dall’auto, poi afferro la maniglia del portellone laterale, ma subito cambio idea. Il volto ferito di Alice è adagiato contro il finestrino sporco di sangue e muco. Se facessi scorrere il portellone le farei muovere la testa, e il collo. Torno indietro e vedo che Charlie sta provando a scavalcare il suo sedile per raggiungere dall’interno sua madre e le sorelle. Ma metà del tetto del minivan è crollato giù mentre rotolavamo lungo la discesa, e ora non c’è più spazio per muoversi. Charlie scivola di nuovo verso il posto di guida e prova spingere la portiera per aprirla. Io riesco a infilarmi attraverso i due sedili davanti e ad accucciarmi a metà strada tra Lorelei e Alice. Con una voce robotica provo a trasmettere un senso di calma, malgrado il panico che sento aumentare dentro. «Abbiamo avuto un incidente. State tutti bene? Abbiamo avuto un incidente. Cercate di non muovervi. Izzy, stanno arrivando ad aiutarci, andrà tutto bene. Alice, mi senti? Alice? Abbiamo avuto un incidente. Lor, cerca di non muoverti. Anche tu, Alice. Alice? Ehi, Alice?». Gemiti da Lorelei, gemiti più forti da Izzy. Da Alice soltanto silenzio. Le prendo delicatamente l’avambraccio sinistro, sento la pelle appiccicosa, il battito fuori controllo del polso. Stringe al ventre il telefono con la mano destra, che trema, le nocche bianchissime.
Provo a nascondere il mio terrore a Lorelei, ma lei tiene lo sguardo fisso su Alice, gli occhi immobili come quelli di un manichino. Finalmente Charlie
riesce ad aprire il suo sportello con un calcio, mentre altre persone cominciano a raggiungere la macchina, altri automobilisti che hanno accostato alla vista dell’incidente. Sento diversi di loro parlare al telefono con i servizi d’emergenza. Su tutte distinguo la voce ruvida di un uomo: «C’erano due macchine. L’altra è in fiamme». Guardo fuori dal finestrino in frantumi di Lorelei. Dal campo di soia sull’altro lato della strada si innalza una colonna di fumo. Charlie preme il pulsante di apertura del portellone posteriore. Miracolosamente il meccanismo funziona ancora. Il portellone si alza automaticamente, permettendogli di superare il sedile sul retro e raggiungere Izzy. La sagoma del minivan si è deformata in quel punto, i contorni che ora sporgono a creare una piccola nicchia attorno al suo corpo ferito. Sento puzza di bruciato dall’altro lato della strada ora, un odore acre. «Izzy è ferita di brutto, papà» dice Charlie. «È incastrata, e ha la gamba come… sì, è incastrata». Charlie cerca di consolare Izzy mentre io mi avvicino ad Alice. Le tocco la spalla, provo a sentirne il respiro. Poi lei emette un gemito leggero, un suono miracoloso. Un canto di vita. La imploro di restare immobile. Lei geme di nuovo. «Non muovetevi» dico in tono severo a Izzy e Lorelei. «Non muovetevi di un centimetro, nessuna delle due. Rimanete ferme il più possibile». Mi accovaccio in mezzo ai sedili allargando le braccia, una mano su ognuno dei loro colpi tumefatti. Dietro di loro, Charlie si sporge dal retro cingendo le spalle di Izzy con le sue braccia forti per tenerla ferma e calmarla. È annodati insieme in questo modo che aspettiamo. Dopo non molto arrivano i soccorsi, ambulanze e camion dei pompieri a tutta velocità. Gli infermieri aprono il portellone laterale con un macchinario a tenaglia ed estraggono Lorelei e Alice dai sedili dopo aver loro immobilizzato il collo. Lorelei riesce a muovere gambe e braccia, Alice le dita. La gamba di Izzy viene avvolta in un tutore di spugna appena la tirano fuori dalla macchina. «Grazie» dice ai soccorritori con la voce rotta dal pianto. «Grazie tantissimo. Grazie». Presto mia moglie e le mie figlie sono sdraiate una di fianco all’altra sul prato che divide la strada dai campi. Gli infermieri si prendono cura delle loro ferite, le avvolgono con delle coperte per attutire lo shock, e le preparano per il trasporto in ospedale. A un certo punto, mentre la barella che porta Lorelei scompare nel retro dell’ambulanza, Izzy mormora qualcosa a Charlie. Lui torna indietro verso il minivan distrutto e ne viene fuori con quattro telefoni. Consegna a me il mio e quello di Lorelei, poi mostra a Izzy che anche il suo è al sicuro.
Il peso dei telefoni ha qualcosa di tranquillizzante, di normale, come una coperta protettiva e un collegamento al mondo di prima, a un tempo che già non esiste più. Alice stringe ancora il telefono al ventre, non lo ha mai lasciato un istante dal momento dell’impatto, anche quando aveva perso i sensi. Quel telefono non va da nessuna parte. Seguendo le indicazioni di uno dei soccorritori, io e Charlie e io saliamo sul davanti dell’ambulanza di Alice e ci stringiamo a sedere insieme, mentre i mezzi che trasportano Lorelei e Izzy ci precedono cominciando ad allontanarsi dalla scena dell’incidente. La nostra ambulanza fa un lento giro per tornare sulla strada, offrendoci una chiara visuale dell’auto che ci ha colpiti: una Honda Accord, con il cofano e il paraurti accartocciati fin quasi al parabrezza. Le fiamme che avvolgevano la macchina sono state spente ormai. Dalle lamiere si alza soltanto un solitario filo di fumo. Con una fitta di tristezza prendo Charlie per mano e lui mi permette di farlo, per la prima volta da anni. Abbasso lo sguardo sulle nostre dita intrecciate, poi intontito lo alzo di nuovo verso la scena all’esterno. I soccorritori hanno coperto con dei teloni il parabrezza e le portiere della Honda, nascondendo i corpi delle vittime all’interno. Mi chiedo chi fossero e quanti, quanto giovani o quanto vecchi; e mi chiedo chi fosse a volergli bene, chi sarà più deva stato dalla loro perdita.