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Ettore Zanca. Criptidi

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Un libro comincia dalla sua soglia, e quella di Criptidi (Arkadia, 2026) è una dedica: Per mio figlio, il più bel racconto umano che potessi mai vivere. Si noti: non “scrivere”, ma “vivere”. Zanca mette la paternità prima della letteratura: il figlio è l’esperienza che dà senso al narrare. La dedica si allarga poi fino al lettore, Per chi sta cercando il suo criptide, qualunque sia, e il romanzo farà lo stesso movimento.

La paternità smette di essere un fatto di sangue e diventa un gesto di cura che chiunque può compiere. Nel mezzo c’è un verso che suona come una dichiarazione d’intenti, Per chi mi ha insegnato che si può fare a metà. Essere genitori, e forse anche essere figli, dunque, è qualcosa che si divide.

I padri biologici, in queste pagine, sono assenti o vivono nel conflitto. Il padre di Manuel se n’è andato, ha combattuto con l’alcol, e parlando del figlio ammette: «Mostro. Non lo sopporta, per lui è un plesiosauro, da piccolo si adirava sempre e io lo prendevo in giro». In questo ricordo c’è già tutto il fallimento del padre il quale conosceva il figlio, ma non ha saputo rispettare la parola che il figlio sceglieva per sé. Eppure il romanzo, grazie al tono “sommesso” scelto dall’ autore, non lo condanna. 

La paternità vera la esercita chi non ne ha il titolo. Martino, pescatore burbero e «re del non detto», lascia a Manuel una lettera che è il cuore emotivo del libro: «Io ho imparato a vederti come un figlio particolare. Te lo confesso». E ancora: «Come un padre che teme di offendere e di non saper trovare le parole giuste». L’aggettivo “particolare” è un eufemismo per “diverso”? No. È un modo di riconoscere il figlio per quello che è. Più avanti un altro personaggio lo dirà apertamente: «Queste cose si scrivono a un figlio, lo sai?».

Nessuna idealizzazione in Zanca: il rovescio è Alessia, figlia di sangue di Martino, che rinfaccia a Manuel di essere «diventato il figlio che non ha mai avuto». L’amore paterno può essere asimmetrico: alla figlia “forte” i divieti, al figlio “fragile” la protezione. Manuel risponde con una frase lucidissima: «Ero libero perché non ero suo figlio. […] Tu avevi qualcosa da distruggere». Avere un padre significa anche poterci litigare, e chi non l’ha avuto non conosce nemmeno quella fortuna. Un dettaglio minimo lo conferma: quando un personaggio cede, «Lo ha chiamato papà e quelle 4 lettere pesano una tonnellata». La differenza tra “padre” e “papà”, su cui il romanzo torna spesso, è già la misura del legame. Anche la pedagogia paterna passa dal racconto: per spiegare alla figlia il viaggio dell’eroe, si cita Paolo Rossi e la domanda di Bearzot, «Ma tu lì dentro ci sei ancora?». È forse la domanda che ogni padre del libro dovrebbe porre al proprio figlio, e che quasi nessuno riesce a fare.

Il secondo asse è la neurodivergenza, raccontata con tatto, senza pietismo. Il medico che per primo intuisce qualcosa offre la metafora chiave: «Manuel non ha qualche circuito fulminato. Soltanto non funzionano come i nostri. È come se il suo cervello parlasse con un suo linguaggio». Subito dopo arriva l’accusa più dura, rivolta alla famiglia: un funzionamento diverso «che lui, o chi per lui, non ha mai voluto scoprire». Martino dice della madre: «Lo vedeva difettoso»; Manuel attribuisce la stessa parola al padre: «Come diceva mio padre? Ah sì, difettoso». Quando la diagnosi ha finalmente un nome, Asperger, arriva insieme a una lettura relazionale del dolore: «un ambiente molto ostile tra i tuoi genitori», «le fazioni tra chi voleva capire cosa avessi e chi invece insabbiava». Neurodivergenza e rapporto con i genitori sono così un unico nodo: non è la condizione a ferire, è il non essere visti.

Manuel trova per sé una definizione straordinaria: «Avrei voluto quella sensazione di essere presi in pieno da qualcosa che ti devasta. […] Almeno saprei come definire le mie emozioni. Invece ho un corpo che […] trasforma in cortocircuiti». Non è che non senta nulla: sente tutto, ma in un codice che nessuno gli ha insegnato a leggere. Lo mostra bene la scena del lutto per Martino: Manuel pensa a Elizabethtown, a Orlando Bloom che piange solo quando, in macchina con l’urna del padre, gli tornano in mente i ricordi d’infanzia. «Lui non ci riesce.» Il dolore c’è, ma resta chiuso, e chi gli sta intorno lo scambia per indifferenza. Zanca non giudica né Manuel né chi lo accusa: lascia che il lettore senta lo scarto tra ciò che Manuel prova e ciò che riesce a mostrare. È qui che il libro evita la trappola più comune dei romanzi sulla diversità, quella del personaggio-simbolo, e restituisce una persona con le sue opacità.

La partita più fine il romanzo la gioca sulla lingua. Il titolo è già un’esegesi: il criptide viene «da kruptos, nascosto, occultato», è ciò che esiste senza essere visto. Per questo Elena corregge lo psichiatra che parla di Nessie: «Nessie non è un mostro, è un criptide». Rinominare vuol dire togliere lo stigma, ed è la stessa battaglia che il bambino combatteva preferendo “plesiosauro” a “mostro”.

Il lessico di Zanca si organizza in campi coerenti. C’è quello elettrico (circuiti, cortocircuiti, «cavi esistenziali tranciati», i conflitti familiari che «hanno tenuto in elettricità» la neurodivergenza), la lingua con cui tutti provano a descrivere un funzionamento. C’è quello dell’appiglio: il «chiodo da scalatore» delle prime pagine e il «database» mentale degli atteggiamenti di Elena raccontano dall’interno, senza gergo clinico, il bisogno di prevedibilità. C’è il lessico marino delle correnti e dei pesci di cui Manuel intuisce la direzione: un talento senza parole, ed è proprio il mare a legarlo a Martino. Infine c’è il registro parlato e ligure, il «belino», le imprecazioni, l’ironia di un «siamo solo diversamente sfigati», che tiene lontana la retorica e fa arrivare la commozione sempre di traverso.

Un passaggio sembra la chiave segreta del libro: «per un figlio non esiste un termine se muore. C’è “orfano” ma non un vocabolo per un genitore che viene privato di chi ha messo al mondo». Un romanzo nato da una dedica al figlio riconosce che la lingua ha un vuoto proprio dove il legame tra genitore e figlio è più esposto. La scrittura, forse, prova a colmarlo.

Il cerchio si chiude nei ringraziamenti. Ai genitori l’autore dedica «”padremadre” di Cremonini», ricorda chi gli ha fatto conoscere «il mondo della neurodivergenza e la sua bellezza» e si rivolge «Ai ragazzi che hanno demoni dentro e che cercano di dare un nome alle loro sofferenze. Non siete soli». Dal «più bel racconto umano» si arriva a un invito a ogni lettore: raccontare i propri mostri, «che poi magari sono semplici criptidi che provano a dirti qualcosa». Criptidi è un romanzo sulla paternità come traduzione: imparare la lingua dell’altro, anche quando non è la nostra.

Francesca Mezzadri 

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