Venite qua, ragazzi. Oggi si parla del libro più letto e meno letto del mondo: il Kamasutra. Quello che tutti hanno in salotto, nessuno ha finito e tutti giurano di conoscere. Quello che nella memoria di ognuno occupa più o meno tre pagine: le figure.
Ora, io lo so che cosa state pensando: “Francesca, ma il Kamasutra sono quelle figure lì”. No, ragazzi. No. Sedetevi comodi, perché la notizia è questa: l’originale è un libro di parole. Prosa sanscrita in aforismi strettissimi, attribuito a Vatsyayana, composto nell’India del nord attorno al III secolo dopo Cristo. Non è un album di figurine osé! Parliamo di un trattato, che cita le autorità passate, discute, confuta. Più simile, ha scritto Christopher Minkowski sul “London Review of Books”, a un testo accademico che a un manuale pratico.
Il testo è diviso in sette libri e sessantaquattro sezioni. Che cosa c’è mai dentro? Prima di tutto un
equilibrio: il piacere (kama) messo accanto alla virtù e ai doveri (dharma) e alla prosperità e al potere (artha), come uno dei tre scopi legittimi della vita umana. Poi come arredare la casa dell’uomo di mondo — il nagaraka, il bon vivant urbano dell’India antica – lo fà con divani, cuscini e strumenti musicali.
Le sessantaquattro arti da coltivare: la poesia, la cucina, i profumi e – sì, lo trovate nelle fonti, non è
un’invenzione della rubrica Pornodiem – tingersi i denti. Il corteggiamento. Il matrimonio. Il potere dentro il matrimonio. L’adulterio. Le cortigiane. Gli afrodisiaci. E poi, in una parte del secondo libro, le posizioni sessuali.
Wendy Doniger — una delle maggiori studiose occidentali del testo, che nel 2002 l’ha ritradotto dal sanscrito con Sudhir Kakar — lo dice senza mezzi termini: la maggior parte della gente non legge il Kamasutra, pensa che sia un libro di posizioni, “una specie di sporca battuta”. In realtà “c’è una sezione molto breve sulle posizioni, il resto parla di moltissime altre cose. È un libro maledettamente intelligente”. Le posizioni non sono tutto il Kamasutra: sono la parte che noi abbiamo trasformato nell’intero libro.
La filosofia: il piacere come materia di studio
E qui arriviamo alla filosofia che nessuno ha mai letto, perché stava dietro le figure. Per Vatsyayana il desiderio è una disciplina. Il
piacere è uno scopo legittimo della vita – non un extra, non una colpa – e come ogni scopo va coltivato, studiato, messo in equilibrio con il resto. Il Kamasutra insegna attenzione: ai dettagli, ai segnali, al piacere dell’altro. C’è perfino il galateo della conversazione dopo l’intimità. E Doniger descrive Vatsyayana come un acceso sostenitore del piacere femminile, cosa che nel III secolo non era purtroppo il pensiero dominante. Non facciamone però un manifesto contemporaneo di emancipazione: riconoscere il desiderio delle donne non cancella le gerarchie e le asimmetrie del mondo antico che questo libro descrive e, in parte, avalla.
Resta che su quel punto l’autore era più avanti di certi coetanei nostri. Le donne, nel testo, parlano: virgolette, dialoghi, opinioni. Non sono recipienti passivi, sono interlocutrici. E le posizioni stesse? Molto meno acrobatiche di come le racconta la leggenda: la famosa posizione del missionario, annota sempre la Doniger, nel Kamasutra “è menzionata brevemente, ma senza entusiasmo”. A guardare certe edizioni illustrate, sembra che prima della lettura serva un certificato medico come quando si va in palestra. Non serve essere yogini esperti, ragazzi. Serve essere lettori. È tutto lì il problema.
Il presunto colpevole: un signore vittoriano di nome Burton
E adesso il cattivo della storia, che in ogni articolo che si rispetti deve esserci. Anno 1883: esce la prima edizione inglese del Kamasutra, associata al nome di Sir Richard Francis Burton -esploratore, poliglotta, editore dell’anno – e al collega Forster Arbuthnot, con il lavoro di due studiosi indiani. Peccato che il risultato, come ha documentato Doniger, pieghi il testo ai gusti vittoriani: le voci delle donne attutite, i discorsi diretti trasformati in discorso indiretto riferito da un uomo, il piacere femminile insonorizzato, i passaggi più liberi lisciati o tagliati.
L’edizione, stampata da una società fittizia per aggirare la censura, circola sottobanco per decenni, viene piratata all’inverosimile e diventa il Kamasutra dell’Occidente: un filtro vittoriano su un testo indiano del III secolo, con tutto quello che segue.
Perché il Kamasutra interessa a Pornodiem
Perché la storia di questo libro è la storia di un malinteso lungo più di un secolo: abbiamo ridotto una riflessione sul piacere a una prestazione da eseguire. Un trattato sull’attenzione — ai sensi, all’altro, alla conversazione dopo — è diventato una checklist di acrobazie, perfettamente in sincrono con l’epoca che trasforma tutto in performance e ogni desiderio in punteggio. Il Kamasutra che non abbiamo letto diceva un’altra cosa: che il piacere è cultura. Si studia, si coltiva, si pratica – con calma, con cura, e con il tempo di parlare.
Francesca Mezzadri
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Ringraziamenti
Giuliano Boccali, ( mio ex suocero ) milanese, è stato per oltre quarant’anni professore di Indologia e Lingua e letteratura sanscrita all’Università di Venezia, Ca’ Foscari e alla Statale di Milano. Studioso in particolare di letteratura e dell’induismo (Induismo, 2008, con C. Pieruccini), ha pubblicato diversi saggi e diverse traduzioni dei capolavori classici. Il che mi ha edotta sull’argomento