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Caterina Villa anteprima. Misurare il vuoto

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Il 13 febbraio arriva in libreria per Lindau Edizioni Misurare il vuoto, il romanzo d’esordio di Caterina Villa: una storia corale e intensa che attraversa il dolore per cercare, con ostinazione, uno spiraglio di rinascita.

In anteprima proponiamo un estratto di questo libro ambientato sulle rive del lago Trasimeno, dove una roulotte misteriosa diventa rifugio e confessionale, spazio sospeso in cui Nicola, Ofelia, Simone e l’enigmatico T. depositano rimpianti, segreti e ferite ancora aperte. Nessuno sa a chi appartenga davvero quella roulotte, ma per ciascuno rappresenta la possibilità di misurare il proprio vuoto — e forse di colmarlo.

Con una narrazione polifonica fatta di capitoli brevi e incisivi, Caterina Villa intreccia realismo e lirismo in un racconto che indaga le ombre del passato e la forza fragile dei nuovi inizi.

Quanto fa paura il vuoto?
Sia chiaro, non mi riferisco allo spazio esterno. Parlo di quello che teniamo dentro. Il vuoto che non si può vedere, che non si può toccare eppure fa male, più di ogni altro.
Non sarà un caso che mentre leggo il romanzo d’esordio di Caterina Villa, sulla scrivania c’è un altro testo che in qualche modo sembra connesso. È un saggio di Noreena Hertz uscito qualche anno fa per il Saggiatore, Il secolo della solitudine. Parla dell’isolazionismo contemporaneo, della difficoltà di instaurare rapporti, ancor più semplicemente, di parlarsi. Stando ad alcuni studi riportati, chi soffre di solitudine ha una probabilità doppia di contrarre malattie. Senza entrare troppo nel dettaglio, le persone che si evitano tendono a sviluppare un’aggressività doppia e un senso di colpa che nel tempo rischia di logorarle.
Nella triade (anzi, tetrade, come si vedrà poi) di anime presenti nel romanzo della Villa sento tornare molte di queste criticità. Nicola, Ofelia, Simone sono fusti guasti che oscillano in campo dove il cielo non diventa mai azzurro. Sappiamo poco del loro passato, ancor meno del presente, se non che c’è qualcosa che inconsapevolmente li lega. È una roulotte, una di quelle che oggi definiremo “vintage”, con la muffa negli angoli, il silicone sbeccato alle finestre, il pavimento scorticato, tazze sporche nel cucinotto e un calendario dove i suoi frequentatori si appuntano il giorno in cui torneranno. Un posto perfetto per restarsene in silenzio, soli, isolati dal resto del mondo.

«La roulotte gli sembra ancora più piccola e piena del solito. Gli oggetti gli vengono addosso, quasi che volessero rimandarlo fuori.»

La roulotte sul lago è il punto di raccolta, una sorta di spazio liminale e metaforico per chi ha difficoltà ad abitare la propria vita così com’è diventata.
In questa storia non c’è un vero protagonista unico, e tuttavia la figura di Nicola, il custode anziano, finisce per assumere una centralità silenziosa, più morale che narrativa. Nicola ha un brutto male nei polmoni e chiazze ancor più fosche nel suo passato. E poi c’è Ofelia, orfana di madre e schiacciata da un lavoro che la mortifica. Infine Simone, succube di una relazione con Edoardo che a volte sfocia nella violenza, più spesso nell’annullamento.
Si diceva poco sopra di una tetrade, perché in verità c’è anche un quarto elemento che ruota attorno a loro. Si firma con una “T” puntata e lascia biglietti che smuovono le membra. È il mistero ma anche la colpa e il rimorso della peggior specie, ma è anche la voglia di continuare a leggere pur sapendo che ci si potrebbe far male.
Misurare il vuoto è un romanzo breve che lavora per sottrazione. Non tanto perché “dice poco”, quanto perché costruisce il proprio senso nello spazio che separa le cose: tra un gesto e l’altro, tra una parola detta e molte taciute, tra una presenza e ciò che resta dopo che se n’è andata. Un testo che rifiuta deliberatamente la spettacolarizzazione del dolore affidandosi a una narrazione fatta di minimi spostamenti interiori, osservati con attenzione morbosa e ostinata.
La storia procede per episodi brevi, ciascuno focalizzato su un personaggio o su un momento specifico. Non esiste una progressione causale forte: gli eventi non “spingono” la storia in avanti, bensì contribuiscono ad ispessirla come tanti piccoli tasselli di un puzzle che senza fretta comporranno l’epilogo finale. Questo tipo di costruzione può risultare spiazzante per chi cerca un arco narrativo tradizionale, ma è coerente con l’idea di fondo del libro: il vuoto non si supera, si misura, e la misura è sempre parziale, profondamente soggettiva.

«Una volta ha visto una rappresentazione grafica di un buco nero, una sfera scura al centro e una specie di anello rosso intorno. L’aveva colpita che una cosa così bella fosse piena di un vuoto insondabile, incontenibile. Seduta davanti al computer spento si sente così. La scrivania, le sedie, i colleghi e la strada fuori, la città sono solo l’anello rosso che circonda una massa che ulula. Se ci pensa è evidente che c’è sempre stato, ma adesso non riesce a fare a meno di guardarlo e di avere paura.»

Per chi scrive, l’aspetto più riuscito del romanzo è probabilmente lo stile. La scrittura è fortemente ancorata al corpo e agli oggetti: odori, superfici, temperature, piccoli rumori («il rimpianto ormai gli si è impastato alle ossa.»). La Villa si avvale di una paratassi che dinamizza anche i momenti più introspettivi. Tutto si muove veloce eppure discreto, come i fotogrammi di un film d’essai minimalista, una tecnica che ai puristi potrebbe far storcere il naso ma che io ritengo funzionale alla storia. La lingua è piana, da non confondere con neutra. L’autrice non cerca l’effetto poetico evidente, quando sfiora il lirismo lo fa in modo laterale, spesso attraverso immagini semplici e leggermente sghembe. Un esempio significativo è l’uso ricorrente di metafore legate al peso, all’attrito, alla difficoltà di respirare: immagini non originali in senso assoluto, ma coerenti e mai compiaciute. Non si avverte la sensazione di una voce “che sa già dove andare”: la scrittura sembra procedere al passo dei personaggi, li accompagna, non è mai davanti a loro.

«Spinge la chiave nella serratura, scatta. Aspira forte, nessun odore sospetto, ma per sicurezza lascia la porta aperta. La roulotte gli sembra ancora più piccola e piena del solito. Gli oggetti gli vengono addosso, quasi che volessero rimandarlo fuori. Il bigliettino non è più sul bracciolo e Nicola è un po’ sollevato un po’ spaventato. Ha paura che qualcun altro lo legga, o peggio, che chi lo ha scritto sia tornato a riprenderselo.»

Il romanzo utilizza una terza persona molto ravvicinata, che aderisce di volta in volta al punto di vista dei personaggi senza confondersi con essi. È una scelta efficace, perché consente di mostrare l’interiorità senza trasformarla in confessione diretta. Particolarmente caratterizzati sono i passaggi dedicati a Simone, dove la lingua si fa più aspra e abbraccia una parlata informale nervosa (aggiungendo la particella rafforzativa “ci”), un modo di raccontare più impulsivo, meno controllato, senza però cadere nell’imitazione caricaturale di un registro “marginale”.
Una lingua agile, dunque, per sorvolare le cattedrali totemiche del lutto, della colpa, dell’abbandono e della malattia che non vengono mai isolati come “argomenti” ma sono lì, presenti in ogni paragrafo, nella carne dei personaggi, nei pochi dialoghi concessi. Il biglietto firmato T., ad esempio, è un elemento narrativo centrale, che resta opaco. La sua forza sta proprio nel non offrire una chiave interpretativa definitiva, motivo per cui ogni personaggio vi leggerà qualcosa di diverso e con esso, anche il lettore.
È quella piccola alchimia che si avvera quando una storia altrui si rispecchia nel vissuto personale senza restituirne un’immagine speculare, bensì un insieme di sfumature. Allo stesso modo, il romanzo della Villa lascia un segno sommesso, un’onda lunga intrisa di intimità e rispettosa discrezione. In questo, Misurare il vuoto non aspira a essere un’opera totalizzante né a fornire risposte definitive, come potrebbe? Questo è il secolo della solitudine, alzi la mano chi ne è immune. Però, lasciatemelo dire, è una storia che sa “accompagnare”, e non è poco.

Stefano Bonazzi

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Infila le chiavi nella toppa e spinge forte, aiutandosi con la spalla buona. La porta cede. Allunga una mano, preme l’interruttore, uno sfrigolio e la lampadina si accende. Si sente odore di colla e di tisana al finocchio. Sopra la madia c’è una torre di stuzzicadenti vicino a un’accozzaglia di pasta di sale dalla forma strana. Spesso lasciano qui gli oggetti che costruiscono, non li portano nel mondo fuori. Lui li fa accumulare, dentro i mobiletti, sopra gli scaffali, sul letto che non usa nessuno, pure nel bagno anche se è piccolo piccolo.

Accende il bollitore, si siede al tavolo. Respira. È vecchia, la roulotte. Il tetto è pieno di rattoppi, la muffa s’è presa gli angoli, però non ha l’aria da posto abbandonato. Gli oggetti stanno tutti stretti stretti come nelle caverne magiche di certe fiabe di quando era bambino. Prende un respiro bello grosso. Il silicone delle finestrelle è tutto smangiucchiato, fa passare gli spifferi, e il pavimento è scorticato, ma la roulotte continua a fare il suo dovere. Non è più la stessa che gli ha affidato il custode precedente. È diventata un posto vero, ci è cresciuta dentro un’anima. Le persone che si prendono la briga di arrivare qui e di chiudersi dentro l’hanno resa sempre più reale. È bella a modo suo. Prima era grigia e triste, circondata da canne altissime, e in mezzo all’erba era pieno di cocci di bottiglia. A vederla strizzava il cuore. Poi erano arrivati i primi visitatori e lui aveva smesso di giudicare. Aveva capito a cosa servisse e aveva deciso di non mettersi in mezzo. A differenza della roulotte, la sua vita è rimasta inchiodata e il peso dei ricordi non è cambiato di un grammo.

Va per prendere la tazza e si accorge che c’è un foglietto tra il tavolo e la parete. Ne ha viste di stranezze. Sembra quasi che chi viene qua abbia voglia di lasciarsi dietro un pezzo. Cappelli, ombrelli, portafogli. Un signore s’è dimenticato il cane e lo ha ritrovato che ronfava sulla poltrona la mattina dopo.

È meglio lasciare il biglietto dov’è. Le persone fanno giochi complicati con sé stesse.

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