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Leonardo Mendolicchio anteprima. Diventerai uomo

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Ogni cultura ha inciso nel tempo il proprio mito del maschile come una figura scolpita nella pietra: resistente, verticale, apparentemente indistruttibile. In Occidente, per secoli, “essere uomo” ha significato stare al centro della scena come un perno invisibile, esercitare forza e controllo, tenere lontana la crepa della fragilità. Il maschio come asse del mondo, bussola e misura, origine e destino. Oggi quella statua monumentale è attraversata da fenditure sempre più evidenti. Non è ancora caduta, ma scricchiola. E sotto le sue macerie non troviamo un nuovo modello, bensì un vuoto.

In Diventerai uomo (Mondadori 2026, pp. 156, € 18,50), Leonardo Mendolicchio si addentra in questo paesaggio instabile con uno sguardo doppio, insieme clinico e intimo. Psichiatra e psicoanalista, ma anche padre, Mendolicchio percorre la terra di mezzo del maschile contemporaneo interrogandone le faglie: il corpo e il desiderio, la vulnerabilità e i modelli culturali. Ne emerge un ideale che promette potenza come una moneta luccicante e restituisce solitudine, perché chiede ai ragazzi di essere sempre in piedi, sempre vincenti, come funamboli a cui è vietato cadere.

È con questa promessa ingannevole che crescono molti giovani maschi. Figli di un immaginario in dissoluzione, non devono più indossare l’armatura dell’eroe invincibile, ma non hanno ricevuto nuove parole per dire chi sono. Camminano così su un terreno nebbioso, sospesi tra archetipi che non li abitano più e orizzonti che restano sfocati. Da questo spaesamento nascono gesti estremi: la violenza che esplode come un corto circuito senza linguaggio, il ritiro che spegne il corpo dalla scena sociale, l’autolesionismo come ultimo tentativo di sentire il confine di sé. Non sono incidenti isolati, ma segnali luminosi di una frattura simbolica che attraversa un’intera generazione.

È l’incapacità di abitare l’errore a rendere insostenibili le sconfitte ordinarie: una relazione che si spezza, un’insufficienza, una partita persa. Quando il fallimento non trova parola né spazio, può mutarsi in aggressione o in sparizione, come acqua che, non potendo scorrere, erode o allaga. Mendolicchio non innalza nuovi idoli al posto di quelli crollati: propone piuttosto una diversa postura educativa, un modo di stare accanto. Non indicare una forma da raggiungere, ma accompagnare un processo che resta aperto.

Crescere un figlio, scrive, significa restare presenti mentre si cerca la strada, non solo quando si arriva. Significa permettergli di vedere il padre non soltanto quando tiene il volante, ma anche quando sbaglia direzione; non solo quando decide, ma quando domanda. È in questa esposizione, in questa fragilità condivisa, che può prendere forma una virilità più leggera e più vera, capace di accogliere l’emozione senza vergogna. Forse è da qui, dal coraggio di cadere e di cambiare, che può iniziare una nuova narrazione del maschile, meno scolpita nella pietra e più simile a un cammino.

Nancy Citro

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Quando l’uomo vacilla

C’è un grido che ancora oggi risuona come un’eco sto nata nella storia della politica americana. È il 19 gennaio 2004. Howard Dean, ex governatore del Vermont, è il volto nuovo, il candidato inaspettato, il democratico che sta scuotendo le primarie con il suo fervore idealista. Quella sera, in Iowa, ha appena subito una sconfitta pesante. Da vanti ai suoi sostenitori, però, non si lascia schiacciare. Sale sul palco, afferra il microfono, e inizia a snocciolare gli Stati in cui avrebbe continuato la propria corsa: «And then we’re going to South Carolina and Oklahoma and Arizona and North Dakota and New Mexico…». Infine, con un’esplosione di energia, conclude con un grido: «Yeah!».

Un urlo. Un’esclamazione. Un istante di foga. Il battito di un cuore che voleva ancora crederci.

Ma bastò quello per farlo crollare. I media montarono quell’urlo in loop, lo isolarono, lo amplificarono, lo trasformarono in parodia. Lì dove c’era passione, videro scompostezza. Lì dove c’era ardore, diagnosticarono perdita di controllo. In pochi giorni la sua candidatura collassò. Non per le idee, non per le proposte. Ma per un istante emotivo ritenuto inaccettabile. Quel grido – così umano, così vivo – fu interpretato come una sconfitta. Una crepa. Un errore imperdonabile per chi aspira al potere.

A ben vedere, però, quel «yeah!» diceva la verità. Era il grido di un uomo che si lasciava attraversare da ciò che sentiva, senza filtri. Era una rottura nel copione. Un gesto che spaccava la corazza. E, proprio per questo, non poteva essere tollerato. Così il sistema lo ha espulso. Non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che aveva mostrato: che an che un uomo può vacillare. Che anche un leader può urla re non per dominare, ma per sentirsi vivo.

Se oggi, davanti a questo racconto, ci chiediamo perché il fallimento maschile faccia così paura, forse dovremmo partire proprio da quell’urlo. Da un momento in cui l’uomo smette di essere statua e diventa carne. Venendo punito per questo.

Nato nel 1948 a New York da una famiglia benestante – padre broker, madre appassionata d’arte – Howard Dean cresce tra East Hampton, Yale (dove si laurea in scienze politiche nel 1971) e l’Albert Einstein College of Medicine, diplomandosi nel 1978. Dopo la specializzazione si trasferisce in Vermont, dove apre un ambulatorio di medicina interna a Shelburne. A metà anni Ottanta inizia l’avventura politica: è eletto alla Camera del Vermont e poi diventa vicegovernatore. Nel 1991, alla morte del governatore Richard Snelling, Dean diviene a sua volta governatore. Rimane in carica fino al 2003, vincendo cinque mandati, e si conquista una reputazione riformista: gestisce le finanze pubbliche, estende l’assistenza sanitaria ai bambini e alle donne incinte e firma la legge sui matrimoni civili per le coppie omosessuali. Nel 2003 Dean annuncia la candidatura alle primarie democratiche per le elezioni presidenziali dell’anno successivo. Rivoluzionario per il suo approccio – affida la raccolta fondi a donazioni online di piccoli importi, mobilita volontari grazie a internet – il suo slogan «Dean for America» è il simbolo di una nuova politica dal basso.

Poi arriva il 19 gennaio 2004, il momento fatale, quello del grido «yeah!», che diventa l’immagine di un leader emotivo e in quanto tale disturbante, una rottura nel copione della virilità pubblica. Da cui la sua ritirata.

Cosa ci dice, in fondo, la storia di Howard Dean?

Che nella nostra cultura un uomo non può vacillare. Non può lasciarsi andare. Non può sbagliare emozione. Quel grido, quel frammento incontrollato e umano, è diventa to oggetto di ridicolo, poi di stigma, infine di condanna. Non perché fosse offensivo. Ma perché era fuori registro. Perché rompeva l’intonazione neutra e controllata che si richiede a un leader maschio. Quel «yeah!» non fu giudicato per ciò che era, ma per ciò che sembrava: debolezza, isteria, instabilità.

È questo lo sguardo che ci interessa. Uno sguardo che filtra ogni gesto maschile secondo un copione rigido: il maschio deve essere saldo, forte, imperturbabile. Deve tenere la scena. Non può mostrarsi attraversato dall’emozione, perché l’emozione – soprattutto se autentica – è vista come una falla. E nella maschilità pubblica, la falla è peggio della colpa.

Spesso, purtroppo, i media sono complici di questa vi sione, e dunque corresponsabili di sostenere il potere del maschile che si erge su certe maschere. Pensiamo a Donald Trump. Durante un comizio, dopo aver subito un’attenta to, ha reagito urlando «fight!», alzando davanti alla folla il pugno insanguinato. Un gesto teatrale, perfetto per le tele camere, che ha fatto il giro del mondo. I media non lo hanno deriso; anzi, è stato celebrato come simbolo di forza, resistenza, virilità epica. Perché? Perché Trump ha incarnato il potere nella sua forma più antica: quella che non chiede scusa, che trasforma ogni azione in uno spettacolo di do minio, cosa che la cultura americana e occidentale ha mol to apprezzato e divulgato, esaltando il piglio dell’uomo forte e che lotta.

Dean, invece, ha commesso un errore più grave: ha mostrato il proprio lato emotivo senza controllarlo. Ha grida to da uomo, non da sovrano. E per questo è stato cacciato dalla scena. Trump può urlare, ferirsi. Ma lo fa dalla cima della piramide. L’altro invece è fragile. E la fragilità, quando non è accompagnata dal potere, è giudicata patetica

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