“Il mio istinto principale nel fare musica era sempre stato quello di intraprendere un processo di scoperta: la ricerca dell’accordo perduto, un incastro di parole, un ritmo che facesse stare bene, o “l’errore giusto”, come disse una volta Thelonious Monk.”.
È In libreria dal 13 febbraio Insomnia di Robbie Robertson (Jimenez Edizioni, 2026, pp. € traduzione di Gianluca Testani).
Per quattro decenni Robbie Robertson ha prodotto musica per i film di Martin Scorsese, una relazione iniziata quando Robertson convinse Scorsese a dirigere L’ultimo valzer, l’iconico film dell’esibizione d’addio della Band al Winterland Ballroom nel giorno del Ringraziamento del 1976.
Con il deterioramento del suo rapporto con i suoi compagni di band e il crollo del suo matrimonio, Robertson arrivò alla porta di Scorsese a Beverly Hills solo per trovare il suo amico in difficoltà simili. Prima che la notte finisse, Scorsese lo aveva invitato a trasferirsi lì. Entrambi gli uomini, già stelle che trasformano la cultura prima dei trentacinque anni, si trovavano a un precipizio creativo, alla ricerca dell’inizio di una nuova fase della vita e del lavoro. Man mano che la loro amicizia si approfondiva in una collaborazione che cambiava carriera, il loro viaggio condiviso li avrebbe portati in giro per il mondo e nella tana del coniglio della cultura americana durante i lunghi postumi di una sbornia degli anni settanta. Colpiti da entrambe le parti dalla tentazione e dalla paranoia, virando più vicino all’autodistruzione di quanto entrambi volessero ammettere, insieme si erano dedicati a una partnership definita da parti uguali di ammirazione e ambizione:
“Quando vidi per la prima volta Mean Streets, sentii quel potere, e con Taxi Driver percepivi una qualità audace che ti lasciava di stucco. “Colpire negli occhi” non era solo uno slang cinematografico: Marty lo centrava in pieno come nulla di mai visto prima. Molti registi volevano essere Marty, ma ce n’è solo uno”.
Per quarant’anni, i due amici collaborarono alle colonne sonore di numerosi film di Scorsese, tra cui Toro scatenato (1980) The King of Comedy (1982), Casino (1995), The Departed (2006), The Wolf of Wall Street (2013) e The Irishman (2019). Poco prima della sua morte all’età di 80 anni nel 2023, Robertson aveva completato il lavoro alla musica di Killers of the Flower Moon.
Con un cast di personaggi con Robert De Niro, Harvey Keitel, Federico Fellini, Sophia Loren, Sam Fuller, Liza Minelli, Tuesday Weld e molti altri, Insomnia è un ritratto intimo di una straordinaria amicizia creativa tra due titani delle arti americane.
Insomnia è un libro sul prezzo della creazione, sul corpo che si ribella, sulla difficoltà di fermarsi quando tutto intorno spinge ad andare avanti. Un assaggio di quello che accade quando il rock, il cinema e il lavoro diventano una sola cosa.
Carlo Tortarolo
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Settembre 1978
Ero diretto al mio albergo, nel cuore del Quartiere Francese. Appena sceso dall’auto, sotto le ringhiere in ferro dei balconi dell’hotel, la Crescent City mi
diede il benvenuto con il suo “bon temps rouler”: il rombo di una banda di ottoni funky proveniente da Jackson Square, mescolato al suono di una chitarra che si diffondeva da Bourbon Street. Il profumo di gumbo piccante, beignet freschi e caffè di cicoria impregnava l’aria densa e umida come un tonico voodoo che ti fa perdere in un incantesimo.
New Orleans. Ero infatuato della città sin da quando avevo tredici anni e crescevo in Canada con le orecchie incollate alle onde radio che portavano la musica dal Sud degli Stati Uniti. Assorbivo il rhythm and blues di Fats Domino e Smiley Lewis; poi Professor Longhair, Huey “Piano” Smith and the Clowns, e Shirley e Lee. Ne ero totalmente rapito. Per giunta, quella era la vera culla del jazz, con il formidabile Louis Armstrong a guidare la marcia.
Cosa c’era nell’acqua da quelle parti?!
Nel corso degli anni ero stato molte volte a New Orleans, da musicista o da pellegrino. Più mi addentravo, più mi piaceva. Alla fine, conoscevo di persona tutti questi grandi musicisti: Allen Toussaint, i Meters, Big Chief Monk Boudreaux, Dr. John, i Neville Brothers. Questa gente aveva una visione unica del rock and roll: cantavano in una lingua diversa, creavano musica che faceva stare bene, musica che celebrava se stessa. Io ne godevo a piene mani.
L’invito per questo viaggio era arrivato da Robert De Niro, che avevo incontrato un paio di anni prima tramite il mio coinquilino e intimo amico Martin Scorsese. A quel punto, abitavo con Marty da quasi due anni. Al tempo, Bob e io avevamo imparato ad ap- prezzare la reciproca compagnia. Ammiravo il rapporto regista- attore di Marty e Bob, che era iniziato con il pionieristico Mean Streets ed era proseguito con Taxi Driver e New York, New York.
Da un po’ di tempo, Bob cercava di convincere Marty a fare un film basato sulla vita della leggenda del pugilato Jake LaMotta, in cui Bob avrebbe interpretato Jake. Marty non si era ancora impegnato, ma Bob era pronto: aveva già lavorato con Jake per imparare i suoi modi di fare, la sua tecnica pugilistica, il suono e il ritmo della sua voce, persino il suo modo di camminare. Era dedizione, uno studio silenzioso. Bob aveva tutto sotto controllo. Era la prima volta che vedevo un attore prepararsi così per un ruolo.
Come segno della sua gratitudine, Bob stava portando Jake a New Orleans per assistere all’attesissimo incontro di rivincita tra Muhammad Ali e Leon Spinks al Superdome. Sapendo che ero un appassionato di boxe da lungo tempo e che avevo un legame speciale con la città, mi aveva chiesto di unirmi a loro. Sarebbe venuto anche Harvey Keitel, un altro straordinario talento del circolo di Scorsese. Bob pensava che Harvey e io avremmo reso la gita più divertente. Poiché Jake sarebbe stato presente, per Bob si trattava comunque di lavoro, ma non voleva che fosse solo lavoro.
Fece apparire tutto assai invitante: Ci sarà da spassarsela. Avevo appena trascorso una settimana di notti insonni al Telluride Film Festival, e mi sentivo stanco morto. Ma tra l’incontro di boxe e l’occasione di tornare a New Orleans, era un’offerta che non potevo rifiutare.
Bob e Harvey passarono a prendermi in albergo quel pomeriggio. Non conoscevo bene Harvey, ma sembrava un tipo fantastico. Se Marty e Bob adoravano Harvey, anch’io volevo adorarlo. Immaginavo che Bob avrebbe dovuto occuparsi di Jake e sua moglie, il che significava che Harvey e io avremmo avuto la possibilità di passare un po’ di tempo insieme. Harvey aveva un autentico fascino da strada, e c’era qualcosa in lui di un po’ scostante. Ma andava bene così. Tutti noi, a volte, eravamo un po’ scostanti. Tra di noi, però, ogni tanto riuscivamo ad abbassare la guardia.
Jake e sua moglie erano attesi per il giorno seguente, così noi tre avevamo la serata tutta per noi. Dissi a Bob e Harvey: «Ho appena saputo che gli Staple Singers suonano in città; sono artisti incredibili, e sono miei amici. Io vado. Se volete, potete unirvi».
Accettarono.
Quando arrivammo al locale vidi un volto familiare venirmi incontro sulla strada: era Big Chief Bo Dollis della tribù Wild Magnolias degli indiani del Mardi Gras. Le tribù erano un’antica tradizione di New Orleans, fondata e costituita da afroamericani locali che storicamente erano stati esclusi dai raffinati e razzisti krewe del Mardi Gras. In passato, le tribù si incontravano per strada e si sfidavano, regolando i conti tra loro, ma col tempo quelle battaglie erano diventate musicali. Invece di combattere, i membri delle tribù si vestivano con costumi elaborati e cantavano e ballavano, e chi lo faceva meglio vinceva la sfida.
In quanto capo dei Wild Magnolias, Bo possedeva un potere più profondo. I locali trattavano i capi come supereroi, come persone capaci di evocare un incantesimo. Si facevano da parte quando passava un grande capo degli indiani, che indossasse o no il suo abito cerimoniale di piume. I Neville Brothers, miei amici musicisti di New Orleans, mi raccontavano del loro zio George Landry, meglio conosciuto come Big Chief Jolly, capo degli indiani Wild Tchoupitoulas. La mattina del Mardi Gras, dopo che avevano terminato di cucirgli l’uniforme e di sistemargli le perline, usciva di casa e trovava centinaia di persone ad aspettarlo. Le donne svenivano appena lo vedevano. E quando iniziava a muoversi e a cantare, era la fine.
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