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Klara Murnau anteprima. Better Call Klara

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Le luci al neon tremolano nell’oscurità, riflettendosi sulle pozzanghere di una città che non dorme mai. Nei film, il detective è quel tipo che, se non assolutamente disadattato ma affascinante e un po’ maledetto, si muove agilmente tra le ombre, svelando segreti che nessuno vorrebbe fossero scoperti. Ma la realtà è un’altra storia, meno patinata e più cruda”.

È in libreria Better Call Klara dell’investigatrice Klara Murnau (Baldini+Castoldi, 2026, pp. 288, € 19).

Il centro del libro non è l’investigazione come tecnica, ma come postura mentale. Murnau scrive da dentro il mestiere, senza eroismi né mitologie residue.

L’investigatore non è un simbolo ma un’attività che consuma tempo, relazioni, sonno:

Ecco perché, prima di consigliare il Mestiere, devo avvisarvi: volete sperimentare una realtà in cui non avrete più il tempo di dedicarvi davvero ad altro? Desiderate provare un senso di colpa che vi divora anche quando, in effetti, non avete veri obblighi in sospeso?”.

La prima parte è un attraversamento teorico sorprendentemente solido. Pasolini, Bulgakov, Shakespeare non sono citazioni ornamentali: servono a costruire una riflessione sulla verità come materia instabile, che cambia stato a seconda del contesto. Chi indaga non cerca “la verità” ma impara a convivere con versioni incompatibili della stessa storia, scegliendo quelle più plausibili:

La verità appunto, nella sua astratta purezza, appartiene al nostro intimo collegamento con l’io che, quando esteriorizzata, svanisce di fronte alle contaminazioni del mondo corrotto.”

Quando il libro scivola nella pratica il tono si fa più sporco e più interessante. Tinder, famiglie disfunzionali, infedeltà, ossessioni digitali: l’umanità che passa sotto gli occhi dell’investigatore è spesso piccola, ridicola, talvolta crudele e la Murnau la osserva con distacco.

Le nuove tecnologie, di cui si parla (OSINT, scraping, deepfake, social) sono strumenti potentissimi che però aumentano la confusione invece di dissiparla. Perché più dati non significa più chiarezza, e il detective contemporaneo è costretto a essere anche archivista, giurista, psicologo, e soprattutto, filtro umano. Perché la vera abilità non è trovare informazioni, ma decidere quali ignorare.

In questo senso Better Call Klara è anche un libro sul lavoro dell’investigatore, su come funziona nel mondo, sulla sua storia e sulle operazioni meglio riuscite. Non è un testo lineare, ha sbavature volute e cambi di registro.

Ma proprio lì sta la sua forza. È il resoconto imperfetto di chi vive guardando nello spazio delle vite altrui. E ci fa riflettere su una domanda: “perché siamo così dannatamente ossessionati dalla verità?”

Carlo Tortarolo

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L’eterna fascinazione per l’investigazione

investigare = lat. investigare comp. della partic. in in e vestigare cercare attentamente, da vestígium orma, traccia; propr. seguir le peste, le vestigia (v. Vestigia).

Cercare diligentemente.

Deriv. Investigabile; Investimento; Investigatore-tríce; Investigazione.

Che l’investigare faccia parte della natura umana è indiscutibilmente evidente. Siamo creature curiose, spinte dal desiderio innato di scoprire ciò che è nascosto, di svelare misteri e di comprendere l’ignoto. Questo impulso ci ha portato a creare storie avvincenti, personaggi memorabili e a sviluppare una vera e propria cultura attorno alla figura di chi indaga, seppur a pagamento.

La nostra attrazione per chi “scava” nella vita altrui ha radici profonde: la psicologia parla di information-gap theory (Loewenstein, 1994), secondo cui l’uomo quando avverte un vuoto di conoscenza prova un’irrequietezza quasi fisica che lo spinge a colmarlo. Non a caso gli studi di Robin Dunbar mostrano che fino al 65% delle conversazioni quotidiane è pettegolezzo, cioè condivisione di informazioni su persone assenti. In altre parole, indagare– che sia sul vicino di casa o su un cold case – gratifica un bisogno filogenetico di controllo e appartenenza.

La cronaca recente conferma quanto questo impulso sia vivo. Nel 2018, l’arresto del Golden State Killer fu possibile perché investigatori (e genealogisti amatoriali) caricarono il dna su un sito open-source, incrociandolo con gli alberi genealogici di ignari utenti. Lo stesso anno, il podcast Serial riaprì il caso Adnan Syed, dimostrando che un racconto ben costruito può spingere milioni di persone a diventare “detective da cuffia”. Nel 2021 la scomparsa di Gabby Pe- tito scatenò uno sciame di investigatori online che setacciò frame video e geotag su TikTok e YouTube, influenzando persino le ricerche ufficiali. Questi esempi mostrano l’altra faccia del cliché hollywoodiano: oggi il Fedora può restare nell’armadio, ma la spinta a cercare la verità si reinventa nei forum di genealogia, nei thread di Reddit e negli osint tool gratuiti. Il detective professionista, dunque, non è solo un archetipo narrativo; è il punto di tensione fra un bisogno antropologico (riempire il “gap” informativo) e un ecosistema digitale che rende l’investigazione un gioco collettivo, con tutti i rischi di sovraesposizione, bias e linciaggi in tempo reale che ne derivano.

Il Private Eye (termine inglese per “investigatore privato”) è una delle caratterizzazioni più immediatamente riconoscibili nell’immaginario popolare. Spesso vestito con abito e logoro impermeabile, un Fedora sulla testa, una sigaretta o una pistola in mano, attraversa gli spazi intricati del mondo urbano moderno. È sarcastico, amante del buon bere, spesso donnaiolo, irrispettoso delle autorità, capace di infliggere violenza quanto di subirla. È un lupo solitario che mantiene poche relazioni durature con le donne, ha pochi amici intimi e solo due luoghi da chiamare casa: un appartamento spoglio e un ufficio scarsamente arredato.

Quest’ultimo è il suo habitat più naturale, ed è da lì che parte per soddisfare le richieste del suo lavoro incessante e totalizzante.

Ecco la versione più sfruttata e rappresentativa del collega tipo, di cui esiste anche la nemesi, l’edonista elegante e raffinato, con casa lusso e svariate amenità. Hollywood ha saputo utilizzare al meglio l’inclinazione del pubblico per il crime, regalandoci protagonisti affascinanti ed enigmatici. Gli scrittori hanno saccheggiato questi archetipi per sfornare bestseller che, quando l’editoria fruttava ancora, hanno fatto guadagnare parecchio a qualcuno di loro – un esempio recente può essere quello di John Sandford con la serie Prey e più di 30 milioni di copie vendute. Oggi circolano più detective nella letteratura e nel cinema che trench e cappelli per strada. A testimone che l’avversione per l’abusato cliché può far danni, io stessa colleziono Borsalino da sempre, ma ormai per lo più restano a impolverarsi nell’armadio: un modo per sfatare l’ormai stantia iconografia che ci vuole sotto un lampione, di notte, a scattare foto compromettenti.

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© 2026 Baldini+Castoldi s.r.l. – Milano

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