Joyce Carol Oates, Ai limiti dell'impossibile

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Straordinario vademecum per ripercorrere le varie forme o maschere che la tragedia ha dovuto indossare per declinare i suoi paradigmi letterari, il volume di Joyce Carol Oates, Ai limiti dell’impossibile (il cui sottotitolo recita Forme tragiche in letteratura, pubblicato in questi giorni da Il Saggiatore, pp. 236, euro 24, con la traduzione italiana di Giulia Betti), si presenta come raccolta di saggi, tutti precedentemente pubblicati su prestigiose riviste americane.

Tali saggi, ognuno alla sua maniera, passano in rassegna la materia incandescente della tragedia così come si è presentata e di volta in volta adattata, a seconda delle esigenze e del mutamento dei tempi, nei secoli che vanno dal XVI di Shakespeare (di cui la Oates analizza Troilo e Cressidra e Antonio e Cleopatra) al XX di Ionesco, che con il teatro dell’assurdo porta in scena la forma della danza, la danza della morte. Indagando i meccanismi di Melville, Dostoevskij, Cechov, Yeats e Mann (oltre ai già citati Shakespeare e Ionesco), e dissentendo con i critici che si ostinano a dar per morta la tragedia, la Oates riesce a dar conto dei codici che questi capolavori hanno utilizzato, arrivando così ad affermare e ribadire la straordinaria vitalità e salute di questa forma d’arte che ancora sa parlarci dell’uomo, dei suoi limiti, del caos dell’esistenza, e della “tenebra e le ossessioni del nostro mondo”.

“L’arte drammatica ha inizio soltanto quando una realtà umana unica rivendica la sua passione contro la totalità della passione, «disponendo la stessa materia in un unico motivo», rischiando di perdere l’io nel tentativo di realizzarlo- ed è in quel momento che si fa avanti nel mondo un Edipo, un’Antigone”, scrive la Oates nell’Introduzione.

Alla base della creazione c’è la paura scaturita dalla crepa che separa il singolo, l’io, dalla comunità. Ed è la stessa crepa, o meglio la sua parodia- quella del segno di matita che incide il foglio-, che apre l’abisso sul cui fondo si agitano, in forma di centauri, satiri o altro, le ombre che testimoniano, raccontano e inquietano l’animo umano, soprattutto quello che ancora sa stupirsi del meraviglioso “oltre” del sogno che custodisce in sé una bellezza che non si riesce a spiegare. Per questo, al di là delle tendenze nichilistiche, ciò che resiste è l’eternità di una forma che sa allungare i propri tentacoli laddove non ci è neanche concesso di immaginare.

Con questo volume Satisfiction si apre a una nuova sfida: quella di esplorare a più mani la raccolta di Joyce Carol Oates. Affideremo a collaboratori diversi i diversi saggi per farne un discorso approfondito e articolato in grado di documentare la ricchezza del ragionamento della Oates e le varie suggestioni di cui ognuno saprà farsi portatore.

Il contributo verrà quindi pubblicato appena disponibile.