Esce oggi Neve (Editrice Il castoro, pagg. 161, € 15,00), il nuovo romanzo YA di Andrea Fazzini arricchito dalle illustrazioni di Alice Barberini.
Lo scrittore e sceneggiatore, dopo il thriller di ambientazione storica L’ospite della camera 201, sceglie ambientazioni alpine che portano il lettore nell’Italia del 1682, in una non meglio indicata alta valle «alle pendici dei monti pallidi». Luogo facile preda delle valanghe, che gli abitanti del villaggio della zona indicano come “drago bianco” per la loro furia devastante. La paura irrazionale che hanno nei confronti di questi eventi naturali, li fa essere fermamente convinti di avere contro i malefici di una strega delle nevi.
È in questa terra a noi così vicina eppure tanto lontana che Fazzini ambienta il suo romanzo breve, di capitolo in capitolo ricco di intriganti personaggi soprattutto non umani (anche se metaforicamente a loro assonanti).
Ma la figura che li collega tutti è quella di Neve, la figlia dodicenne del borgomastro Ranieri. A lei il compito di guida della storia (e il titolo del romanzo), una favola cupa eppure potentemente evocativa.
Comunque, tutto ha inizio con una valanga, così violenta da arrivare a toccare la cappelletta, unico luogo sacro del villaggio. Basta questo per muovere gli uomini che lo abitano a indicare come strega una ragazza rimasta orfana dei genitori, Guia. Quello che vorrebbero è torturarla per farla confessare, ottengono di mandarla al rogo in tempi brevi. Neve si mostra convinta dell’innocenza di Guia, così decide di scagionarla. Senza consultare nessuno (ma con la benedizione della nonna), si inerpica verso la vetta della montagna alla ricerca della vera strega delle nevi.
Il romanzo, dopo questa premessa, inizia a saldare elementi favolistici e mitologici alla struttura archetipica del viaggio dell’eroe (che ricalca fedelmente), permettendo al personaggio di Neve di intraprendere un vero percorso di iniziazione personale contro le credenze immotivate degli abitanti del suo villaggio.
Il viaggio di Neve verso la verità è infatti un viaggio a tappe, ognuna delle quali la porta a incontrare soggetti appartenenti alla fauna e alla flora montana, che la portano a ragionare sul proprio obiettivo.
Più di ogni altra cosa, Fazzini crea una riflessione etica su quello che noi siamo e dovremmo essere di fronte alla natura.
Lo switch si attiva dalle prime pagine, da quando cioè Neve decide di voler capire chi è la strega delle valanghe e se esiste. Per questo la vediamo rifiutare la decisione di suo padre (la Legge) in merito a Guia, superare quella che è la sua “comfort zone” (il villaggio), salire verso la vetta della montagna (l’Ignoto) per scoprire la verità.
L’ascesa, con le sue tappe e le sue prove, rappresenta in un qualche modo il mondo come non lo si è immaginato. Gli stessi incontri con animali e alberi e insetti parlanti (grazie al vento caldo del föhn) indicano al lettore come ci sia altro al di là di quanto incute timore.
Di mostruoso, sembra dire Fazzini, c’è solo la paura innata verso l’ignoto che spesso sommerge la ragione.
Barberini, da parte sua, sostiene il tono del racconto con illustrazioni dove un sapiente uso della grafite dal forte impatto emotivo si abbina a contrasto con il bianco, che richiama il ghiaccio e la neve.
È anche così che, nel percorso intrapreso dal personaggio principale, il lettore viene posto davanti alla Natura, al suo essere mostruosa. Ma solo nel senso latino di monstrum, di prodigio.
Essa è tale perché si mostra (sic) per quello che è: enorme, severa, indifferente all’ignoranza degli uomini.
In questo, se citazione si può tentare, Neve richiama quanto Alejandro González Iñárritu mette in scena nel suo The Revenant. La Natura è vista da entrambi gli autori con le sembianze di una entità mastodontica, imperscrutabile, distaccata. Chi la abita è invece preda del desiderio e non comprende che «le azioni hanno conseguenze», sempre. Gli animali custodi che Neve incontra sul suo cammino, andando di regno in regno fino a raggiungere la vetta, servivano a farle vedere questo.
Solo unendo gli estremi del discorso la nostra eroina arriva a una comprensione che trascende il lato umano e la porta verso una “mistica”, tramite cui si giunge a vivere in precaria armonia con il mondo.
Dimenticate però l’idillio pacificante.
Fazzini proprio come Inarritu afferma che non può esistere.
L’unica forma di vicinanza sta nell’aver cura della Natura, nel comprendere e rispettare la sua severità, nel non essere arroganti davanti a essa.
Altra cosa. Arrivati alla fine del romanzo, si deve cancellare dalla mente qualsiasi accostamento a una qualche filosofia New Age.
L’unica vittoria che Neve conquista è infatti la scoperta di sé, di chi è realmente, della sua possibilità di evolvere, di poter comprendere le vite degli uomini e il valore della Natura.
Quello che acquisisce alla fine è il dono della coscienza, il vedere in se stessa.
La Natura le permette di comprendere che non siamo qui per comandare e distruggere, ma per convivere razionalmente con quanto il mondo ospita, se non vogliamo perire. Perché tutto è collegato, tutto dipende da tutto.
Sergio Rotino
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«Tu mi chiedi se sono la strega delle valanghe. Non so cosa risponderti. Sono quello che sono.»
La bambina cercò le parole più appropriate. «Una ragazza sarà bruciata. È una mia amica. Gli uomini del mio villaggio credono che sia lei a causare le valanghe, ma non è così. Io ti chiedo di liberarla.»
«Ma è lei, a causare le valanghe», obiettò la donna.
«Non è vero…», disse la bambina, con un filo di voce.
«Sì, è lei. Sei tu. Siete tutti voi. Lascia che ti spieghi,
ragazzina. Voi credete che sia io a creare le valanghe che affliggono il vostro villaggio. Ma io non faccio assolutamente nulla. Dal mio primo giorno a oggi, io faccio sempre la stessa cosa. Osservo. Poiché io e quelle come me siamo semplici osservatrici. E posso dirti quello che ho visto. Ho visto uomini salire fino al fondo della valle, costruire case e riscaldarle, e per farlo hanno tagliato alberi, sempre di più e sempre più in alto. E cosa credi che sia, ragazzina, a frenare la neve, impedendole di scivolare e di accumularsi in un fiume distruttivo, se non gli alberi e le loro radici?»
Neve realizzò quello che stava dicendo la donna, e rabbrividì. La donna riportò lo sguardo sul fiocco di neve che danzava sulla sua mano.
«Tu credi che l’avvertimento che i custodi ti hanno ripetuto ancora e ancora fosse per la tua salvezza. Ma non è così. Non è te che cercavano di salvare. Tu non sai cosa hai fatto, ma ora te lo dirò. Le lontre, che hai dotato di una zanna, decimeranno i granchi di fiume. Senza di loro, saranno in pochi a mangiare i piccoli pesci e gli avannotti, gli insetti e le loro larve, i lombrichi e le chiocciole, le alghe e i muschi, e così cambierà la vita del fiume. La lince osserva sé stessa e la sua vanità nella costellazione che hai trovato per lei. Non caccia il capriolo e il camoscio, la volpe e il cervo, che così prolificheranno più del dovuto. Il castoro è il nuovo custode del regno che abita. A chi credi che darà i suoi favori se non ad altri castori? Molti alberi verranno abbattuti per costruire le loro dighe, alberi che avrebbero trattenuto la neve. Alberi come il larice, che tu hai aiutato, non sapendo che il frondoso cirmolo, che tu hai soffocato, sarebbe stata una difesa di gran lunga migliore dalle valanghe. Gli animali alla corte del gracchio corallino non predano più, persi in chiacchiere senza fine, come fanno spesso gli uomini. So che è stato doloroso per te abbandonare la tua amica alle fauci della lupa, quello che non sai è che la marmotta aveva il cimurro, una malattia mortale. E mangiandola, la malattia si è trasmessa alla lupa, e si trasmetterà al suo branco. Moriranno tutti. Infine c’è la tua impresa per cercare di salvare il cucciolo di stambecco. La frana che hai generato permetterà alla neve di accumularsi, per poi cadere dalla montagna in modo ancora più rovinoso. Ecco quello che hai fatto, ragazzina. Hai turbato l’equilibrio della montagna. Hai creato le condizioni per la valanga più distruttiva che ci sia mai stata. Le azioni hanno conseguenze.»
Neve indietreggiò, sconvolta.
«Ma io non sapevo!»
«Ora lo sai. Ora scegli.»
«Scelgo cosa?»
«Io ho il potere di ripristinare l’equilibrio. Di cancellare quello che hai fatto. Ma la ragazza brucerà.»
«Oppure?», chiese Neve, che non poteva accettare quella prospettiva.
«Oppure io salverò la ragazza. Ma il villaggio è condannato. Un giorno la valanga che tu hai creato arriverà e lo distruggerà.»
Il fiocco di neve che orbitava nella mano della donna lentamente scese nel suo palmo, e le dita pallide vi si chiusero sopra.
«Scegli.»
Anche se non voleva, lacrime calde iniziarono a scorrere sulle guance di Neve. «Io non posso!»
«Devi. Non posso scegliere io per te.»
«Perché non puoi fare entrambe le cose?! Salvare Guia e salvare il villaggio?!»
«Il mio ruolo è osservare. Ci sono regole. Scelgo di intervenire, di violare la mia natura, perché scopriresti, se vivessi da milioni di anni, che sono pochi i momenti interessanti come questo. E lo farò secondo il mio desiderio.»
«Sei crudele!»
«Come ti avevo già detto. Ora scegli. E in fretta, lo vedi il fumo in fondo alla valle? Il fuoco è stato già acceso. Presto la tua amica ne sentirà il calore.»
La bambina guardò in basso, e vide una spira di fumo nero salire dal villaggio. La stavano bruciando!
Indietreggiò, e gridò, gridò tutta la sua rabbia e il suo dolore. La sua voce riecheggiò tra le valli. La ferita all’avambraccio cominciò a pulsare, e il sangue a scorrere nuovamente attraverso la crosta nerastra.
«Il sangue è vita», aveva detto la civetta nel cui corpo era entrata. Cos’altro aveva detto? Ritrovò le parole nella sua mente: «…devi pensare come penso io, provare quello che provo io, sentire come sento io. Solo così potrai entrare in me…». Difficile, forse impossibile. La bambina guardò la donna negli occhi: «Salva il villaggio, strega».
La donna sorrise, sembrava soddisfatta.
«Molto bene. La ragazza brucerà.»
Neve inspirò l’aria fredda. «No. Sono io che ho condannato il villaggio. Sono io la strega. Sono io che devo bruciare.» E chiuse gli occhi.
Si concentrò sulla paura terribile che Guia doveva stare provando, sul calore che le avvampava il viso, sul fumo che la faceva soffocare, sugli occhi che le bruciavano.
Le gocce di sangue avevano formato un rivolo sull’avambraccio e continuavano a cadere e a macchiare la neve. Fumo, calore, terrore. Cancellò ogni pensiero superfluo, la donna vicino a lei, il freddo, il dolore, la pena, perché lei non era lì, anzi, lei non era Neve.
E improvvisamente erano vere le fiamme, era vero il fumo. Provò a muoversi ma si accorse di essere legata. Oltre il nero e il rosso vivo davanti ai suoi occhi, percepì i volti di uomini e donne del villaggio. Cercò, invano, quello di suo padre. Era terrorizzata, anche se una minuscola parte di sé era orgogliosa del prodigio che aveva appena compiuto. Stava per morire e lo sapeva.
Poi la terra iniziò a tremare. E arrivarono le grida.
Neve, in un corpo che non era il suo, era prossima a svenire, soffocata dal fumo, mentre il calore si faceva così vivo da scottarla. Non riusciva più a reggere il peso della testa, che si inclinò di lato. E attraverso gli occhi che stavano per chiudersi, vide un grande drago bianco avanzare verso di lei.
Riaprì gli occhi, tossì e vomitò. Ma era viva. Il fumo era diminuito, e attraverso di esso vide i volti delle persone, questa volta più nitidi, che la osservavano con timore. Una donna si inginocchiò a terra e si fece il segno della croce. Altri la seguirono. Neve sentì i piedi freddi, abbassò la testa, e vide che la neve aveva ricoperto il legno e il fuoco, spegnendolo. Una valanga era scesa dalle pendici della montagna e si era fermata ai suoi piedi, lambendoli gentilmente.
Neve rise e pianse a quel miracolo inaspettato. E poi, improvvisamente, non fu più lì.