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Alessandro D’Avenia anteprima. dove finiscono gli anni

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“Ha fame. È un morso diverso dal bisogno di cibo, non prende allo stomaco ma al cuore. Come accade con l’altra fame si sente un buco, ma non lo si può riempire con niente”.

È in libreria dal 3 novembre Dove finiscono gli anni di Alessandro D’Avenia (Mondadori 2026 pp. 360, € 20).

Anni Novanta: il diciassettenne Leone (detto Leo) Pardi è al quarto anno di liceo e trae questa conclusione:

“Anche se di infinito nella mia vita c’è solo la sfiga che mi accompagna. In comune con Giacomo ho il piacere di naufragare, ma almeno il mio mare è reale. La gobba non ce l’ho, ma di certo il mio fisico assomiglia più a quello del poeta del XIX secolo che a quello del mio calciatore preferito del XX, Franco Baresi”.

Leo legge una scritta nel bagno dei maschi che lo costringe a mettersi sulle tracce di un mistero.

Così, indizio dopo indizio, si trova a indagare per scoprire cosa è accaduto a una compagna di scuola con il sostegno degli amici, che insieme a lui formano il gruppo dei Casi Umani.

Le memorie da nerd:

“Il ricordo, improvviso e inatteso, lo imbarazza: una cittadina sperduta di cui non rammenta il nome dove era nato un poeta latino noiosissimo, che l’unica cosa giusta che aveva detto era “Carpe diem”, passeggiata da orde di secchioni col vocabolario sottobraccio, che lottavano per dimostrare di essere veramente secchioni, i più secchioni di tutti.”

E l’universo di Tetsuo Hara:

“Ho bisogno di avventure, in questa terra deserta come quella in cui Kenshiro avanza per salvare qualche innocente dalla polvere.”

E poi la meditazione nella selva delle scritte nei bagni vissuta come genere letterario:

“Le interrogo queste scritte, le studio, le colleziono, perché c’è più verità qui che in classe… Io sono fatto per il mare, non per i muri di un’aula intasata di banchi troppo stretti per i nostri corpi in espansione, col sottobanco insufficiente a nasconderci le gioie vere e il pericolo di tagliarsi con stalattiti di Big Babol e reperti nasali cristallizzati, nella sezione B di questo liceo nel centro storico di Calimena, dove la brezza marina si insinua come le lucertole tra le pietre e ci confonde l’anima, ricordandoci che c’è ancora vita là fuori, libertà e gioia.”

C’è una saggezza che abbiamo sempre avuto:

“Basta niente a far felici le persone. Basta niente a sconfiggere la morte e a far arretrare il Nulla. Basta creare un po’ di bellezza dove non te l’aspetti.”

D’Avenia ci regala un modo per non dimenticare la materia della giovinezza, quell’insieme di emozioni e di domande di chi non si è ancora illuso di aver capito abbastanza, la beatitudine di chi ha ancora fame e quella curiosità che ci rende indomabili. 

Carlo Tortarolo

Foto (©) Claudio Sforza 2026

per gli eventi consultare le pagine social dell’autore o la pagina https://www.mondadori.it/libri/dove-finiscono-gli-anni-alessandro-davenia/ per le informazioni e le date di tutti gli appuntamenti

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Prima

“Scemo chi legge”, “Andate tutti affanculo”, “Gesù ti ama”, “Non votare, vai al mare”, “I miei problemi ormai sono grandi: possono risolversi da soli”.

Me ne sto qui a dedicarmi alla mia passione: le scritte sui muri del bagno, già stanco al secondo giorno di scuola, mentre in classe Latino parla della centralità di Virgilio nel canone occidentale. Io ai “piaceri infecondi che la mente si procura da sola” – definizione scientifica di sega mentale –, preferisco il cuore dei miei simili, ferito a morte dalla vita e inciso sugli asfissianti muri del cesso. Queste scritte sbocciano come fiori nel deserto e mi ricordano che c’è vita oltre le lingue morte alle quali da tre anni dedico inutili sforzi. Ecco il triste destino di un diciassettenne nel settembre luminoso di una città di mare: assoggettato a quella prigione per adolescenti che bonariamente chiamano scuola, benché io abbia ancora tra le dita dei piedi la sabbia di tre mesi trascorsi in acqua. Non riesco a stare in equilibrio, sono un animale strappato al suo elemento, che peraltro costituisce il 70 per cento del mio corpo, come dice Scienze (nel mio caso credo il 90 per cento), costretto in cattività, fatto per la spinta di Archimede più che per la forza di gravità. Liquido, ai limiti del gassoso.

Entrando in bagno l’ho visto subito: “Conosci te stesso”. Ancora lì, inciso nel legno. L’ho scalfito sulla porta con il mio coltellino multiuso l’anno scorso perché rimanesse, e neanche il bidello che ogni sabato scrosta con l’acido le scritte della settimana è riuscito a cancellarlo. Sotto, ogni tot, appare una risposta in rima: “Sei solo un fesso!”, “Scopa più spesso”, “Siediti al cesso”, “Bevi e fai sesso”…

“Conosci te stesso” l’ha detto Filosofia. Li chiamo così i professori perché la loro identità terrena non conta: sono ciò che insegnano, Italiano, Greco, Fisica, Biologia, Inglese… Divinità invidiose della giovinezza e quindi affamate della carne di noi studenti, come quelle antiche: Vendetta, Discordia, Sonno, Paura, Morte… «Era scritto all’ingresso del tempio di Apollo, a Delfi, dove gli antichi Greci si recavano a interrogare il dio della luce e della poesia» ci ha spiegato.

Questo bagno è il mio oracolo di Delfi. Lo abita il Bisogno, dio del buio e della prosa, capace non meno del suo collega perfettino di rispondere agli enigmi dell’esistenza. Anzi, con più chiarezza. Vengo qui a cercare le mie risposte, dato che in classe arrivano solo quelle a domande che non ho mai fatto e che non servono a portare la pelle a casa ogni sera.

Entro e trovo sempre una scritta che fa al caso mio, per quanto disperato. A che dovrebbe servire avere diciassette anni se non a capire il segreto per essere felici anche a trentasette, settantasette, centosette? C’è un popolo sperduto non so dove per cui il futuro è alle spalle perché non lo vediamo, mentre il passato è davanti perché ancora si vede. Ecco, io sarei dovuto nascere tra loro, e invece gli aborigeni a cui appartengo spostano il futuro sempre in avanti: devi fare questo, poi questo, e poi quest’altro… La felicità è sempre domani, sempre quando sarai grande, senza mai specificare le misure di questa grandezza da raggiungere, fino a che non sbatti contro una lapide. E la felicità? Ahi, era subito dietro quella pietra… Io la voglio ora, non domani, non da grande, non posso aspettare. Mi scappa, e non è che quando ti scappa puoi aspettare.

E così, oggi sono entrato nel tempio del Bisogno con questa domanda: “Dov’è la mia ragazza?”.

“Mia” nel senso che spero un giorno ce ne sia una reale e non solo immaginaria, come quelle dei poeti dello Stilnovo, professionisti delle seghe mentali che, come me, pur di giustificare la loro sfiga inventavano donne che non se li filavano di striscio ricoprendole di metafore. È il momento giusto, perché inizia l’anno scolastico più inutile, il quarto, regno indiscusso della Noia, e trovare una ragazza è l’unico modo di dare un senso ad altri 199 giorni di scuola. A conti fatti, la mia istruzione occupa il 54,79 per cento dei 365 giorni di un anno, ma infetta anche le feste e le domeniche, portando al 75,34 per cento i giorni sottratti alla felicità, che si riduce così a un misero 24,66 per cento, un quarto dell’anno, quello che va dal 10 giugno al 10 settembre, gli unici mesi reali della mia vita, perché lì realtà e immaginazione coincidono.

Entro quindi in bagno con questa domanda in testa e trovo subito la risposta: è scritta sotto la finestrella in alto, da cui si intravede la dose di azzurro che mi rubano tutti i giorni tra queste mura: “Chi cerca non trova, ma viene trovato”.

Bisogno ha sentenziato, con le sue parole enigmatiche. Ma come farò a farmi trovare, nella prigione in cui, da perfetto eroe tragico, sconto una colpa che non ho commesso: le cosiddette “superiori”, che di superiore hanno solo la frantumazione delle sfere inguinali?

Il primo giorno è l’unico sopportabile: si appartiene ancora all’estate e, anche se i piedi traballano sulla terraferma, si affronta il dolore delle scarpe chiuse come la sirena di Andersen, pur di rivedere i compagni di sventura, scoprire le ragazze del primo anno e contribuire ad accelerare la decadenza di quelle statue parlanti esposte alle intemperie dell’adolescenza dette “insegnanti”, perché ti segnano così tanto che poi passi la vita a cancellare quei segni.

Già il secondo giorno ogni promessa è stata tradita, ci cibano di noia e non serve a niente sfilarsi le scarpe sotto il banco mentre Italiano spiega che il Purgatorio è un luogo dove le anime soffrono per aver preferito altro al Sommo Bene. Esattamente come la scuola. E infatti non mi resta che rimpiangere il sommo bene – il mare bluissimo di questa città dove il vento mescola felicità e zagara, sabbia e libertà –, e fare il conto dei giorni che mancano alla fine di questo purgatorio statale, certo di ritrovarlo ancora lì, il mare freschissimo, al suo posto, ad aspettarmi sempre e per sempre. Questa è la mia unica fede, quella nel dio Poseidone che accarezza la città. Se c’è il mare il mio cuore si calma; c’è ancora qualcosa per cui la vita è bella e vale la pena resistere. Nessuno, neanche in questa prigione, mi strapperà mai il mare.

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© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano

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