“Donna non era ancora, quando posò per il ritratto”.
Così inizia il primo romanzo di Fosca Navarra scrittrice e poetessa del 2000 e autrice di La notte fa ancora paura (Minimum fax 2025, pp. 283, € 18,00) un’epopea nera che parla di donne in diversi momenti della storia, di dolore, di famiglie, di violenza, di reincarnazioni, di gatti e delle loro sette vite.
Scritto con uno stile che viene da lontano che ha la vitalità dei sentimenti indifferibili e il profumo antico della polvere di biblioteca.
Navarra si racconta con la calma di chi ha attraversato l’inferno ed è tornata viva e con la pelle ancora calda. Con la voce chiara e decisa di chi la paura la guarda negli occhi.
Carlo Tortarolo
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In La notte fa ancora paura la memoria non redime, ma condanna. È una scelta morale o poetica quella di non concedere mai la salvezza?
Non direi che nel romanzo non ci sia mai salvezza, anche perché non esiste un solo modo di salvarsi. Un gesto d’amore, un breve tentativo di resistenza, la consapevolezza di un attimo: tutto questo significa comunque redenzione, e non tanto dalla memoria, che, come il corpo, è qualcosa di fragile e innocente, quanto dall’oblio causato dalla violenza. La memoria infatti, per quanto frammentata, rimane priva di colpe; è parte dell’anima, anzi è l’anima, e proprio per via della sua complessità è possibile ricordare in mille modi diversi. Perciò esistono mille possibili vie per la libertà.
La sua scrittura viene da lontano. Da dove nasce questa lingua piena di ombre e di echi?
La scrittura di chiunque scriva è un groviglio; e difficile, se non impossibile, è risalire all’origine, ai fili che hanno contribuito a formare quell’intricato universo. La scrittura è un atto miracoloso, profondo, incomprensibile: fatico a capire l’origine delle mie parole nel modo in cui stento a dipanare le emozioni che causano le mie lacrime. Semplicemente, accade.
Italo Calvino diceva che “la leggerezza non è superficialità”. Lei sembra affermare l’opposto: che solo la gravità permette di toccare la verità. È così?
No, credo anzi che anche una piuma possa cadere in un pozzo profondissimo. Ci impiegherà più tempo, ma avrà la possibilità di guardarsi intorno mentre scende giù. La leggerezza è la gravità di chi sa aspettare.
Le genealogie familiari del romanzo sembrano più maledizioni che origini. Pensa che la famiglia sia ancora oggi il luogo dove si tramanda il dolore
più che l’amore?
Le famiglie, e così anche in La notte fa ancora paura, sono dei micromondi in cui tutto è possibile, dall’affetto all’indifferenza, dalla violenza alla tenerezza. Penso a Lian e a sua madre, al loro amore inscalfibile nonostante l’aggressività del capofamiglia: sotto lo stesso tetto convivono sentimenti opposti tra loro, un alternarsi frenetico di luci e di ombre. La famiglia è il luogo in cui si tramandano le contraddizioni umane.
Nelle sue pagine la notte è presenza fisica, quasi un personaggio. Per lei che cos’è davvero la notte? Un luogo, una memoria o un dio minore che ci abita dentro?
La notte è il regno delle illusioni: se ci accontentiamo di pensare che le stelle siano le sole luci possibili, non conosceremo mai il sole.
Ha un legame viscerale con Igino Tarchetti, al punto da portarne la firma tatuata sulla pelle. Che cosa ha trovato nella sua Fosca? Ancora oggi le parla o la perseguita?
Ho trovato un nome, quello che da diversi anni è anche anagraficamente mio, ma anche una sfida: si poteva partire dall’identificazione adolescenziale con una donna malata, fragile e oscura per poi crescere, guarire, evolversi? Non mi sono mai sentita perseguitata dalla Fosca di Tarchetti, semmai incoraggiata a dare luce alle cinque lettere d’ombra che compongono la nostra firma.
Si sente più erede o reincarnazione della Fosca di Tarchetti?
Nel mio romanzo ogni protagonista è entrambe le cose; e ugualmente, nei confronti di Fosca, io mi sento sia erede sia reincarnazione. Quando mi sono battezzata così, l’ho fatto anche per il desiderio di proseguire il percorso di quell’animo sensibile incontrato sulle pagine, sì, ma con una speranza di luce che alla protagonista di Tarchetti non era bastata.
Ha scritto un romanzo che non consola, ma costringe a guardare. Le interessa che il lettore soffra, o che riconosca qualcosa di sé nel dolore che racconta?
Un romanzo si fa portavoce del dolore perché tutti soffrono, anche i lettori. No, forse soprattutto i lettori.
Dopo aver scritto La notte fa ancora paura, la notte fa ancora paura anche a Lei?
Certamente: i romanzi, si sa, non risolvono i problemi dell’autrice né quelli del mondo.
Eppure, un dono mi è stato fatto da La notte fa ancora paura: come con Fosca di Tarchetti, ho trovato nomi e definizioni; dopo un ventennio di buio ineffabile ho trovato l’identità di questo sentimento.